ITALIANI ALL’ESTERO
Da “La Prima Voce” di Mar del Plata
MAR DEL PLATA – Sul numero precedente de “La Prima Voce” (v. Inform del 19 maggio, http://comunicazioneinform.it/il-museo-municipale-jose-hernandez-di-mar-del-plata/) abbiamo iniziato a parlare del Museo Hernández che si trova alla “Laguna de los Padres”. Oggi vogliamo continuare, dopo aver visitato il Museo per offrirvi uno sguardo diverso, sia della storia che di quello che si sente dopo esservi stati.
La prima cosa che ci colpì – scendendo dall´autobus che portava all´entrata del Museo – è stato il respiro di un´aria fresca, pulita, amichevole: un vero contrasto con l´aria di città. Il verde ovunque, gli alberi che segnavano il sentiero verso l´entrata del museo, l´ultima e ampia dimora della costruzione di quello che fu un villaggio di indiani convertiti al cristianesimo e che, nel 1999 incominciò a far parte del Vescovado locale (“Reducción del Pilar”). L´accoglienza: prima, della guardia di sicurezza, poi – e più avanti – di una gatta incredibilmente socievole ed esageratamente affettuosa come un altro suo compagno che stava rannicchiato su una sedia, al calduccio della segreteria.
Poi vennero le presentazioni : la Signora Andrea Basualdo, caporeparto del Museo, ci ricevette con la cordialità che non sempre la si incontra nelle città. Perché? Perché al “campo” si apprende un sapore di cose antiche, di ricordi di un passato innocente… Ed è bello guardare il cielo (quando la giornata è soleggiata e limpida o meno); quel bel cielo di un celeste generoso e calmo, che fa volare il pensiero perdendosi nel nulla.
Ci racconta la Signora Basualdo che il Museo dipende dalla Segreteria di Cultura, e la sede di questa Segretaria sta nella Villa Vittoria ( Il Segretario è il Signor Leandro Laserna). A quel tempo (anno 1997) lei lavorava alla Villa ed era a carico del Servizio Educativo: si dedicava a far visite alle scuole e lì rimase fino l´anno 2004. Dopo venne inviata alla Segreteria di Cultura, all´ufficio programmazione artistica e nel 2008 ritornò al Museo.
La Signora Basualdo ci fece poi accompagnare per vedere tutte le cose che erano esposte dentro al Museo: ceramiche fatte dagli indigeni (tutte lavorate a mano e cotte a cielo aperto, lance, punte di lance appuntite, pezzi archeologici importanti, l´abbigliamento sia degli indigeni come dei “gauchos” , i diversi tipi di “boleadoras” (una con una sola pietra, l´altra con due e una terza con tre, e tutte e tre, messe assieme con corde utilizzando del cuoio). Poi ancora la cucina: remoti retaggi di utensili come la cucina economica in ferro, pentoloni (anch´essi pesanti e in ferro) in cui profumavano le più tradizionali pietanze; brocche in metallo per la cioccolata che usavano prendere i signori al tempo delle feste patriottiche, il sistema di riscaldamento: tutto un insieme di cose genuine al tempo del XIX secolo. E magari uno sente certa nostalgia, non delle comodità dei nostri giorni, bensì di quel candore in famiglia e di un ordine più o meno stabile… Sarà vero che ogni tempo passato fu migliore? È una domanda che rimarrà senza risposta.
Ed ora ritorniamo alla sua fondazione. Il nostro muto intervistatore, il Museo, pur avendo una vita diversa da quella degli esseri umani, il solo suo corpo (la sua struttura) è stato fondato l´11 marzo del 1960 dall´Associazione Museo Tradizionalista “José Jernández”, al fine di sviluppare un lavoro culturale orientato al sostentamento delle tradizioni argentine, particolarmente quelle della provincia di buenos Aires.
Al giorno d´oggi dipende dal Municipio di “General Pueyrredón”. Il suo principale obiettivo è quello di render conto della sua storia rurale e della nostra regione, a partire da quegli oggetti e documenti che sono stati valutati grazie alle ricerche e alle investigazioni, ed al rilevamento di testimoni verbali appartenenti agli uomini e donne che hanno svolto il loro lavoro nell´ambiente rurale, così come da parte delle famiglie proprietarie di quelle tenute agricole della zona.
Come già riferito,l´edificio del Museo appartiene al ”casco”/dimora dell´antica tenuta agricola “Laguna de los Padres”, costruito verso il 1882.
E adesso parliamo della sua storia alla “Laguna de los Padres”.
La storia indigena pampeana ( o della “Pampa” ) ha inizio con l´arrivo dei primi europei al “Río de la Plata”. Le società indigene cominciarono a mettere in atto una profonda trasformazione sia nella loro economia, sia nelle loro idee. Indigeni ed europei non ebbero un buon rapporto; anzi erano in conflitto dato che l´interesse dei primi arrivati in queste terre fu quello di dominare la popolazione ed il territorio degli indigeni.
Nel XVI secolo, i “mapuches” o gli “araucanos” del Cile cominciano a installarsi nel territorio argentino. A poco a poco vi rimasero e la loro lingua, il “mapuche”, si generalizzò tra le tribù; cosí accadde con i loro costumi: l´argenteria, i tessuti e lo stile decorativo della ceramica.
A metà del secolo XVIII arrivarono in questa regione i monaci della “Compañia de Jesús” con il fermo obiettivo di installare una missione. A sud del fiume Colorado, i gesuiti tentarono di stabilire tre missioni; ciononostante, il soggiorno dei sacerdoti in regione fu breve.
Verso il 1746 il missionario spagnolo José Cardiel e l´inglese Tomás Falkner, fondarono la missione “Nuestra Señora del Pilar de Puelches”. Poco più tardi fu il momento di un´altra dal nome “Nuestra Señora de los Desamparados”.
Durante il breve soggiorno dei “toldos” indigeni (tende) sul posto, i gesuiti si davano alle loro pratiche religiose battezzando i bimbi e celebrando la messa in lingua spagnola.
Il caccicco Cangapol, dagli spagnoli nominato “Il Bravo”, attaccò e distrusse la missione “Nuestra Señora de los Desamparados” nel febbraio 1751. Poco dopo, le minacce del potente indigeno obbligarono gli abitanti ad abbandonare il Pilar.
Ci vollero decine d´anni del secolo XIX perché i successivi governi provinciali e nazionali riuscissero a spostare le popolazioni indigeni da questi territori.
Gli indigeni dovettero rimuovere le loro “tolderías” (gruppi di tende) verso terre dell´ovest. Ad ogni modo, non rimasero in attesa di perdere i loro territori: ci furono azioni militari dei lancieri indigeni confrontati all´esercito, invasioni, saccheggi, attacchi, incendi, distruzione delle popolazioni di frontiera… (Luciano Fantini – La Prima Voce /Inform)