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Il presidente della Repubblica ricorda a Partanna il 50° anniversario del terremoto della Valle del Belìce

 MEMORIA

Mattarella: Al centro delle esigenze non può che esservi la determinazione di adoperarsi per la sopravvivenza delle identità, della cultura del luogo colpito

PARTANNA – Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha partecipato ieri a Partanna (Trapani) alla cerimonia di apertura delle celebrazioni del 50° anniversario del terremoto della Valle del Belìce. Dopo i saluti del sindaco di Partanna e coordinatore dei sindaci della Valle del Belìce, Nicolò Catania, e del presidente della Regione Sicilia, Sebastiano Musumeci, sono state consegnate alcune targhe alla memoria di persone che si distinsero in occasione del tragico sisma per l’aiuto prestato alle popolazioni terremotate.  In particolare i riconoscimenti sono stati consegnati alla memoria dei vigili del fuoco Giuliano Carturan, Savio Semprini, Alessio Mauceri e Giovanni Nuccio, dell’appuntato dei carabinieri Nicolò Cannella e di don Antonio Riboldi, allora parroco di Santa Ninfa. A questi si è aggiunto un riconoscimento a Ivo Soncini, il vigile del fuoco che per primo soccorse ed estrasse dalle macerie Eleonora Di Girolamo, la piccola che morì alcune ore dopo il salvataggio, assurgendo a simbolo di quel tragico giorno di cinquanta anni fa.

Nel suo intervento Mattarella ha ricordato che quello del Belìce fu il primo terremoto devastante del dopoguerra. Otto anni dopo avvenne quello del Friùli. Le caratteristiche geo-morfologiche del nostro Paese non ci hanno risparmiato una serie di cataclismi che hanno accompagnato le vicende del nostro popolo anche in questi ultimi decenni:  in Irpinia, Basilicata, Umbria, Marche, Abruzzo, Emilia Romagna e Lazio. Via via si sono affinate capacità previsionali e di pronto intervento, superando lo stato di impreparazione di allora rispetto alle emergenze, sino all’attuale modello. Nel 1970, due anni dopo il terremoto, intervenne la prima legge sulla protezione civile.

La Valle del Belìce qui, oggi, ricorda le sue tante vittime, l’accidentato percorso della ricostruzione, la fatica accompagnata al tormento delle scelte di vita personale e di quelle complessive delle popolazioni colpite. Al disastro naturale in questi centri si aggiunse un ulteriore danno sociale, che non si riuscì a evitare, e che toccò famiglie e comunità, con episodi di emigrazione verso il Nord Italia e verso l’estero che coinvolsero migliaia di siciliani. Un ulteriore dissanguamento per queste terre.

Il capo dello Stato ha poi affermato che qui, a mezzo secolo di distanza, si misura  come non basterà mai, nelle tragedie della natura, la lena dei soccorritori, la generosità dei donatori, l’impegno delle istituzioni, la laboriosità dei cittadini, a colmare un vuoto, a ricostruire l’anima di un luogo, a indicare un futuro. Tutto questo è indispensabile ma rappresenta una premessa. Al centro delle esigenze non può che esservi la determinazione di adoperarsi per la sopravvivenza delle identità, della cultura del luogo colpito.

La risposta elaborata da parte delle pubbliche autorità intendeva essere ambiziosa: non solo provvedere alla semplice ricostruzione delle case e dei paesi distrutti, ma avviare politiche di sviluppo che valessero a sottrarre la Valle del Belìce alla sua condizione di ritardo. L’equilibrio tra funzione dello Stato, funzione della Regione, ruolo ed effettiva partecipazione alle scelte da parte della popolazione locale, non si è sempre composto in modo armonioso e positivo, gravando sulla efficacia degli interventi. Profonde le trasformazioni: interi paesi riedificati in nuove aree, con architetture e scelte urbanistiche figlie di visioni nuove, talvolta con l’aspirazione ad affidare all’arte la ricerca di una identità proiettata verso la modernità. Accanto alle rovine abbandonate, a villaggi fantasma che si stagliano all’orizzonte, si sono aggiunti, non senza sofferenza, centri abitati della ricostruzione, luoghi nei quali non è sempre stato facile riconnettere i legami delle collettività così duramente percosse, ricollocandovi appieno le identità perdute.

Oggi facciamo memoria del passato, e, insieme, vogliamo ricucire gli elementi della storia di comunità allora lacerate dal terremoto. Intendiamo confermare l’aspirazione alla vita e la volontà di famiglie e di popolazioni così pesantemente segnate cinquant’anni addietro e che, tuttavia, hanno trovato e trovano, in sé, le forze necessarie a sconfiggere un evento che sembrava pretendere rassegnazione. Nei giorni scorsi alcuni sindaci del Belìce hanno detto: stiamo costruendo il futuro. Questa affermazione non è soltanto un messaggio di rassicurazione ma manifesta orgoglio protagonista, determinazione per lo sviluppo della vita di queste comunità, convinzione di poter superare, con il necessario sostegno della comunità nazionale, le difficoltà che rimangono nel presente. Quelle parole manifestano ragionevole, fondata fiducia nel futuro. E’ un messaggio  – ha concluso Mattarella – che tengo a condividere con tutti voi. (Inform)

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