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“Italiani di Libia 1970-2020”, al Senato il ricordo del 50° anniversario del rimpatrio della collettività italiana dal Paese nordafricano

EVENTI

 

(foto fonte Senato)

ROMA – A Palazzo Giustiniani del Senato si è tenuto il convegno “Italiani di Libia 1970-2020”, in ricordo del 50° anniversario del rimpatrio della collettività italiana dal Paese nordafricano: l’evento è stato presieduto da Pier Ferdinando Casini, in veste di Presidente dell’Interparlamentare Italiana, ed è stato introdotto dal Presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati. I lavori hanno visto quindi l’intervento del Ministro degli Affari Esteri, Luigi Di Maio, mentre la relazione storica è stata affidata al giornalista Paolo Mieli; sono seguiti gli interventi del Presidente dell’Istituto Luce, Roberto Cicutto, e di Giovanna Ortu, Presidente dell’AIRL (Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia). L’evento si è concluso con la proiezione de “Il mare della nostra storia”, un documentario dell’Istituto Luce, diretto da Giovanna Gagliardo, che racconta le vicende degli italiani in Libia. “La presenza del Presidente del Senato e del Ministro degli Esteri in questo evento è segno del livello di attenzione verso le vicende degli italiani in Libia, uno scenario critico e ancora attuale per gli impegni internazionali del nostro Paese. Chi non coltiva la memoria non può avere futuro: chi ha dimostrato un grande ed encomiabile attaccamento all’italianità in questi anni è Giovanna Ortu”, ha affermato in apertura dei lavori Pier Ferdinando Casini.

“Questo è un importante momento di riflessione sugli italiani di Libia, nell’anno in cui ricorre il 50° anniversario del decreto ufficiale con il quale più di 20 mila italiani vennero espulsi dalla Libia. Ritengo doveroso approfondire una pagina di storia per troppi anni dimenticata, in una terra che tuttora ha un impatto strategico per i Paesi del Mediterraneo, a partire proprio dall’Italia”, ha commentato il presidente del Senato, Elisabetta Casellati, menzionando il lavoro svolto negli anni dall’Associazione Italiana Rimpatriati dalla Libia, da sempre in prima linea per le migliaia di famiglie italiane che, dalla sera alla mattina, persero diritti, case ed affetti. “Una terra, quella libica, che nel secolo scorso ha visto alternarsi fasi di guerra e pacificazione, clima di paura e di speranza. Così come ha visto la convivenza di cattolici, ebrei e musulmani”, ha aggiunto Casellati parlando della bellezza del documentario. In sostanza è la cronistoria della vita reale che si è respirata in Libia in oltre un secolo di rapporti con il nostro Paese, attraverso le testimonianze dei protagonisti e dei loro discendenti. “E’ una chiamata al dovere della memoria questa ricostruzione della lunga e travagliata storia degli italiani di Libia: essa, dopo la fase coloniale, si intreccia con gli equilibri di una delle aree più tormentate del pianeta, centro di interesse dei grandi gruppi industriali ed energetici. Nel 1970, già nei mesi precedenti alle espulsioni, quindi sin dall’insediamento del regime di Gheddafi il travaglio degli italiani era stato caratterizzato da una condizione al limite della sopravvivenza: tra confische dei beni (40 mila ettari di terra e 1700 case), chiese trasformate in moschee. Negli anni successivi c’è stata poi una mancanza del riconoscimento storico, morale e simbolico”, ha aggiunto Casellati parlando di parallelismi con il dramma delle foibe e dell’esodo lungo il confine nordorientale anche per la difficile accoglienza, a volte negata, di migliaia di persone nel ritorno forzato in Italia.

