CHIESA ITALIANA
Questa mattina alla Radio Vaticana la conferenza stampa di presentazione della 101ma edizione
Dedicata in particolare alle migrazioni forzate la celebrazione di quest’anno, intitolata “Chiesa senza frontiere: madre di tutti”.
Il presidente della Fondazione Migrantes mons. Francesco Montenegro si augura che la Giornata “possa contribuire a diffondere una nuova cultura dell’incontro”, mentre il direttore, mons. Giancarlo Perego, evidenzia la necessità di “ridisegnare possibilità e strumenti di accoglienza e tutela dei richiedenti asilo”. All’Europa la richiesta di “uno sforzo maggiore non solo per presidiare le frontiere, ma per superarle a tutela della dignità della persona umana”
ROMA – È stata presentata questa mattina presso la sala Marconi della Radio Vaticana la 101ma Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, celebrazione cui la Chiesa cattolica dedicherà domenica 18 gennaio e intitolata quest’anno “Chiesa senza frontiere: madre di tutti”. Un richiamo al significato dell’accoglienza quale valore fondante della comunità cattolica e un invito alla comprensione di un fenomeno che ha raggiunto in questi ultimi anni proporzioni rilevantissime, comprensione che deve associare ad esso soluzioni “conformi alla realtà dei dati” e “che abbiano nella salvaguardia della dignità umana il criterio dirimente”. A ribadire l’invito mons. Domenico Pompili, sottosegretario della Conferenza Episcopale Italiana e direttore dell’Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali, che ha moderato la conferenza stampa introdotta dai messaggi di saluto delle autorità. Primo fra tutti quello del presidente della repubblica, Giorgio Napolitano, che ha sottolineato “il costante impegno della Fondazione Migrantes nella sua missione di sostegno dei migranti e dei rifugiati”, attività che “costituisce anche un importante supporto all’azione dello Stato e degli enti territoriali, in nome dei comuni valori della solidarietà ed accoglienza”. “È indispensabile compiere ogni sforzo per garantire i diritti inalienabili delle persone e il rispetto della loro dignità. Sono certo che gli italiani – afferma il presidente, – memori di una loro antica, dolorosa odissea di migranti, continueranno ad esprimere concreta vicinanza al dramma di quanti fuggono da condizioni di grave pericolo ed estrema indigenza”.
Per mons. Pompili “il fenomeno migratorio presenta dati impressionanti che non possono essere soggetti a letture parziali che lo riducano talora ad una battaglia politica per raccogliere consenso o, all’opposto, ad una generica esortazione alla solidarietà”. La riflessione deve andare oltre “la pretesa scientifica di soffermarsi sui dati quantitativi, alla metodologia a compartimenti stagni che riduce il tema ad un problema di sicurezza nazionale o di sviluppo economico o, ancora, di processo di integrazione multiculturale”, guardando all’insieme, senza nascondere “la percezione che dietro questi enormi movimenti si annidi il bisogno legittimo e insopprimibile di cercare soluzioni più degne di vita, come dimostra – annota mons. Pompili – anche la fuga di molti giovani dal nostro Paese verso altri contesti geografici e culturali”. Una riflessione che “impone – aggiunge – una valutazione che sappia essere insieme concreta ed equa, in una parola umana” sulla necessità di percorrere la via di “uno sviluppo finalmente sostenibile sul piano ambientale e compatibile con le attese di tutti”. L’invito è quindi quello di non alimentare diffidenza e ostilità nei confronti dei migranti, anche perché “non è possibile per un credente disgiungere fede personale e apertura ai problemi del mondo, dal momento che la Chiesa cattolica è senza frontiere per definizione”, e “madre di tutti”, come recita il titolo scelto per la Giornata di domenica prossima. E sul richiamo alla maternità formulato in vista della celebrazione da papa Francesco insiste anche mons. Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento, presidente della Commissione Cei per le Migrazioni e della Fondazione Migrantes, da poco prescelto tra i nuovi cardinali annunciati dal Pontefice. “Papa Francesco, oltre a ricordare ancora le povertà e le schiavitù, il traffico vergognoso degli esseri umani, richiama l’impegno della Chiesa a vivere la propria maternità, allargando le sue braccia a tutti i popoli”. Si deduce quindi come “per la Chiesa non esistano frontiere e come nessuno debba essere considerato inutile, fuori posto o da scartare – prosegue mons. Montenegro, che ricorda come il tema di “una Chiesa madre, letto con lo sguardo ai migranti, diventi anzitutto la necessità per le nostre comunità di condividere il viaggio di molti migranti, oggi anche forzatamente in cammino”, “la capacità di condividere le risorse con i più poveri, di allargare gli impegni di solidarietà, cooperazione allo sviluppo, accompagnati da percorsi di condivisione tra persone di origini e culture differenti”. Richiamate anche la parole del Papa sulla necessità di rispondere alla globalizzazione del fenomeno migratorio con “la globalizzazione della carità e cooperazione, dentro un nuovo sistema economico-finanziario più equo e giusto, salvaguardando così non solo il diritto delle persone a migrare, ma anche il diritto a rimanere e vivere nella propria terra”. “L’auspicio – conclude mons. Montenegro – è che questa Giornata possa contribuire a diffondere una nuova cultura dell’incontro, una politica capace di mettere sempre al centro la povera gente, un’economia che sappia interpretare l’esigenza della gratuità e condivisione”.
