ITALIANI ALL’ESTERO
Dal periodico “La Prima Voce”
L’ex tennista italiano a Mar del Plata per la Coppa Davis Argentina-Italia
MAR DEL PLATA – Questa non sarà una vera e propria intervista, ma un incontro tra amici. Quindi faremo una presentazione e poi, qualche domanda.
GV – Buona sera. Siamo a Mar del Plata, nell’Hotel Costa Galana per l’incontro Coppa Davis tra l’Italia e l’Argentina. Siamo qui con l’ex tennista italiano Nicola Pietrangeli, nato in Tunisia nel 1933 da padre italiano e madre russa.
NP- Ci troviamo in Argentina da parecchi giorni. Abbiamo conosciuto molti italiani e italo-argentini e indubbiamente è come se stessimo a casa nostra, al punto che gli usi, i costumi e le abitudini, sono molto simili alle nostre. L’impatto per me è stato molto positivo. Abituati ad andare in altri paesi come gli Stati Uniti o Canada o altri, lì si sente meno calore, meno trasporto, meno –diciamo – sentire gli italiani… Io sono venuto in Argentina molte volte, talmente tanti anni fa che non me lo ricordo; ma mai a Mar del Plata. Sempre andavo, oltre che a Buenos Aires, a Santa Fe, Mendoza, Córdoba… Quindi l’Argentina me la son fatta quasi tutta. E sono d’accordo con il nostro Team Manager Gianni Daniele che qui probabilmente, scorre più sangue italiano che argentino. Basti vedere come si chiamano gli argentini: hanno quasi tutti un nome italiano. Ed è (come posso dire)… è facile stare qua; non so se mi spiego: è molto facile per noi dato che – come diceva Gianni- ci sono molte similitudini tra il nostro paese e questo. L’unica cosa brutta è che sta molto lontano.
GV- Ecco, noi volevamo sapere della sua esperienza sul tennis, la delegazione, i giocatori…
NP – Beh, io non m’impiccio proprio dei giocatori; già sono tanti. Questo non fa parte dei miei compiti. Io sono piuttosto quello che va a cena con l’ambasciatore; il mio compito è quello di occuparmi di quanto succede fuori dal campo. Il protocollo, dunque.
Sì. In campo ci sono già il Capitano, i coaches ed altri. Il campo in se stesso in questo momento, non fa parte del mio “lavoro”. Non è facile da capire, però la Coppa Davis è una competizione che praticamente è fuori del tempo; è un’altra cosa. Tant’è vero che ci sono dei giocatori di Coppa Davis e dei giocatori che non sono di Coppa Davis perché sono giocatori che a un certo momento non resistono alla pressione che c’è durante l’incontro di questa Coppa. Quando tu giochi il torneo sei te; vinci e perdi e basta. Quando giochi la Coppa Davis, non sei te: rappresenti il tuo paese e quindi tu non sei il nome, tu sei Italia o Argentina, naturalmente. La Coppa ti fa sentire questo peso in più; c’è un peso in più. Per chi non lo sa molto bene, può pensare che sia la stessa cosa: assolutamente no, perché – per esempio – posso dire che a uno dei nostri giocatori, costa cinquanta volte di più di una sconfitta uguale in un torneo. In un torneo chi sei non importa; avrai perso un punto. Ma la responsabilità con la Davis è dieci, mille volte più importante.
Io non voglio vincere per me, ma per l’Italia. Ci sono giocatori che ancora non hanno maturato e se arrivano a un certo livello di performance, si sentono un numero Uno. E ce ne sono che si sentono così. Quindi la responsabilità in queste competizioni è massima. Quando io giocavo alla Davis tutti quelli che giocavamo eravamo sicuri. Io non potevo assolutamente perdere con il numero Due della squadra. È già un punto. Il doppio lo vincevamo sempre; avevamo due punti. Ma gli altri che giocavano con me, non erano sicuri come me di battere il numero Uno. Perciò, quando tu diventi il leader della squadra, cioè il numero Uno della squadra, metti il numero Due che forse può anche sbagliare, mentre il numero Uno non può sbagliare mai.
GV – Lei ha giocato con Adriano Panatta, no?
NP – Ho disputato in Coppa Davis 164 incontri, in singolare e doppio, stabilendo il primato mondiale con 120 successi, senza tuttavia riuscire a conquistarla se non nel 1976 a Santiago del Cile, come capitano non giocatore del quartetto formato da Adriana Panatta, Corrado Barazzutti, Paolo Bertolucci e Tonino Zugarelli, mentre da giocatore ho giocato la finale nel 1960 e nel 1961. Mi ricordo che nel 1959 e 1960 ho vinto il Roland Garros e dopo quello hanno cominciato a chiamarmi il “Campione mondiale sulla terra battuta”, mi ricordo anche che nell’Australian Open sono stato ai quarti di finale nel 1957. Invece nel doppio ho giocato con Orlando Sirola nel 1959 vincendo Roland Garros e nel 1956 la finale del Wimbledon.
GV – Come ha trovato la città?
NP – Io francamente ho solo visto l’albergo, il mare…
GV – E il campo da gioco, è attrezzato? Perché si è parlato moltissimo di ciò.
NP – Io non ho giocato; quindi non lo so. Comunque i primi giorni forse aveva piovuto molto e forse è stato un tantino difficoltoso.
GV – Come è stata la sua vita? Essere nato in Tunisia e poi giocare in Italia…
NP – Quand’ero giovane giocavo a pallone e poi mio padre mi ha un po’ forzato a giocare a tennis. Ma giocavo bene a pallone. Tra parentesi, ho giocato qui a Buenos Aires nella “bombonera” con Carlos Menem quando lui era presidente. E non giocava male, anzi. A quel tempo ho giocato una partita per una beneficenza.
GV – In che anno?
NP – Sarà stato nel 91/92. Come sono arrivato al tennis? Arrivai a Roma a tredici anni. Ho cominciato a giocare a tennis perché volevo viaggiare, ma ho pure giocato al calcio per tre anni con la Lazio che voleva darmi in prestito non mi ricordo dove. Ho avuto fortuna perché ho incominciato a vincere presto. Non avrei mai fatto né il calciatore né il tennista: a me piaceva viaggiare.
GV – Com’è la situazione in Italia per i giovani che vogliono iniziare uno sport?
NP – La situazione è molto florida o lo è abbastanza. C’è la Federazione che appoggia e fa molto. Ci sono molti centri anche estivi perché poi, quando non succede niente di fantastico, si accusa sempre la Federazione. Ma la Federazione non può costruire il giocatore; il giocatore nasce, ma ha anche bisogno di fortuna. La Federazione è stata appoggiata dal CONI (Comitato Olimpico Nazionale Italiano).
GV – Un messaggio per la gioventù?
NP – Giocate a tennis; giocate a un bel mestiere. Poco romantico ma…
GV – Ringraziamo questo grande uomo, e grande curatore dello stile, giocatore di fondo campo, micidiale nei passanti, forte nel rovescio, un po’ meno nel dritto, notevole la sua smorzata, Pietrangeli appartiene a quella categoria di campioni che vincono molto ma non tutto quello che avrebbero meritato. Dotato di un fisico straordinario, Pietrangeli non si sentiva schiavo degli allenamenti, anzi coltivò – anche all’apice della carriera – una grande passione per il calcio (Gustavo Velis – La Prima Voce/Inform)