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INFORMAZIONI DEL GIORNO – NEWS PER GLI ITALIANI ALL'ESTERO

…E il terrore corre sul filo delle presidenziali

PARTITI

“Qui New York” di Silvana Mangione su Pd/Cittadini nel mondo, notiziario del Partito democratico per gli italiani all’estero, marzo/aprile 2015, n. 3

 

NEW YORK – Bisognerebbe commissionare a qualcuno un’analisi approfondita sulla paura viscerale di cui soffrono gli americani al solo pensiero che una donna possa diventare Presidente degli Stati Uniti. Eppure hanno ammirato Margaret Thatcher e ammirano senza alcun limite Angela Merkel che definiscono “la donna più potente del mondo”. Forse perché nessuna delle due può farsi eleggere in USA? O forse perché nessuna delle due può essere tacciata di propugnare idee progressiste? Sia quel che sia, prima ancora che Hillary Clinton muovesse il primo passo sul percorso che potrebbe farla finalmente insediare alla Casa Bianca nel 2017, si è scatenata la macchina del fango made in Murdoch (che, per favore, non deve essere pronunciato Maardoch, come fa la maggior parte di coloro che credono di conoscere la dizione inglese, ma emettono suoni che non hanno riscontro nella lingua parlata oltreoceano).

Come attacco preventivo sono usciti i boatos sull’uso che Hillary ha fatto di un cellulare privato all’inizio del suo mandato di Ministro degli Esteri. Nessuno ha avuto il buon gusto di ricordare che dopo la sua elezione nel 2008, Obama, per la sua manifesta inesperienza negli affari internazionali, era stato costretto a nominare la Clinton Secretary of State superando l’astio di Michelle verso la contendente alle primarie, alla quale lei e il marito avevano brutalmente scippato la nomination democratica, con l’aiuto di Ted Kennedy, portandole via, uno dopo l’altro, decine di grandi elettori da sempre legati e promessi ai Clinton.

Persa la battaglia del Ministero degli esteri, Michelle aveva tentato di vincere la guerra, facendo elevare per la prima volta nella storia al rango di Cabinet member la rappresentante degli USA all’ONU, della quale neppure io riesco a ricordare il nome, data l’assoluta inefficacia della sua presenza.

Come se non bastasse, contro la Clinton era stato armato il Ministro della difesa, Robert Gates, ereditato da George W.Bush, e l’inviato speciale in Medio Oriente George Mitchell, mentre molti compiti del Ministero degli Esteri erano stati affidati ad altri esponenti del cerchio magico di Barack, gestito da Michelle e da Rahm Emanuel, l’inventore della candidatura del primo afro-americano alla guida del Paese. Fra parentesi, a una conferenza che tenni a Bologna sulla campagna presidenziale del 2008, un giornalista mi chiese una previsione sulla conquista della nomination democratica e io risposi che si trattava di verificare se nella scelta avrebbe pesato di più il misoginismo o il razzismo e che io propendevo per il primo, perché Barack era un uomo. Malgrado tutti i paletti e le stupideinterferenze, Hillary non si lamentò, continuò a lavorare come doveva, forte della sua conoscenza diretta del quadro globale, dei Capi di Stato in carica e dei complicati rapporti fra Paesi chiave per la politica estera degli USA, preparando per quanto glielo permettessero le missioni ufficiali del Presidente e correndo a raccogliere i cocci delle opportunità mancate, dei luoghi mal scelti e dei risultati molto al di sotto delle aspettative.

