DONNE MIGRANTI
ROMA – In Italia, l’assistenza assicurata dalle collaboratrici familiari stranieri è stata presentata come una peculiare via italiana al welfare, che ha consentito alle finanze pubbliche di risparmiare moltissimo e anche alle famiglie di trovare persone disponibili tutto sommato a costi contenuti (che risultano però più onerosi in questi anni di crisi), agli anziani e ai malati di non passare l’ultima parte della vita in strutture di ricovero, sempre molto costose (per mantenere un anziano servirebbero le retribuzioni di due giovani) e spesso anche depersonalizzanti o quanto meno poco gradite dagli interessati.
Le prime collaboratrici familiari immigrate ad arrivare in Italia sono state le donne etiopi, eritree, somale (dai nostri paesi ex coloniali) e capoverdiane. Negli anni ‘70 sono seguite le immigrate filippine e quelle latinoamericane. I flussi sono diventati molto più consistenti dopo la caduta del muro di Berlino (1989) con lo spostamento delle donne dall’est Attualmente le collaboratrici effettivamente operanti in Italia, non tutte assicurate, secondo stime superano il milione: il 15% è costituito da persone italiane, per il 50% da non comunitarie e per il 35% da comunitarie (grosso modo, ogni 100 presenze poco meno di 60 sono europee, 20 asiatiche, 10 latinoamericane e 10 africane).
Non sempre si sa che anche questo “nuovo” fenomeno è un ricorso storico. Infatti, nel periodo del grande esodo europeo (tra l’Ottocento e il Novecento), le donne olandesi, francesi e di altri paesi dell’Europa centrale emigravano per svolgere il lavoro domiciliare all’estero. Anche l’Italia un consistente flusso di donne si recava in Egitto per operare come balie presso le famiglie benestanti, con una posizione di prestigio e ottime.
Un altro precedente ci porta all’occupazione coloniale dell’Italia in Eritrea, quando si diffuse la pratica dell’istituto del badantato, poi esteso anche alle altre colonie. Come si vede, non è innovativo neppure il termine “badanti”, che si è aggiunto a “collaboratori familiari”, termine utilizzato dal legislatore e dai contratti collettivi Il badantato comportava una relazione temporanea more uxorio, molto diffusa tra gli italiani (e non solo tra i militari), tra l’altro incoraggiato per evitare la trasmissione delle malattie trasmissibili in occasione dei rapporti sessuali con le prostitute locali. Ferdinando Martini, il primo governatore dell’Etiopia, qualificò questa pratica come un inganno e un sopruso nei confronti delle donne locali, vietata comunque solo nel 1937 a seguito dell’entrata in vigore delle leggi razziali. Comunque, il divieto formale ebbe scarsa efficacia nonostante la diffusione nelle colonie delle case di tolleranza, dove prima operarono le prostitute italiane poi, al fine di evitare l’accreditamento di una immagine negativa della “donna italiana”, furono sostituite dalle marsigliesi. Furono numerosi i figli meticci, il cui riconoscimento da parte del padre venne proibito dalle leggi razziali: i bambini non riconosciuti venivano affidati ai befotrofi religiosi. Il giornalista Indro Montanelli, recatosi come inviato ad Asmara, raccontò nel 1982 di aver avuto un un rapporto di “madamato” con una ragazza che lo seguiva nei suoi spostamenti.
Nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale, in cui andarono intensificandosi le migrazioni interne, divennero numerose le donne che andavano a lavorare come domestiche in città: esse erano in prevalenza nubili, di mezza età, con un basso titolo di studio, preposte al disbrigo delle faccende di casa (l’assistenza agli anziani è invalsa successivamente), in provenienza da piccoli centri e dalle regioni più povere d’Italia.
Quindi, specialmente a partire dagli anni Ottanta e nelle città (poi in maniera generalizzata), la situazione è andata modificandosi con l’inserimento delle collaboratrici familiari straniere.
Abituarsi a “leggere” positivamente l’immigrazione, non significa che in questo come in altri settori non vi siano delle cose da cambiare, perfezionando la situazione. L’intento di queste riflessioni è consistito nel raccomandare una lettura degli eventi di oggi non slegato da quelli che hanno caratterizzato il nostro recente passato (Franco Pittau*-Inform)
*Presidente del Centro Studi e Ricerche Idos