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INFORMAZIONI DEL GIORNO – NEWS PER GLI ITALIANI ALL'ESTERO

“Italiani emigrati all’estero”, presentato alla Camera il libro della ricercatrice Serena Gianfaldoni

ITALIANI ALL’ESTERO

 

 

ROMA – Si è tenuta alla Camera dei Deputati la presentazione del libro “Italiani emigrati all’estero” di Serena Gianfaldoni, responsabile della Ricerca ITE all’Università di Pisa. E’ stata l’occasione per parlare di migrazione italiana, mobilità, fuga dei cervelli, strategie per la valorizzazione del patrimonio umano italiano, a partire dai risultati di una ricerca condotta per il Cafre dell’Università di Pisa da un team di oltre cento manager, docenti universitari, ricercatori, esperti e studenti, coordinati da Serena Gianfaldoni. Alla realizzazione dell’evento, moderato da Gianni Lattanzio (Segretario Generale Istituto Cooperazione Paesi Esteri ICPE), hanno partecipato gli eletti nella Circoscrizione Estero come Nicola Carè (deputato PD) e Fucsia Fitzgerald Nissoli (deputata FI); quindi Michele Lanzetta (Direttore del Cafre Università di Pisa), Delfina Licata (Curatrice del Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes), Martin Bogen (Ceo Tecnologie Diesel SpA – Senior Vice President Bosch), Paolo Tazzini (Ceo Yachtalia), Fausto Corvino (Università di Torino), Franco Failli (Università di Pisa), Silvia Guetta (Università di Firenze), Patrizia Magnante (Presidente Società italiana di Sociologia, Università Roma Tor Vergata), Giuseppe Sommario (Università Cattolica del Sacro Cuore Milano), Michele Pilla (Direttore Patrimonio Italiano TV).

Circa 6 milioni di italiani residenti all’estero, quasi il 10% dell’intera popolazione: questo è lo scenario cui fa riferimento l’opera frutto del lavoro di 74 autori diversi. “Si pensava che l’Italia avesse finito con l’emigrazione negli anni ’80 ma in realtà ha ancora una realtà migratoria importante”, ha spiegato Gianni Lattanzio ricordando come le percentuali di questo fenomeno siano più alte in alcune regioni del Sud Italia. “L’affetto l’intelletto lega”, ha aggiunto Lattanzio citando Dante in questo ragionamento su come il legame tra chi è partito e chi è rimasto in Italia possa ancora giocare un ruolo fondamentale per mantenere salde le due realtà. Fucsia Fitzgerald Nissoli (FI),  si è detta anzitutto soddisfatta della presentazione del libro all’interno di quella che ama definire “la casa degli italiani”. “Occorrono scambi di idee tra chi studia l’emigrazione e la politica che deve individuare nuove piste di azione per rispondere alle esigenze della società”, ha spiegato Nissoli ricordando la ripresa dell’emigrazione tra i giovani, nell’era pre-Covid, che hanno difficoltà ad inserirsi nel tessuto produttivo nazionale, “andando così ad arricchire altri Paesi che invece riescono a far inserire questi giovani”. Nissoli ha sottolineato anche l’importanza di elementi come lingua, cultura e turismo: un contesto nel quale “gli italiani all’estero diventano ambasciatori di italianità”. Nicola Carè (PD) crede che “tutti gli italiani abbiano bisogno di una conoscenza su questo fenomeno che riscriverà il futuro non solo del nostro Paese ma dell’Europa e del mondo intero; bisogna riflettere su un modello di società dove si emigra per scelta e non per necessità: i dati dell’emigrazione italiana sono rilevanti e ci proiettano una realtà globale ben fotografata nel libro e dai dati Istat”, ha spiegato Carè ricordando come le ultime rilevazioni statistiche pre-Covid risalenti al periodo 2018-2019 abbiano certificato l’emigrazione di circa 120 mila connazionali in poco più di un solo anno. “Le destinazioni privilegiate sono Gran Bretagna, Francia, Germania, Australia, Stati Uniti. Questi dati fanno comprendere come il fenomeno abbia subito un’evoluzione in questi ultimi anni. Bisogna dare più voce agli italiani all’estero”, ha aggiunto Carè invitando a lavorare affinché non vadano perse le competenze e le capacità di chi lascia il Paese. “Il Dipartimento per le politiche di coesione della Presidenza del Consiglio ultimamente ha avviato una serie di analisi per fare in modo che, nei prossimi sei anni, lo Stato e le amministrazioni locali abbiano ben chiaro che uno dei principali obiettivi da raggiungere non è ridurre la fuga dei cervelli ma inseguire invece la brain circulation”, ha concluso Carè intendendo che l’Italia debba divenire a sua volta un Paese capace di attrarre talenti in modo circolare.

