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Registr. Trib. Roma n.338/2007 del 19-07-2007
INFORMAZIONI DEL GIORNO – NEWS PER GLI ITALIANI ALL'ESTERO

In Aula la discussione generale sulla nuova disciplina della Cooperazione allo Sviluppo

CAMERA DEI DEPUTATI

Illustrato dalla relatrice Lia Quartapelle Procopio il provvedimento di riforma atteso da anni. Ripensato il ruolo e la presenza dell’Italia nel nuovo scenario internazionale. Tra gli interventi quello del vice ministro agli Esteri Lapo Pistelli e del deputato eletto nella ripartizione Europa Guglielmo Picchi (Fi)

 

ROMA – Una riforma che “inciderà sulla proiezione internazionale dell’Italia” quella della disciplina generale sulla cooperazione allo sviluppo illustrata ieri alla Camera dei Deputati dalla relatrice del provvedimento Lia Quartapelle Procopio (Pd), che segnala come essa sia “la riforma più rilevante e certamente la più attesa di quelle che potrà fare probabilmente la Commissione Affari esteri in questa legislatura”. L’obiettivo è far divenire la cooperazione “parte qualificante delle relazioni estere del nostro Paese”, intento cui è associato il cambiamento di denominazione del Ministero degli Affari Esteri in Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

Procopio ha ricordato come “forti cambiamenti del quadro geopolitico” e “gravi criticità connesse alla gestione della cooperazione, oggetto in taluni casi di clamorose vicende giudiziarie” abbiano determinato la necessità di mettere mano ad una riforma attesa da “almeno 15 anni”: la normativa del settore risale in effetti al 1987 ed ha subito nel corso degli anni “interventi normativi più o meno estemporanei” – nel 1993 la cancellazione del Fondo speciale per la cooperazione allo sviluppo, seguita dalla soppressione del Comitato interministeriale per la cooperazione allo sviluppo le cui competenze sono state traslate al Cipe – che, pur cercando di far fronte ai cambiamenti avvenuti e alle criticità richiamate, ne hanno eroso le caratteristiche specifiche.

Si tratta dunque di “una riforma che propone un paradigma rafforzato delle relazioni internazionali, che fa riferimento agli strumenti della cooperazione internazionale come attitudine della nostra politica estera, come previsto anche dai principi della Carta delle Nazioni Unite e della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e dall’articolo 11 della nostra Costituzione”, rafforzamento che “non è passaggio retorico – precisa la relatrice – ma aiuta a ridefinire posizione e attitudine dell’Italia in un mondo multipolare in cui alla competizione e contrapposizione tipiche delle relazioni internazionali della Guerra fredda deve affiancarsi, soprattutto per una potenza media come il nostro Paese, una attitudine cooperativa e il riconoscimento dei principi di indipendenza e partenariato con tutti i Paesi”. Il filo rosso è il superamento della “distinzione tra Paesi ricchi e Paesi poveri”, “riconoscendo una cooperazione tra partner che ha per obiettivo lo sradicamento della povertà, la tutela dei diritti umani, la prevenzione dei conflitti e il rafforzamento delle istituzioni democratiche non solo nel sud del mondo – chiarisce Quartapelle Procopio, – ma mutuamente”. Connesso a tale principio base anche un aggiornamento degli strumenti della cooperazione, “un’infrastruttura sulla quale i principi della cooperazione possano effettivamente procedere”. La relatrice richiama i tre cardini di questa infrastruttura: “la chiara indicazione di una responsabilità politica nella figura del vice ministro per la cooperazione delegato per legge e per legge responsabile del coordinamento delle politiche di cooperazione”, “un’Agenzia che diventa braccio operativo con il riconoscimento di specifiche professionalità per mettere in pratica i progetti di cooperazione” e “un’istituzione finanziaria per lo sviluppo che permette di allargare le possibilità di intervento dell’Agenzia a progetti di finanza per lo sviluppo”. Quest’ultimo “cardine” è un cambiamento apportato nel corso dell’esame alla Camera dei Deputati del testo approvato dal Senato a fine giugno (vedi http://comunicazioneinform.it/si-dellaula-alla-riforma-della-disciplina-generale-sulla-cooperazione-internazionale-per-lo-sviluppo/). Oltre alla responsabilità in materia a carico di un vice ministro, che parteciperà al Consiglio dei ministri senza diritto di voto, è inoltre previsto un Comitato interministeriale che assicura la programmazione e il coordinamento di tutte le attività di cooperazione dei vari Ministeri, l’articolazione di un documento triennale di programmazione e indirizzo che individua le linee generali di indirizzo strategico, un aspetto necessario alla prevedibilità degli interventi, e di una relazione annuale sull’attività di cooperazione svolta nell’anno precedente. Su tale documento triennale e sulla relazione annuale il Parlamento sarà chiamato ad esprimere un parere, così da esercitare un attività di controllo e di indirizzo sulle attività del Governo in materia.

