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INFORMAZIONI DEL GIORNO – NEWS PER GLI ITALIANI ALL'ESTERO

Il cantiere della democrazia e i diritti delle donne

ASSOCIAZIONI

Dalla Newletter della Federazione Colonie Libere in Svizzera

ZURIGO – «Finché le donne non possono votare, la Svizzera non è una democrazia»: questa frase è scritta su uno striscione tenuto da due donne in una vecchia foto scelta dalla Commissione Federale per le Questioni Femminili (CFQF) per celebrare il 50° anniversario del suffragio femminile in Svizzera. Una storia centenaria di lotte delle donne per il diritto di voto che la CFQF illustra con fatti e cifre sul suo sito.

Il 7 febbraio 1971, grazie al 65,7% di uomini che votarono sì, 12 donne entreranno a far parte del parlamento: undici consigliere nazionali e una consigliera agli stati. Gli uomini di Appenzello Esterno approveranno, a scarsa maggioranza di levata di mani, il suffragio femminile cantonale nel 1989. L’anno seguente nell’Appenzello Interno sarà il Tribunale federale a «imporre» alle donne e agli uomini del cantone il diritto, o meglio, il «dovere» di votare. Se si prende alla lettera lo slogan scelto dalla CFQF, potremmo dire che la Svizzera è una democrazia giovane.

E se prendessimo in considerazione anche le donne nate e vissute in Svizzera con passaporti esteri? E le lavoratrici arrivate nel dopoguerra che hanno scelto di rimanere? La Svizzera è una democrazia, ma con paradossi e contraddizioni.

L’emigrazione italiana in Svizzera, fino alla metà degli anni 50, è un fenomeno femminile. Le donne maggiorenni arrivano con lo statuto di cittadine: nel 1946 avevano già votato nelle consultazioni amministrative e politiche. È un diritto conquistato dopo una battaglia centenaria. La stessa delle donne svizzere, che però hanno guadagnato il suffragio solo con le votazioni federali del 1971, dopo la sconfitta del 1959. Le italiane arrivate in Svizzera avevano nel loro bagaglio di cittadine italiane diritti sociali che non hanno ritrovato in Svizzera. Una legge tutelava la maternità delle italiane fin dal 1950, nel 1971 sarà statuito il congedo maternità, le svizzere dovranno aspettare il 1998.

In Svizzera l’uguaglianza di genere sarà inscritta nella costituzione nel 1981. La costituzione italiana nel 1948, oltre alla parità di genere, introduce anche quella salariale; all’articolo 37 si legge: «La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore». Si pensi che in Svizzera il diritto di famiglia fino al 1988 prevedeva che le donne potessero scegliere di lavorare solo con il consenso del marito. Dal 1979 la Convenzione ONU sui diritti delle donne CEDAW sancisce l’obbligo del principio di parità a livello internazionale, la Svizzera l’ha sottoscritta nel 1997. Ma le discriminazioni persistono, non c’è ancora la parità salariale, né le pari opportunità, le donne sono vittime di violenza domestica, l’accesso a cariche dirigenziali e politiche è ancora a livelli insufficienti.

Come spiegare questi ritardi in uno dei primi paesi al mondo ad aver aperto le porte dell’università alle donne? Università in cui le prime donne ad insegnare sono state delle migranti. Perché in un paese che si vuole paladino della democrazia, la lotta per la parità in tutti i campi non è al primo posto nell’agenda politica di uomini e donne? È del 15 marzo la notizia che il Consiglio degli Stati in Svizzera, ha approvato l’innalzamento dell’età pensionabile delle donne da 64 a 65 anni, in nome del risparmio per il sistema previdenziale AVS. Ma la parità dell’età pensionabile corrisponde non alla parità salariale. E il lavoro di cura svolto a titolo gratuito dalla maggioranza delle donne nel corso della loro vita?

Una delle possibili cause del ritardo del suffragio femminile in Svizzera è la democrazia diretta che si regge sul federalismo: la partecipazione politica delle donne ha dovuto affermarsi prima sul piano locale. I rifiuti alle proposte municipali e cantonali sono stati innumerevoli. Tuttavia come negare le resistenze sul piano culturale? A scorrere le pagine dei vari dossier pubblicati in occasione del 50°, ci si rende conto della portata storica e politica delle lotte delle donne per i loro diritti. Una storia fatta da donne visionarie che dalla fine dell’Ottocento hanno lottato da e su diversi fronti, con diverse appartenenze politiche, religiose, di classe.

Recenti studi dimostrano che gli impulsi al cambiamento sociale, e all’impegno politico, sono stati spesso innescati da esperienze migratorie, di donne e di uomini. Il ruolo delle donne in generale, e delle donne migranti in particolare, nella fabbricazione e rivendicazione dei diritti, è spesso trascurato, se non addirittura negato. La storiografia nazionale ha dato rilievo all’esperienza delle migrazioni femminili in Svizzera solo recentemente; giovani docenti e ricercatrici hanno fatto riemergere dagli archivi esperienze trascurate per anni dagli storici.

Nel Manifesto della donna emigrata del 1975 le donne delle Colonie Libere Italiane rivendicavano i diritti delle lavoratrici, di tutte le lavoratrici, non solo italiane: equità salariale, congedo maternità, riduzione delle ore di lavoro, abolizione dello statuto di stagionale, diritto ad alloggi adeguati, diritto alla formazione professionale, creazione di asili nido, diritto di voto in Svizzera e maggiore rappresentatività nelle strutture degli italiani all’estero. Le donne delle CLI hanno lottato contro la selezione scolastica e per un accesso agli studi superiori dei propri figli e delle proprie figlie. Le donne delle Colonie Libere Italiane, portatrici di visioni politiche, di competenze sociali trasversali, hanno preso coscienza dei propri livelli di diversità e ne hanno fatto materia per dialogare, costruire ponti con altre donne e con la società svizzera. Prendere coscienza del diritto di abitare il mondo, un diritto universale e condiviso, è il fondamento del vivre ensemble, della democrazia.

Il cantiere della democrazia è sempre aperto, mettiamoci al lavoro. (Morena La Barba*/Inform)

*ex presidente della CLI di Losanna. professore a contratto all’Università di Ginevra

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