Antonio Viscomi (deputato PD e docente universitario) ha raccontato la doppia faccia del fenomeno migratorio da lui conosciuta: da una parte come figlio di un emigrato in Australia tra gli anni ’50 e ’60; dall’altra come ricercatore che nel 1991 ha pubblicato un libro sull’immigrazione extracomunitaria nel nostro Paese. “Per me questi argomenti sono sempre molto delicati perché racchiudono una dimensione emotiva”, ha commentato Viscomi. “Da parte di chi va via non c’è solo la fuga, che dà un’accezione negativa al nostro Paese, ma anche la scelta di trovare mondi più consoni alla propria esperienza”, ha aggiunto Viscomi invitando a non inserire mai in un unico calderone né gli italiani che emigrano né gli immigrati diretti verso l’Italia. Michele Lanzetta (Direttore Cafre) ha messo in evidenza come nel libro oltre ai dati ci siano storie di vita. “Gli autori hanno raccolto la sfida di questo problema-opportunità perché tale è lo scambio della mobilità. Tuttavia occorre che il nostro Paese abbia quell’attrattività che i nostri giovani trovano altrove”, ha espresso Lanzetta sottolineando che un ruolo determinante è giocato dalla formazione e da strumenti come il laboratorio studenti-aziende del Cafre. Serena Gianfaldoni, curatrice dell’opera, ha precisato come il libro sia stato frutto di un lavoro di ricerca e di gruppo durato diciotto mesi coinvolgendo oltre 170 persone tra ricercatori, studenti e manager. “L’oggetto della ricerca era la mobilità ma ci siamo chiesti in che misura si potesse parlare di fuga: quindi se esistessero dei ‘push factor’ o dei ‘pull factor’ (fattori di fuga o di attrazione, ndr) per queste scelte di vita indagando quindi nelle motivazioni dei migranti. Abbiamo indagato anche il tema dell’attaccamento alla propria terra e della nostalgia. Dal punto di vista quantitativo oltre il 64% degli intervistati erano ragazzi under 30 e più della metà aveva un titolo post laurea per lo più nell’area umanistica: circa una metà aveva già avuto esperienza migratorie in famiglia”, ha spiegato Gianfaldoni evidenziando la grande intraprendenza e lo spirito di adattamento di questi giovani che hanno un progetto a medio-lungo termine da raggiungere nel settore di propria competenza, dopo un primo approccio nel nuovo Paese nel quale svolgono anche dei lavori provvisori. Si parla tendenzialmente di progetti diversi da quelli migratori dell’inizio del secolo scorso: adesso non ci sono le rimesse, si tende a mantenere viva la lingua e ci si interessa di attualità e politica. “Non si scappa quindi dalla cultura italiana ma si va a cercare altrove qualcosa che qui evidentemente non si è trovato: per esempio la meritocrazia”, ha aggiunto l’autrice.

Delfina Licata (RIM Fondazione Migrantes) ha evidenziato il paradosso di ricerche così sostanziose per cui una volta ultimate sono già superate e bisogna rimettersi subito in moto per nuovi capitoli. Ha anticipato che il prossimo Rapporto Italiani nel Mondo sarà presentato il 27 di ottobre: “i dati non sono variati nella misura in cui parlare di mobilità italiana significa trattare ancora di un fenomeno strutturale per il nostro Paese con il quale dover fare i conti, seppure sia un fenomeno imperfetto in quanto non circolare”, ha spiegato Licata esprimendo soddisfazione per la sensibilità sempre più ampia da parte delle istituzioni e del mondo accademico. “Parole come ‘premio’ e ‘futuro’ ricercate dai nostri giovani devono entrare nell’agenda dei lavori ed è invece un peccato dover parlare ancora di dispersione del processo formativo. Ho sempre detto che la mobilità in se stessa è qualcosa di positivo che premia ma sogno di poter avere prima o poi nel RIM delle pagine sui rientri per descrivere anche quei nostri giovani che ritornano e non solo in maniera occasionale”, ha aggiunto Licata.

