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Egidio Todeschini: “Nella terra di Abramo sui passi del dolore. Papa Francesco in Iraq pellegrino di pace e di speranza”

ASSOCIAZIONI

Da “Solidali e Insieme”,  Foglio del Centro Socio Culturale Italiano di San Gallo per la Svizzera Orientale ed il Liechtenstein. 16.3.2021

Il tempo si è fatto veloce, sembra trascorso tanto tempo ed invece è stato solo ieri il viaggio di Papa Francesco in Iraq. Che è già entrato nella storia e che tuttavia merita ancora qualche riflessione. Dal 5 all’8 marzo egli è andato laggiù, un Paese segnato dalla guerra, dalle violenze. Un viaggio coraggioso che testimonia la volontà di tendere la mano al mondo musulmano e sostenere i cristiani perseguitati, per non lasciar cadere nell’oblio le sofferenze di un popolo che pare lontano dai nostri interessi quotidiani.

E’ stato il primo Papa a visitare l’Iraq, uno dei viaggi mancati da Giovanni Paolo II.

Nell’anno 2000 – anno del grande Giubileo – papa Wojtyla aveva sognato di andare nella Terra di Ur, in Mesopotamia, dalla quale secondo la tradizione biblica il patriarca Abramo iniziò il suo cammino spirituale. Quelli erano ancora gli anni di Saddam Hussein e pressioni politiche, intrecciate a motivi di sicurezza, resero impossibile quel viaggio. Poi in Iraq è successo di tutto: la guerra del Golfo nel 2003 e l’uscita di scena del rais, poi una storia pesante fatta di violenza fondamentalista e un vero e proprio calvario della Chiesa locale. Vent’anni fa erano un milione e mezzo i caldei, cioè i cristiani dell’Iraq. Le ripetute stragi, le minacce e l’emigrazione li hanno ridotti a poche migliaia, concentrati soprattutto al Nord che è il Kurdistan iracheno.

Dentro tutta questa sofferenza l’Isis è stato l’ultimo anello della tragedia. Era l’estate del 2014 quando, da un anno salito al soglio di Pietro, a Papa Francesco giungevano a Roma le testimonianze dell’esodo dalla Piana di Ninive.

Il viaggio di Papa Francesco è stato un pellegrinaggio sui passi del dolore: Mosul, l’ex capitale del Califfato; Qaraqosh, uno dei tanti villaggi devastati; Erbil, la città curda rifugio dei cristiani in fuga. Centinaia e migliaia di famiglie hanno dovuto fuggire, terrorizzate da un’orda di fanatici decisi e derubarli e ucciderli in nome di Allah. Festeggiato da quelle comunità martiri, papa Francesco è passato tra croci divelte e statue mozzate, ha visitato chiese in macerie e in una di Qaraqosh appena ricostruita ha pronunciato la parola più forte di incoraggiamento a restare, cioè a non emigrare, tra quante ne ha rivolte in quei giorni della visita alla decimata comunità cattolica. “La strada per una piena guarigione – ha detto in quella chiesa dove c’erano anche tanti bambini – potrebbe essere ancora lunga, ma vi chiedo di non scoraggiarvi. Ci vuole capacità di perdonare e nello stesso tempo coraggio di lottare”. Con negli occhi i marmi lucenti della chiesa ricostruita con l’aiuto dell’Unesco il Papa ha aggiunto:” Questo nostro incontro dimostra che il terrorismo e la morte non hanno mai l’ultima parola”.

A Mosul, poco prima, aveva guidato una preghiera per le vittime della guerra: “Se Dio è il Dio della vita, a noi non è lecito uccidere i fratelli nel suo nome; se Dio è il Dio della pace, a noi non è lecito fare la guerra nel suo nome”.

A Bagdad ha incontrato i religiosi nella cattedrale siro-cattolica dove il 31 ottobre 2010 ben 48 fedeli furono massacrati da un commando di terroristi durante una celebrazione. A Mosul ha pregato per tutte le vittime dell’Isis nella piazza della chiesa ancora in macerie; a Qaraqosh, nella Piana di Ninive, un tempo culla di una folta comunità cristiana, ha incontrato quanti, pur tra mille difficoltà e in un Paese tutt’altro che pacificato, hanno avuto il coraggio d tornare in case che non esistono più; nella Erbil curda che diede rifugio ai cristiani fuggiaschi, ha celebrato nello stadio alla presenza di diecimila persone distanziate per le misure anti Covid.

Accanto alla vicinanza ai cristiani iracheni perseguitati, però, il viaggio di Papa Francesco ha avuto un secondo importante significato: incontrare “l’altra metà dell’Islam”. Se infatti il 2019 per Papa Bergoglio si era aperto con l’altrettanto storico incontro di Abu Dhabi e la Dichiarazione sulla fratellanza umana insieme al grande iman di al Azhar, Ahmad al Tayyeb (il più autorevole esponente del mondo dottrinale sunnita), in Iraq Papa Francesco ha incontrato il grande ayatollah al Sistani. E questo storico incontro ha avuto luogo a Najaf, una città fondamentale per la storia e la mistica del mondo sciita. E questo incontro è un altro tassello nell’alleanza tra le religioni per la pace che Papa Francesco va ostinatamente cercando di costruire. Un ponte gettato anche sulla grande frattura tra sunniti e sciiti che da secoli attraversa il mondo islamico e negli ultimi anni ha visto una grave recrudescenza nei conflitti che dalla Siria allo Yemen hanno funestato il Medio Oriente. A Ur dei caldei, il luogo da cui Abramo partì per seguire la voce di Dio, Papa Francesco ha pregato insieme agli esponenti delle altre religioni per indicare la strada che conduca il Medio Oriente fuori dal bagno di sangue della sua storia recente.

“Grazie Santo Padre per il coraggio d’essere venuto in questo Paese tormentato” gli ha detto a nome di tutti l’arcivescovo di Mosul. “L’Iraq rimarrà sempre nel mio cuore” ha risposto il Papa nell’ultimo saluto dopo la messa di Erbil prima di lasciare l’altare con il passo sciancato. (don Egidio Todeschini* – Solidali e Insieme del 16 marzo 2021 /Inform)

*Missione Cattolica Italiana di Schaan, Liechtenstein

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