Basta citare il primo incontro con il leader cinese nel 2009, nel corso del quale Obama concesse il rinvio di dieci anni della riduzione delle emissioni di gas a effetto serra, perché Xi Jinping a muso duro sostenne che soltanto i Paesi più industrializzati le dovevano ridurre, mentre i Paesi emergenti, come la Cina, avevano il diritto di far crescere le proprie realtà industriali senza subire limitazioni afini ecologici. Mi fermo qui, perché le capacità, le conoscenze e l’esperienza di Hillary non sono in discussione. Un sondaggio dell’arci-conservativa CNN USA, fatto subito dopo il martellato pseudo scandalo del telefonino privato dell’ex Secretary of State ha dimostrato che, nonostante una leggerissima flessione, Hillary vince largamente contro tutti i candidati repubblicani, con il 55% contro il 41% del primo classificato in questa indagine, Marco Rubio, che però potrebbe non aggiudicarsi nemmeno la nomination perché gode soltanto del 18% di consensi in area repubblicana contro il 27% di Jeb Bush, il terzo della dinastia Bush all’assalto della White House. In parole povere, in casa democratica Hillary per ora non ha contendenti di peso, mentre in casa conservatrice non è ancora emersa una personalità che le si possa opporre con qualche speranza. Ergo, invece di trovare un candidato valido, il partito condizionato dagli estremisti del tea party ha iniziato la crociata per distruggere la credibilità della Clinton. E annuncia e dissemina indiscrezioni, distribuendo in segreto copie del nuovo libro di rivelazioni negative, scritto da Peter Schweizer con il titolo Clinton cash: the untold story of how and why foreign governments and businesses helped make Bill and Hillary rich (I soldi contanti dei Clinton: la storia mai raccontata di come e perché imprese e governi stranieri hanno contribuito ad arricchire Bill e Hillary), pubblicato da Harper Collins, che fa parte della Rupert Murdoch News Corporation. A onor del vero, per definizione la Fondazione Clinton impegna Governi, imprese, ong e individui ad intervenire per migliorare la salute e il benessere in ogni parte del mondo, aumentare le possibilità offerte a donne e ragazze, diminuire l’obesità infantile, creare opportunità e crescita economica e aiutare le comunità ad affrontare i problemi derivanti dai cambiamenti climatici.

Ora, se tu coinvolgi questo tipo di interlocutori nel fare tutte queste cose è ovvio che da imprese e governi stranieri verranno delle donazioni. In USA le fondazioni di questa importanza sono sottoposte al più alto livello di scrutinio da parte dell’IRS – l’agenzia fiscale – e lo stesso succede delle dichiarazioni dei redditi di singoli americani eternamente sotto le luci dei riflettori dell’opinione pubblica.

Ex Presidenti e First Ladies fanno da sempre conferenze a pagamento e più sono popolari più vengono pagati, al suono di centinaia di migliaia di dollari per ogni singola apparizione.

Ma l’americano medio non è malato di politica; delle questioni ai gradini più alti della scala si interessa soltanto quando – appunto – viene ventilato uno scandalo, che sia basato o no su qualche minima percentuale di verità.

Ci ricordiamo ancora tutti che i repubblicani tentarono di fare l’impeachment, nientepopodimenoche per alto tradimento, all’allora Presidente Bill Clinton sulla base di una meschina avventuretta extraconiugale, pompata da mandatari del partito avverso. Hillary si è ricandidata, ha come slogan il voler essere “the champion” delle realtà sociali che più hanno bisogno di essere comprese e aiutate ed ha iniziato un giro di ascolto negli USA, dando particolare attenzione ai due Stati che aprono la serie delle votazioni nelle primarie: l’Iowa, che prese sottogamba nel 2008 e perse, con conseguenze pesanti che la trasformarono da favorita ad inseguitrice, e il New Hampshire, che vinse per un soffio, ma non bastò a riaprirle un facile sentiero verso la vittoria. Da aprile 2015 a novembre 2016 la strada è lunga ma scorre molto rapidamente. Chissà che questa volta Hillary non riesca a compiere un doppio miracolo – dopo quello dei dieci milioni di schegge/voti piantati nel 2008 nel soffitto di cristallo che separa le donne dai massimi vertici amministrativi – e, allo stesso tempo, diventi la prima donna Presidente e rompa la tradizione per cui nessun democratico è mai stato eletto alla Casa Bianca al termine di due mandati presidenziali consecutivi di un altro democratico. La seguiremo insieme con attenzione e anche, almeno da parte mia, con molta ammirazione per la sua forza e la sua tenacia. (Silvana Mangione – Pd Cittadini nel mondo /Inform)

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