ITALIANI ALL’ESTERO
ROMA – I soldati italiani catturati nel corso della Seconda Guerra Mondiale vennero imprigionati in centinaia di campi di concentramento sparsi per il mondo. Gli americani caricarono i prigionieri sulle navi e li portarono al di là dell’oceano in campi negli Stati Uniti dove rimasero stupiti per i grandi spazi aperti e la quantità di cibo. Il pluripremiato documentario “Prisoners in Paradise”, prodotto e diretto dall’italoamericana Camilla Calamandrei, narra le storie poco conosciute di questi uomini. Camilla Calamandrei, origini fiorentine (il padre, il giornalista Mauro Calamandrei, è stato corrispondente americano per L’Espresso, corrispondente culturale dagli Stati Uniti per Il Sole 24 Ore), in una intervista a Umberto Mucci di We the Italians racconta come è nata l’idea del documentario: “Da bambina avevo visitato più volte la mia famiglia a Firenze, ma non parlavo italiano, quindi le conversazioni erano molto limitate. Poi, in un viaggio nei miei primi vent’anni, mio zio (che non parlava inglese e che non era mai stato negli USA durante la mia vita) iniziò a raccontare una storia in italiano: “Quando ero prigioniero in America durante la guerra…” Non avevo idea di cosa stesse parlando. Non avevo mai sentito parlare della sua esperienza come prigioniero di guerra, né sapevo che ci fossero stati prigionieri italiani negli Stati Uniti. iniziai a cercare informazioni nei libri e nei film, ma c’era pochissimo materiale: solo alcuni articoli accademici e un libro di un appassionato di storia, Louis Keefer. Louis fu molto gentile e condivise con me i suoi contatti, permettendomi di iniziare a incontrare prigionieri italiani sopravvissuti in tutto il Paese. Ho lavorato al film per 10 anni: interviste preliminari, ricerche con consulenti storici, raccolta fondi, riprese negli USA e in Italia, ricerca di filmati d’archivio e costruzione della narrazione. Ho intervistato 19 ex prigionieri italiani durante la fase di ricerca, poi ho selezionato quattro prigionieri e due delle loro mogli per le riprese negli Stati Uniti, e tre prigionieri sopravvissuti per le riprese in Italia. Quattro dei protagonisti avevano fatto parte delle Italian Service Units (unità di supporto all’esercito americano), mentre due non collaborarono. Uno dei due che rifiutò, poi si pentì di quella decisione e avrebbe voluto contribuire allo sforzo alleato”. L’intervista integrale è disponibile in inglese e in italiano sul sito di We the Italians. (Inform)