La relatrice segnala anche come il provvedimento disponga il riallineamento degli interventi italiani nel settore a quanto stabilito nel dibattito internazionale, affidando al Consiglio dei ministri l’individuazione di un “percorso di adeguamento degli stanziamenti annuali per la cooperazione allo sviluppo agli impegni assunti a livello internazionale”. “Infine – aggiunge, – proprio per venire incontro all’idea che è cambiato il panorama dentro il quale ci muoviamo, la legge riconosce come attori della cooperazione non più solo le Ong e le organizzazioni internazionali, ma tutta una serie di altri attori che fanno cooperazione, che facevano cooperazione fuori dalla normativa vigente e che oggi sono riconosciuti, sia dalla legge, che dalla possibilità di mettersi in contatto e di collaborare insieme alle iniziative del Ministero”. Rilevato inoltre come il provvedimento sia il frutto della più ampia convergenza ricercata tra le forze politiche, metodo di lavoro che si auspica prosegua nel corso della discussione in Aula.

Nel corso della dibattito sulle linee generali del provvedimento è intervenuto anche il vice ministro agli Esteri Lapo Pistelli che ha ribadito come la legge n. 49 del 1987, pur essendo una “buona legge”, “dimostra ormai i suoi anni”, davanti ad una geografia del mondo mutata, così come mutati sono i soggetti della cooperazione allo sviluppo. “Oggi vi è un sistema ampiamente professionalizzato – fa notare Pistelli, – capace di stare nei circuiti internazionali più complessi e capace di costruire progettazioni in partnership con i Paesi del sud del mondo con modalità che ventisette anni fa non esistevano”. Oltre a ciò, sono cambiati anche i progetti e le modalità di reperimento delle risorse: “oggi mettiamo in piedi sofisticati processi di formazione internazionale, di post-conflitto, insegniamo modelli di agricoltura sostenibili in partnership con Paesi che sono culturalmente pronti a entrare in questo tipo di scambio. E lo facciamo – prosegue il vice ministro – avvalendoci di finanziamenti offerti anche dal privato, che siano fondazioni filantropiche o compagnie private”. La riforma nasce dunque dalla “necessità di riaggiornare complessivamente una fotografia: passiamo – dice – dal bianco e nero degli anni Ottanta al 3D di questo decennio”. Si tratta di una “normale operazione”, ma nello stesso tempo della “più rivoluzionaria che uno possa immaginare, di adeguamento di una macchina unica che in trent’anni è inesorabilmente cambiata”. Adeguamento che ha richiesto in via preliminare una nuova “fotografia” del modo in cui si fa cooperazione oggi, cui si sono affiancati interventi “sui punti scoperti”. Tra essi, Pistelli segnala in particolare quello della governance, definendo l’introduzione di un vice ministro incaricato del settore “una modifica sostanziale all’organizzazione del Governo”, una presenza che nel Consiglio dei ministri egli giudica decisiva in vista di una auspicata coerenza tra le politiche nazionali e principi e progetti della cooperazione. Coerenza “che non è un sostantivo astratto – annota Pistelli, – ma è una precisa categoria internazionale ed è una delle prossime battaglie che tutto il mondo della cooperazione internazionale sta combattendo in questi anni e cioè come fare in modo che magari, accanto a politiche virtuose di cooperazione allo sviluppo, non vi sia con l’altra mano la loro negazione attraverso politiche agricole o commerciali o energetiche che negano il buono che la cooperazione può offrire”.

