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INFORMAZIONI DEL GIORNO – NEWS PER GLI ITALIANI ALL'ESTERO

Filef Nuova Emigrazione Belgio, presentati i risultati della ricerca “On the road again” sulla nuova emigrazione italiana”

ITALIANI ALL’ESTERO

 

 

BRUXELLES – Filef Nuova Emigrazione Belgio ha presentato i risultati della ricerca “On the road again: sulla nuova emigrazione italiana” partendo dalle origini del fenomeno migratorio contemporaneo. “Dal 2008-2009 è ripresa senza sosta l’emigrazione italiana verso l’estero. A causa del divaricarsi degli squilibri economici all’interno dei confini italiani e tra aree centrali e periferiche dell’Unione Europea, decine di migliaia di persone dal nord e sud Italia, ma anche dalle regioni del sud e dell’est dell’Europa, ogni anno si spostano dal loro Paese per cercare di migliorare la propria condizione economica e sociale e costruirsi un futuro degno di essere vissuto”, esordisce con questa premessa la ricerca condotta da Filef che nello specifico mette a fuoco la cosiddetta nuova mobilità a partire dal 2014: la gran parte degli intervistati è emigrata tra 2016 e 2019. La ricerca si basa infatti sulla raccolta e l’analisi di 749 questionari anonimi diffusi tra Belgio (soprattutto le regioni di Bruxelles capitale e delle Fiandre), Svizzera occidentale (circoscrizione consolare di Berna), Lussemburgo, Spagna (area di Barcellona), Francia (circoscrizione consolare di Parigi) e Germania (all’interno di un’area di circa 50 km attorno a Francoforte sul Meno). Il metodo di somministrazione è stato principalmente via social network. E’ stato distribuito il link del questionario nei gruppi Facebook di riferimento nelle aree oggetto di studio sottolineando che la ricerca era diretta a chi era arrivato nel nuovo Paese di emigrazione dopo il 2014. I questionari sono stati distribuiti in Belgio da dicembre 2018 ad aprile 2019; in Francia da aprile a luglio 2019; in Lussemburgo nel luglio-agosto 2019; a Francoforte da aprile a luglio 2019; in Svizzera da maggio a luglio 20019 (in Svizzera la somministrazione del questionario sta continuando per farne uno studio più dettagliato localmente); in Spagna da febbraio a giugno 2019. La ricerca è stata condotta insieme ad Acli Belgio, EPN European Projects Network, Università di Liegi, Acli Francia, Filef Circolo Di Vittorio in Germania, Associazione Italiani a Francoforte, Passa Parola in Lussemburgo, Libreria Italiana, Espatriando Lussemburgo, Organizzazione informale di nuovi emigrati italiani attivi su Madrid e Barcellona, Federazione Colonie Libere Italiane della Svizzera – Svizzera Occidentale.

Dalla ricerca emerge il sovradimensionamento della fascia d’età 25-34 anni (Belgio, Francia, Spagna, Svizzera) e di quella 35-49 anni (Germania, Lussemburgo, Svizzera). In particolare il campione più giovane si è registrato in Francia dove il 74% degli intervistati rientra nella fascia 18-34 anni. Le principali regioni di provenienza degli intervistati sono Lazio, Sicilia, Calabria, Campania, Puglia, Sardegna, Emilia Romagna, Lombardia. “Questo dato conferma che fra le regioni maggiormente interessate dal fenomeno delle migrazioni ci sono anche quelle “ricche” in termini di reddito e di tassi di occupazione, visti i noti fenomeni di smantellamento dell’apparato produttivo italiano avvenuto nell’ultimo decennio, che ha avuto come effetto l’aumento della disoccupazione in molti settori, pure nelle regioni italiane più industrializzate”, spiega la ricerca Filef andando alle origini della crisi che ha contribuito in maniera determinante a quella che è divenuta l’emergenza emigratoria italiana. Tra il 66 e l’87% dei rispondenti non ha altri familiari o amici presenti nel nuovo Paese di residenza. “Questo ci indica che probabilmente le catene migratorie, pur se ancora presenti con un peso diverso tra i vari Paesi, non sono più il vettore principale della scelta del nuovo Paese di residenza. Come evidenziato anche sulla rivista dello CSER (Centro studi Emigrazione di Roma) i nuovi flussi migratori ripartiti dal 2008 in poi sono i primi nella nostra storia migratoria ad avere già esperienze all’estero e spesso a conoscere in qualche misura i Paesi dove emigrano, essendoci stati o per turismo o per studio”, precisa la ricerca.