E’ quindi intervenuto il Ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, di ritorno proprio da Tripoli e da Bengasi. “E’ importante per me essere con voi oggi per rendere un doveroso omaggio alla memoria degli italiani di Libia nel cinquantenario della traumatica cacciata dal Paese, dove molti erano nati e cresciuti. Una vicenda che affonda le radici nel legame umano, storico e geografico tra due Paesi e due popoli e che è ben descritto nel documentario. Un legame che continua, nella misura in cui vede l’Italia impegnata con la comunità internazionale a cercare di arrestare un conflitto dilaniante e contribuire ad un futuro di stabilità per la Libia. E’ stata una cacciata traumatica eseguita sbrigativamente – ha spiegato Di Maio – e ostentata nelle cifre sbandierate da Gheddafi: il 18 ottobre 1970 ci sono stati oltre 12 mila espulsi, depositi bancari congelati e proprietà di ogni genere confiscate. La rivalsa contro gli ex colonizzatori era la carta che il giovane regime aveva deciso di giocare per mantenere unito il popolo libico intorno alla cosiddetta rivoluzione. Gli italiani rimasti in Libia, alla fine degli anni ’60, erano circa 20 mila rispetto agli oltre 112 mila del censimento del 1936 e ai 40 mila del 1947. I nostri connazionali rappresentavano un asse portante dell’economia del Paese”, ha aggiunto Di Maio promettendo il restauro del cimitero monumentale italiano di Tripoli che, a seguito della rivoluzione del 2011, è stato vandalizzato ripetutamente. “La memoria è parte fondante di una società ed il mio augurio è che i fondi riconosciuti dal Governo all’Associazione degli Italiani Rimpatriati dalla Libia possano favorire l’istituzione di una fondazione che mantenga vivo il ricordo e promuova studi di ricerca; non dimentichiamo che la nostra lingua occupa tuttora un posto molto importante in Libia ed auspico che possa essere scelta come terza lingua dopo l’arabo e l’inglese”, ha precisato il Ministro parlando dell’attuale situazione di crisi. “Il dovere dell’Italia nella comunità internazionale è quello di contribuire a porre fine all’instabilità e gettare le basi per una Libia prospera e democratica, nella consapevolezza che la diplomazia non passa attraverso le soluzioni militari. Ricordo strumenti come la Conferenza di Berlino, la Conferenza Intralibica – che stenta però a partire – e il Forum di Monaco: qui si parlerà di cosa sia stato finora rispettato dei 55 punti di Berlino. Serve necessariamente un consesso internazionale che metta insieme tutte le forze della comunità per arrivare all’obiettivo: l’Unione Europea può avere un ruolo importante di garante per non fare entrare più armi in Libia, perché questo conflitto lo fermiamo se si rispetta l’embargo sulle armi”, ha concluso Di Maio.

Paolo Mieli nella sua ricostruzione storica ha voluto ricordare come la presenza italiana in Libia risalga agli inizi del ‘900: un aspetto da non sottovalutare per non incorrere nell’errore di fermare le lancette del tempo alla sola epoca fascista che pure fu “una brutta impresa coloniale combattuta a suon di impiccagioni”, ha spiegato Mieli che ha altresì ricordato una seconda fase della presenza fascista, dalla metà degli anni ’30 con il governatorato di Balbo, che vide invece una gestione coloniale luminosa. “Balbo non applicò nel 1938 le leggi razziali in Libia e lì la comunità ebraica ebbe occasione di crescere. A ridosso della rivoluzione di Gheddafi, invece, i primi ad andarsene dalla Libia furono proprio gli ebrei italiani”, ha sottolineato lo storico con un parallelo tra due epoche e due regimi. Il Presidente dell’Istituto Luce, Roberto Cicutto, si è detto orgoglioso dell’iscrizione nel 2013 dell’archivio storico dell’ente nel Registro delle memorie del mondo Unesco: “questo proprio per la documentazione unica e per fortuna irripetibile degli anni più bui della nostra storia”. Giovanna Ortu, Presidente dell’AIRL, ha chiuso il convegno con un intervento commosso anche per “le parole usate dal Presidente Casellati che hanno restituito una dignità a tanti italiani; anche il Ministro Di Maio ha riempito i nostri cuori con le sue parole riconoscendo le nostre sofferenze. All’Ambasciatore Buccino, invece, vorrei dare l’appuntamento per l’inaugurazione del cimitero di Tripoli”, ha aggiunto Ortu ricordando la prima inaugurazione del 2009. (Inform)

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