Il modello configurato con l’indicazione di un vice ministro è dunque per Pistelli il solo percorribile per le condizioni di finanza pubblica del nostro Paese, condizioni che non avrebbero consentito l’istituzione di un Ministero incaricato del settore, e utile a congiungere l’obiettivo strumentale di buon funzionamento della cooperazione a quello “politico di riconnettere la cooperazione alla proiezione internazionale e diplomatica della politica estera di questo Paese”. Contestate anche le critiche formulate nel corso del dibattito nei confronti dell’Agenzia prevista dal provvedimento: “non siamo qui a creare né un baraccone né un carrozzone né a sistemare amici né nipoti, siamo consapevoli che questo modello di riforma riesce o fallisce se l’agenzia è quello strumento agile, professionale che ci permette al pari degli altri di navigare nelle grandi acque internazionali della progettazione, del ricorso alle risorse finanziarie che banche regionali di sviluppo e Unione europea mettono a disposizione – afferma il vice ministro, che si sofferma poi sull’elemento di novità introdotto nel corso dell’iter normativo afferente alla Camera dei Deputati e denominato per semplificazione “Banca per lo sviluppo”. Si tratta di “una patente che noi riconosciamo all’unica banca di sistema pubblico che c’è in questo Paese, che è la Cassa depositi e prestiti, di poter essere accreditata presso le istituzioni finanziarie internazionali e per potere fare quello che altri europei fanno – spiega Pistelli, richiamando il caso della Germania, Paese che si è dotato di una tale struttura per “implementare bene le risorse disponibili e spenderle con efficienza”. “Se ci mancasse questo elemento la nostra riforma sarebbe monca; non erano pronti e maturi i tempi al Senato – rileva Pistelli, – lo sono oggi alla Camera e dunque io ringrazio i colleghi che hanno colto questo spirito e che stanno lavorando anche in queste ore per arrivare a dotare il sistema italiano della nuova cooperazione di una istituzione finanziaria per lo sviluppo”. Il vice ministro chiede dunque il sostegno del Parlamento al provvedimento e alla successiva fase di implementazione della riforma, attraverso gli atti di “normazione secondaria”, e transizione da un modello ad un altro, implementazione che richiederà “per funzionare al meglio anche un impegno nuovo e straordinario in materia di risorse”. Su questo fronte l’obiettivo è il riallineamento “in dieci anni” sino a giungere allo 0,5% di Pil destinato alla cooperazione allo sviluppo, obiettivo “impegnativo e importante per un Paese che ha il Pil delle dimensioni di quello italiano” e per cui è necessario un “impegno pluriennale da mettere nella legge di stabilità quest’anno”. Uno sforzo che sgancerebbe tale obiettivo “dalla contingenza della battaglia parlamentare” sino ad oggi condotta per via di emendamenti. Pistelli richiama infine il tema della “diaspore delle immigrazioni”, discusso anche nel corso del Consiglio informale europeo dedicato allo sviluppo di questi giorni a Firenze, e fornisce un confronto tra le quantità di aiuti stanziati dalla comunità internazionale – 134 miliardi di dollari nel 2013, in crescita rispetto all’anno precedente – e il totale delle rimesse degli emigrati nei loro Paesi di origine – 400 miliardi di dollari. “Le cifre dicono che una dinamica virtuosa fra migrazioni e sviluppo e ruolo delle diaspore può essere un fattore di grande innovazione – avverte Pistelli, riferendosi in particolare alla necessità di superare l’approccio alle migrazioni come “semplice emergenza securitaria da gestire”, in quanto indice di trasformazioni di portata epocale, di “un mondo che ci cade fra le mani”, fatto nel 2050 di un contenente africano che avrà presumibilmente una popolazione tripla di quella europea.