Il manager Martin Bogen ha spiegato come obiettivo di una grande azienda sia quello di offrire posti di lavoro innovativi e sfidanti rispetto alla concorrenza. “Questo significa proporre nuovi prodotti e conquistare nuovi mercati, generando un ambiente attrattivo per nuovi talenti creando al contempo un’atmosfera di fiducia e un buon feedback perché non bisogna mai sottovalutare queste soft skills nel creare una squadra. Quindi a livello aziendale serve una leadership ispirata da un modello strategico. Serve però anche il massimo della flessibilità perché i prodotti ed i mercati cambiano”, ha spiegato Bogen facendo così un parallelo tra come funziona una grande azienda e come dovrebbe funzionare anche un Paese che aspiri ad essere competitivo. La docente di pedagogia Silvia Guetta (Università di Firenze) ha ricordato che benché i giovani abbiano grandi capacità di adattamento tuttavia non sono formati alla base per andare all’estero, neanche per un percorso Erasmus. “Ci si accorge poi che questi ragazzi sviluppano tutta una serie di competenze e di conoscenze, di grande valore e potenzialità, proprio durante il percorso migratorio. Sarebbe utile quindi valorizzare queste esperienze con un investimento che tenda ad accompagnare i giovani all’estero per poi accoglierli nuovamente, dal punto di vista non solo economico ma anche umano”, ha sottolineato Guetta parlando del dover formare un modello di ‘cittadino planetario’. Il manager Paolo Tazzini ha espresso un concetto controcorrente partendo dal presupposto che un giovane non sia necessariamente bravo o utile: “ci sono tanti giovani bravissimi ma oggi i giovani sono coccolati nel senso che non gli si trasmette più quel concetto di fame professionale e di vita che un tempo ha spinto il nostro Paese”, ha spiegato Tazzini lamentando anche una certa presunzione da parte dei nostri giovani che porta a volte a sottovalutare i colleghi stranieri. “Invito i ragazzi a sporcarsi le mani e ad aprire gli occhi, capendo cosa hanno in mano e cosa c’è intorno a loro”, ha aggiunto Tazzini evidenziando come ci sia bisogno di parlare anche di “import di cervelli” e non solo di fuga.

Il ricercatore Giuseppe Sommario (Università Cattolica Sacro Cuore di Milano e ideatore del Piccolo Festival delle Spartenze), ha ricordato come la lingua e la cultura italiane siano state per tanto tempo considerate come parte di una cultura alta e raffinata; la prospettiva è mutata con lo sviluppo dell’emigrazione storica italiana quando la lingua è divenuta lo specchio di un popolo. “Ripercorrere la storia linguistica della nostra emigrazione vuol dire ripercorrere la storia d’Italia anche attraverso cartoline e diari. C’è la prima generazione, la vecchia emigrazione, che mantiene un residuo della lingua madre, molto spesso il dialetto; ci sono poi le seconde generazioni che hanno una visione affettiva della lingua perché l’italiano era la lingua dei padri; quindi c’è chi è partito da poco ed è altamente scolarizzato, è italofono e non dialettofono”, ha spiegato Sommario. Fausto Corvino (Università di Torino) ha ricordato come il numero dei laureati italiani emigrati sia sempre di più e molti nostri ricercatori lavorino per università straniere. Il giornalista Michele Pilla (Direttore Patrimonio Italiano TV) dirige una tv che racconta gli italiani all’estero che vivono vite normali e le cui storie sono però meravigliose. Ha concluso l’evento la testimonianza di una studentessa che ha preso parte alla ricerca, ponendo l’attenzione sulla posizione lavorativa che spesso non riesce ad essere concretizzata in Italia. “Non so dove mi porterà il futuro ma spero di restare una risorsa preziosa per il mio Paese”, ha commentato la studentessa. (Simone Sperduto/Inform)

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