CENSIS
ROMA – Che fine ha fatto l’integrazione? La provincia italiana in cui l’integrazione dei migranti sembra essersi realizzata meglio e di più è Vicenza, che occupa la prima posizione della classifica elaborata dal Censis per il 52° Rapporto sulla situazione sociale del Paese, presentato oggi a Roma. Seguono altre province del Nord e del Centro, come Brescia, Pesaro e Urbino, Bergamo e Pistoia. Nelle prime 20 posizioni non compare neanche una provincia del Mezzogiorno. La prima è Teramo, che si trova in 33ª posizione. La posizione geografica e la dimensione della comunità di accoglienza sembrano essere i due driver principali che hanno guidato i processi d’integrazione sul territorio. Il ranking dell’integrazione economica colloca al 1° posto Prato, dove la propensione all’imprenditorialità dei cittadini cinesi consente loro di conseguire redditi e patrimoni consistenti. Il ranking dell’integrazione sociale è guidato da Trieste, seguita da Biella e da Genova (è questa l’unica dimensione in cui si affacciano nelle posizioni di testa le grandi aree urbane). Il ranking dell’integrazione demografica colloca Brescia al 1° posto, seguono Bergamo, Lodi, Vicenza, Cremona, Bolzano e Treviso.
Le famiglie residenti in Italia che si trovano in condizione di povertà assoluta sono 1.793.000, pari al 6,9% del totale (nel 2016 erano il 6,3%). Nell’ultimo anno sono aumentate del 10,6%. Le famiglie di soli stranieri che versano in condizione di miseria sono 455.000 (il 29,2% del totale): una famiglia di stranieri su 3. Negli ultimi 4 anni, a fronte di una crescita media del 22% delle famiglie in stato di grave indigenza, le famiglie italiane povere sono cresciute dell’11,5%, le famiglie di soli stranieri sono cresciute del 20,6% e quelle miste addirittura del 183,1%. Ancora più preoccupanti sono i dati relativi agli individui a rischio di povertà relativa. In Italia sono il 17,5% dei nativi (media Ue: 15,5%), il 28,9% degli stranieri comunitari (media Ue: 22,3%) e il 41,5% dei cittadini non comunitari (media Ue: 38,8%). Negli ultimi 10 anni, mentre i cittadini italiani in situazione di povertà relativa sono stazionari, gli stranieri comunitari a rischio sono aumentati del 13,6% e i non comunitari del 12,7%. Nello stesso periodo, in Europa i nativi a rischio di indigenza sono stabili, i cittadini comunitari si sono ridotti dell’8,7%, i cittadini non comunitari sono aumentati del 9,9%. Solo la Spagna presenta un quadro peggiore di quello italiano, con a rischio di povertà il 17,8% dei nativi, il 38,9% dei cittadini stranieri comunitari e il 52% di quelli non comunitari.
Nel 2016 i permessi per motivo di lavoro sono stati 12.873, pari al 5,7% del totale. Per avere un’idea di quanto si sono ridotti, basti pensare che nel 2010, quando la crisi economica era già in corso (ma c’era appena stata una regolarizzazione), erano stati 358.870, pari al 60% del totale. Nel 2011, al netto degli effetti della regolarizzazione, scendono a 124.544, per poi continuare a calare di anno in anno. Per un migrante entrare in Italia per lavoro è diventato praticamente impossibile: alla crisi economica ha corrisposto una riduzione degli ingressi previsti dal Decreto flussi e la fine delle sanatorie. Il rischio è che un aumento dei controlli e un restringimento della normativa portino a una situazione nella quale il nostro Paese apparirà desiderabile solamente per una ridotta porzione di migranti: le persone più deboli dal punto di vista economico e sociale. La conferma viene dai dati relativi al livello di istruzione dei cittadini stranieri non comunitari che vivono nei diversi Paesi europei, da cui risulta che l’Italia si trova all’ultimo posto, con una quota del 61,5% con un basso livello di istruzione (al massimo la scuola secondaria di primo grado), a fronte di una media europea pari al 46,2%. In Spagna la percentuale è del 54%, 51,3% in Francia, 49,8% in Grecia, 49% in Germania. In Irlanda solo l’8,1% dei cittadini non comunitari residenti ha un basso livello di istruzione e nel Regno Unito la quota è pari al 17,1%. (Inform)