Pistelli giudica quindi il provvedimento “un buon lavoro”, auspicando l’approvazione di una legge “destinata a essere legge di sistema e di struttura al servizio della politica estera di questo Paese e non soltanto di questo Governo, ma dei Governi che verranno”.

Segnaliamo nel corso della discussione generale anche l’intervento di Guglielmo Picchi (Fi), deputato eletto nella ripartizione Europa, che, pur sottolineando di condividere “negli elementi fondanti” il testo di legge illustrato, lamenta la ristrettezza dei tempi di discussione da parte dell’Aula, tempi necessari invece all’approfondimento di tutti gli importanti aspetti di riforma. Tra gli aspetti positivi della norma, Picchi rileva la finalità di coordinamento della cooperazione decentrata “da sempre caratteristica importante della nostra cooperazione”. “Questo provvedimento di riforma fa sicuramente dei passi da gigante, che noi condividiamo: tutto viene riportato sotto una regia unica, per cui anche gli interventi di cooperazione decentrata saranno finalmente coordinati – afferma il deputato di Forza Italia, rilevando come tale coordinamento di risorse, attori e idee sia necessario “affinché la cooperazione italiana non sia più solo e semplicemente uno strumento di aiuto, peraltro importante, a certi Paesi in via di sviluppo ma diventi sempre di più e sempre meglio un pezzo integrante e importante della nostra politica estera”. Cooperazione unita dunque alla tutela “dei nostri interessi geopolitici e geostrategici”. Perplessità vengono invece espresse sull’Agenzia, vista con favore “se si tratta di allinearci al modello di altri Paesi europei”, ma non se si rivela un modo per mascherare “incapacità diffuse di diffusione della nostra cooperazione nel mondo”, e sull’individuazione della Cassa depositi e prestiti come “l’unico attore autorizzato dal Governo ad operare nell’ambito della cooperazione”, una soluzione che Picchi giudica “estremamente limitativa”. Egli ricorda come in Commissione Affari Esteri fosse emersa, esaminando il testo, la necessità di “ampliare lo spettro degli attori che avrebbero potuto operare nell’ambito del Fondo rotativo della cooperazione” e contesta la modifica ora apportata in seguito al parere della Commissione Bilancio. “La Cassa depositi e prestiti fa ogni tipo di attività, però, sul punto specifico della cooperazione non è certamente l’attore più preparato, più forte per poter assolvere questo compito – afferma il deputato forzista, ricordando anche la possibilità di una futura privatizzazione dell’istituto.

Positiva invece la possibilità introdotta dal provvedimento per i soggetti che hanno scopo di lucro di poter essere considerati come attori del mondo della cooperazione e dei progetti di cooperazione. “I fondi pubblici sono nella sostanza un bene sempre più raro, un bene che è diventato scarso, e in quanto tale, non è che si può pensare di aumentare la portata della nostra cooperazione – afferma Picchi, che rileva però come sia necessario corredare tale indicazione con agevolazioni di carattere fiscale per tali soggetti, annunciando la presentazione di un emendamento ad hoc “per far sì che gli investimenti destinati alla cooperazione, entro determinati limiti, possano essere oneri deducibili dal reddito di impresa”. Tra i miglioramenti auspicati da Picchi anche l’istituzione di un “un fondo specifico di cooperazione da creare nell’ambito del bilancio dello Stato” e l’inclusione tra gli attori della cooperazione del sistema camerale – anche sulla possibilità che le Camere di commercio possano essere considerate attori di cooperazione viene annunciato un emendamento. Positivo infine, il coinvolgimento tra gli attori della cooperazione delle associazioni di immigrati che vogliono mantenere, tramite il progetto di cooperazione, rapporti con il proprio Paese d’origine. (Viviana Pansa -Inform)

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