Quali sono le ragioni che spingono queste persone a lasciare l’Italia? Meno della metà del campione analizzato aveva un lavoro stabile: tra le categorie di lavoro stabile, oltre al tempo indeterminato che in realtà dopo l’approvazione del Jobs Act, dà la possibilità al datore di lavoro di licenziare facilmente nei primi 3 anni di contratto, e il lavoro autonomo/indipendente, vengono inserite categorie che non sono proprio indicatori di stabilità ossia lavoro nero, interinale e a tempo determinato. Nella ricerca si è appurato anche come, nel mondo dominato dai social dove tutti sembrano parlare inglese, fra i problemi segnalati dalla maggior parte degli intervistati ci siano in primis quello della casa, seguito a ruota dal problema di imparare una nuova lingua, soprattutto in quei Paesi con lingue molto diverse dall’italiano, come per esempio la Germania; un secondo blocco di problemi appartiene alle questioni burocratiche, specialmente in Belgio, Spagna e Francia. Nel questionario era disponibile anche un campo a risposta libera e, fra gli intervistati che lo hanno riempito, i problemi comuni più ricorrenti in tutti i Paesi analizzati sono: il diverso costo della vita – di cui spesso non si era a conoscenza – oppure l’adattamento a un sistema Paese diverso dal proprio; non mancano problematiche relative ad episodi di razzismo e infine a questioni legate al riconoscimento dei titoli di studio.

“La rappresentanza tripartita (Comites, CGIE, eletti all’estero) nasce da una migrazione italiana che non aveva la possibilità di essere rappresentata né a livello locale né a livello europeo. Cosa ormai superata da tempo, con l’introduzione del diritto di voto almeno alle amministrative europee per gli emigrati in un altro Paese. Chi continua ad avere e a mantenere un rapporto con l’Italia, che sia familiare, professionale, economico o culturale, appare molto meno interessato alla rappresentanza degli interessi degli italiani all’estero, cioè in quanto emigrato, rispetto al diritto di poter continuare a influire, anche tramite il voto, alla politica di un Paese che non si è abbandonato completamente. Questa situazione rende ancora più complicata qualsiasi idea di rivedere complessivamente, per esempio, la maniera di esercitare il diritto elettorale per i cittadini all’estero. I famosi oltre cinque milioni di italiani all’estero comprendono connazionali che hanno lasciato da decenni il Paese, seconde o terze generazioni che a volte neanche parlano correttamente l’italiano, e un significativo numero di nuovi emigrati che invece con l’Italia mantengono un rapporto forte e continuo. Per quanto riguarda le ragioni dei viaggi così frequenti verso l’Italia, nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di tornare a rivedere famiglia e amici (68-82%) seguito da un 10-20% di chi torna per il piacere di visitarla”, sottolinea la ricerca che non manca di far luce su un aspetto che ancora accompagna l’italiano all’estero: gli stereotipi. “Se indubbiamente non siamo più al tempo dell’italiano ‘pizza e mandolino’ o del ‘mangia spaghetti’, gran parte dei nuovi emigrati (dal 53 al 77% degli intervistati) segnala che gli italiani continuano a essere accompagnati da stereotipi, positivi e negativi. Gli stereotipi positivi non sono una sorpresa, riproponendo sostanzialmente quello per cui l’Italia è famosa: cibo, cultura, clima, turismo, vacanze, socievolezza. Quelli negativi hanno una costante: la mafia.

