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INFORMAZIONI DEL GIORNO – NEWS PER GLI ITALIANI ALL'ESTERO

Goffredo Palmerini – L’Italia che vorrei

LETTERATURA

Dal Messaggero di sant’Antonio per l’estero, novembre 2020

Nel suo ultimo libro Italia ante Covid, lo scrittore abruzzese compie un’analisi lucida e provocatoria di contraddizioni e potenzialità del nostro Paese

Giornalista e scrittore con un passato di dirigente pubblico e amministratore al Comune dell’Aquila, Goffredo Palmerini è uno studioso di fenomeni migratori. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali tra i quali il Premio Giornalistico «Maria Grazia Cutuli» e il Premio «Europa e Cultura». Il suo nuovo libro-rivelazione, Italia ante Covid (One Group Edizioni) è un’indagine in filigrana di ciò che siamo, senza mai indulgere ai luoghi comuni.

Msa. Che futuro ha l’Italia?

Palmerini. La classe politica che il Paese si ritrova in questa congiuntura, pur in presenza di diverse personalità di valore, in molti casi ha scarsa cultura di governo, ma grande supponenza. Un mix che alimenta la stagione populista, demagogica e semplicistica che stiamo attraversando. Non vedo grandi statisti in questo periodo. E infatti manca quella «visione» di Paese che, in forza di un chiaro progetto di futuro, faccia intraprendere scelte coraggiose e lungimiranti, pensate guardando alle generazioni che verranno. Siamo come dopo la Seconda Guerra mondiale, con la differenza che allora una visione di Paese le forze al governo l’avevano, e c’era una forte tensione morale per ricostruire l’Italia. Ora non più. Tuttavia, la nostra storia spesso ci ha riservato sorprese. Molto dovrebbe insegnarci l’epopea della nostra emigrazione: lo spirito, la determinazione, la visione di futuro che ha animato ogni nostro connazionale in terra straniera per costruire il suo riscatto. Così come fanno i nostri giovani che mettono in campo, all’estero, il loro ingegno e il loro talento, spesso con risultati che il loro Paese d’origine non gli ha consentito di sperimentare.

Tra i personaggi e le vicende che il suo libro evoca, chi l’ha colpita di più?

Il mio libro è dedicato a Mario Fratti, aquilano che vive a New York dal 1963, uno dei più grandi drammaturghi viventi. La sua è la storia di chi ha tenacemente creduto nelle proprie possibilità. «Persistere, persistere, persistere»: questo egli usa ripetere ai giovani che vanno a trovarlo, nei quali vede talento, e ai quali indica un futuro che si costruisce con l’impegno e la fiducia in se stessi. La sua è la storia di uno scrittore troppo avanti rispetto alla cultura del suo Paese negli anni ’60, ma apprezzato in America dove gli fu subito offerta una cattedra alla Columbia University. Finché è diventato uno degli autori di teatro più fecondi e originali, negli States e nel mondo. Oggi è un giovane di 93 anni che elargisce entusiasmo, voglia di vivere e di lottare in favore degli ultimi, affascinato dalla testimonianza di papa Francesco.

Il «suo» Abruzzo è anche la terra devastata dal terremoto del 6 aprile 2009. C’è una normalità che la gente è riuscita a ritrovare?

Se c’è un segno distintivo nella gente dell’Aquila e degli altri centri colpiti dal terremoto, oltre la compostezza e la dignità, è la resilienza. Una capacità di rinascere che attraversa quasi otto secoli di storia della città capoluogo d’Abruzzo. Sono almeno cinque i terremoti devastanti dai quali è risorta. Certo, esistono tuttora problematicità, specie riguardo la ricostruzione sociale ed economica per le comunità colpite dal sisma. Ma la ricostruzione materiale sta andando avanti abbastanza bene. Ci vorrà ancora tempo per recuperare una normalità di vita in queste comunità, fin quando le attività economiche non potranno riprendere il cammino, secondo vocazioni nuove che diano prospettive di lavoro ai giovani, altrimenti destinati a cercare altrove il loro futuro.

La cultura italiana, l’arte, la bellezza come valore estetico declinato nel design, nell’artigianato, ecc. sono il nostro «petrolio». Eppure sembra che non riusciamo a sfruttarlo fino in fondo. Perché?

Il nostro limite è quello di non pianificare adeguatamente i processi, e di non perseguirli con continuità. Ma per capitalizzare il nostro patrimonio occorrono politiche di lungo respiro, non iniziative episodiche. Ci sarebbe molto da fare per promuovere l’italianità nel mondo, a cominciare dal conoscere a fondo le nostre comunità all’estero e la storia della nostra emigrazione. Ci si renderebbe conto che, a fronte di una delle più grandi diaspore della storia dell’umanità con quasi 30 milioni di italiani emigrati in un secolo o poco più, abbiamo ora un’altra Italia, oltre confine, di 80 milioni di oriundi che amano il nostro Paese forse più di noi. Una vera risorsa per la promozione dell’Italia se si volesse fare sistema tra le nostre comunità nel mondo. Sarebbero i nostri migliori ambasciatori.

I suoi libri scaturiscono dal bisogno di non disperdere esperienze e valori. Come si salva l’identità italiana e italofona?

Questo libro, come gli altri otto precedenti, racconta anche la provincia italiana, le piccole città e i centri minori, spesso autentici scrigni d’arte e di tradizioni originali: sono luoghi di preservazione dell’identità dai fenomeni di spersonalizzazione culturale. Nella nostra provincia si può davvero coltivare il valore dell’eccezionale ricchezza del costume e delle abitudini ataviche della gente italiana, tessere d’un mosaico che in fondo esprime il gusto di vivere all’«italiana». Appunto l’Italian lifestyle che tanto intriga all’estero dove l’anonimato urbano non coltiva un’identità, quella invece che l’Italia detiene grazie all’eccezionale fioritura di culture e tradizioni locali nel caleidoscopio di borghi e città dove si vive a dimensione umana. Il filo rosso che lega i miei libri ribadisce il valore della conoscenza del fenomeno migratorio italiano, insieme alla perorazione che questo pezzo di storia rimasta finora ai margini – se non addirittura rimossa –, entri finalmente nella grande Storia d’Italia. Solo così può maturare la consapevolezza, specie nella classe politica dirigente, che siamo un Paese di 140 milioni di italiani, dentro e fuori i confini. E con una comunità di «italici» ancora più ampia e numerosa. (A cura di Alessandro Bettero – Il Messaggero di sant’Antonio, edizione italiana per l’estero /Inform)

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