La ricerca si conclude con un focus sui Paesi analizzati. Il Belgio presenta un’architettura istituzionale con molte competenze delle regioni e dei comuni: questo crea un corpus di norme spesso diverse tra le varie regioni e aree linguistiche, da cui non è facile districarsi. Indubbiamente se da un lato appare come una burocrazia già di per sé difficile, quella belga ha anche degli svantaggi dal punto di vista dei diritti del lavoratore. Nel 2016 la Commissione Europea stava valutando l’ipotesi di subordinare il principio della “totalizzazione” al fatto di aver lavorato nel nuovo Stato membro per almeno tre mesi. Questa proposta non è mai entrata in vigore; tuttavia, lo Stato belga ha ugualmente modificato la propria legislazione, introducendo la condizione di aver lavorato almeno 90 giorni in Belgio, prima di potere “totalizzare” i giorni di lavoro maturati in altri Paesi. La conseguenza è che se il lavoratore ha già lavorato e versato contributi in Italia per un certo numero di anni e in Belgio resta disoccupato dopo uno o due mesi soltanto di lavoro, non ha diritto alla disoccupazione né in Belgio (in virtù dei nuovi limiti entrati in vigore nel 2016), né in Italia (poiché secondo i regolamenti europei l’indennità di disoccupazione deve essere a carico dell’ultimo Paese di occupazione, in questo caso appunto il Belgio). Per la Francia l’elemento maggiormente delicato tra i connazionali è quello dell’assistenza sanitaria. In Francia esistono due tipi di copertura sanitaria: la protezione di base (sécurité sociale) che è pubblica ed è garantita dall’assurance maladie; la protezione complementare (mutuelles) ossia una serie di assicurazioni private o convenzionate. Queste ultime, a seconda del contratto proposto, rimborsano la parte di spesa medica non coperta dall’assurance maladie. I cittadini italiani stabilmente residenti in Francia hanno il diritto di beneficiare dell’assistenza sanitaria, attraverso l’iscrizione alla Caisse Primaire d’Assurance Maladie (CPAM – Sécurité Sociale) competente per il luogo di residenza. La copertura delle spese mediche in Francia è in parte pubblica, garantita dall’assurance maladie in genere al 70%, in parte privata per cui il restante 30% (il cosiddetto ticket modérateur) può essere preso in carico da una mutuelle. Per quanto riguarda la zona di Francoforte, presa a riferimento per la Germania, si è dato spazio all’organismo di rappresentanza conosciuto come KAV (Kommunale AusländerInnenvertretung – Consulta degli Stranieri). La KAV è l’organismo di rappresentanza comunale degli stranieri di Francoforte sul Meno, che annovera un 26% di abitanti con passaporto straniero. In realtà in questa città vivono molte più persone di origine straniera: questo se si considerano coloro che si sono naturalizzati come tedeschi e coloro che hanno una doppia cittadinanza. La KAV rappresenta dunque i loro interessi in ambito comunale. Anche in Lussemburgo si presta molta attenzione alle richieste dello straniero. Nel 2017 il governo del Lussemburgo ha inaugurato gli uffici del Guichet. Si tratta di diversi uffici sparsi nel territorio e con un ottimo sito internet, dove stranieri e lussemburghesi possono avere accesso ad una quantità enorme di informazioni che spaziano dai diritti del lavoro, a tutti i passi necessari durante un trasferimento in Lussemburgo: cittadinanza, salute, la questione alloggio e molto altro (servizio disponibile in inglese, francesce e tedesco). In Spagna il permesso di residenza è il principale ostacolo che incontrano i cittadini italiani nuovi arrivati (e tutti i cittadini dell’EU in generale): quindi ottenere il permesso di residenza e lavoro, per un periodo superiore a 90 giorni, per il quale bisogna iscriversi nel registro di cittadini stranieri e ottenere conseguentemente il documento NIE (numero iscrizione stranieri che ha anche funzione di codice fiscale). Esiste una direttiva comunitaria (2004/38 CE) che nel suo art. 7 stabilisce per la residenza superiore ai 90 giorni di un cittadino di un Paese dell’Unione Europea, principalmente i requisiti di avere un lavoro o i mezzi economici per vivere (per esempio una pensione) e soprattutto una copertura sanitaria. Di fatto la norma è stata applicata solo dal 2012 con la conseguenza che il cittadino straniero comunitario non rischia ovviamente l’espulsione dalla Spagna ma può cadere più facilmente nella trappola del lavoro in nero o precario. Per la Svizzera (si parla principalmente di quella Occidentale, ndr) il vulnus maggiore è rappresentato – secondo la ricerca – da un sistema scolastico molto selettivo, che tende ad escludere dalle filiere accademiche gli studenti che provengo da un contesto migratorio o da famiglie economicamente e culturalmente disagiate. (Simone Sperduto/Inform)

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