“Il messaggio del Papa quest’anno coniuga il tema delle migrazioni con il tema della fraternità, valore non solo religioso, ma civile – ricorda mons. Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes, – sollecitando percorsi educativi e culturali per costruire un mondo senza frontiere”, “frontiere – rileva – che sembrano invece essere una categoria di ritorno nel contesto europeo: lo dimostrano eventi discriminatori in crescita, uniti alla crescita di formazioni politiche fortemente nazionalistiche, come anche il ritorno al controllo delle frontiere nel Mediterraneo o referendum, come in Svizzera, per fermare la crescita dei lavoratori italiani frontalieri”. Anche l’ipotesi di un ripensamento degli Accordi di Schengen, affacciatasi in seguito agli attentati degli ultimi giorni in Francia, appare al direttore della Migrantes “una follia politica, economica, e sociale”, specie se si considera il fatto che “cresce ancora l’esigenza di varcare le frontiere per un’emigrazione economica e forzata via via più consistente”. Proprio l’emigrazione forzata ha contraddistinto il 2014 in Italia, Paese in cui scende invece per la prima volta il numero dei migranti economici e il numero di immigrati e crescono le partenze di “giovani italiani, disoccupati” di cui “le missioni cattoliche italiane in Germania, Svizzera, Inghilterra e Belgio in primis sono osservatorio privilegiato – ricorda Perego – ma anche luogo di accoglienza”. “Ormai il numero di emigranti italiani – oltre 4.500.000 – sta raggiungendo il numero degli immigrati in Italia, stimati – afferma – in circa 5 milioni”. Sulle migrazioni forzate si concentra l’attenzione della Giornata di quest’anno, migrazioni che hanno interessato nel 2014 non solo Lampedusa, ma i porti di Calabria, Puglia, Campania, Sicilia, “grazie al grande investimento di un anno dell’operazione Mare Nostrum”, di cui si auspicava il rafforzamento e l’investimento a livello europeo, “almeno fino a che l’Europa fosse stata in grado di accompagnare i popoli in fuga in un processo di pace, sviluppo e democrazia”. “Purtroppo – rileva il direttore della Migrantes, – l’operazione è stata chiusa e trasformata in una nuova operazione di controllo dei confini: il nostro mare è diventato nuovamente il mare di altri, di altri trafficanti, altri interessi, di altre morti”. Richiamati di seguito i principali numeri dell’emigrazione forzata in Italia: 170 mila le persone giunte sulle nostre coste nel 2014, a fronte dei 56 mila arrivi degli anni 2012-2013; 120 mila in Sicilia (15 mila circa nella provincia di Agrigento e 4 mila sull’isola di Lampedusa, contro i 14 mila del 2013 e i 51 mila del 2011, 22 mila in Calabria, 17 mila in Puglia e 9 mila in Campania). Rilevato il protagonismo della Marina militare, “diventata un grande strumento umanitario” con Mare Nostrum. Le partenze sono soprattutto dalla Libia (141 mila persone), dall’Egitto (15 mila) e dalla Turchia (10 mila), da Paesi “che vivono una situazione drammatica di instabilità politica e guerriglia”. Sono sbarcati in particolare siriani (42 mila, quasi quadruplicati rispetto al 2013), eritrei (34 mila, più del triplo del 2013), persone provenienti dal Mali (9 mila, quasi decuplicati), Nigeria (9 mila, quadruplicati), Gambia (8 mila, quadruplicati), Palestina (6 mila), Somalia (5 mila, quasi raddoppiati), Senegal (4 mila, quadruplicati), Bangladesh (4 mila), Egitto (4 mila, quasi raddoppiati). Per la maggior parte delle persone si tratta quindi di un lungo viaggio e di fuga da guerre, persecuzioni politiche o religiose di soggetti che hanno diritto alla protezione internazionale. Si tratta poi in prevalenza di uomini (108 mila), seguiti da donne (14 mila) e minori non accompagnati (18.599, per un totale di 25 mila minori sbarcati). Mons. Perego rileva poi “la situazione di forte precarietà dell’accoglienza”, nei porti o nei centri di prima accoglienza. “Nella rete di primissima accoglienza – aggiunge, – con una capienza di 7881 persone, al 1° gennaio 2015 sono presenti 9.638 persone. Nelle strutture temporanee di accoglienza sul territorio nazionale sono oggi ospitate 35.516 persone, in primis in Sicilia (5 mila circa, 2 mila nella provincia di Trapani), segue la Lombardia (4 mila), la Campania (3.700), il Lazio (2.800, 1.800 a Roma), l’Emilia Romagna (2.600): metà delle persone sono accolte in queste 5 regioni. Negli Sprar, strutture di seconda accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati, sono state accolte invece 20 mila persone, in Lazio soprattutto (4.700), Sicilia (4.200), Calabria (1.900), Puglia (1.800), Campania (1100)”. Tra le problematiche segnalate la necessità di estendere il progetto Sprar, coinvolgendo anche i comuni del Nord Italia, “il riconoscimento del diritto di asilo – dice mons. Perego – non può essere schiavo di pregiudizi ideologici”; di consolidare una rete di prima accoglienza su tutto il territorio nazionale, che permetta subito la tutela di chi arriva in Italia da drammatiche situazioni; la necessità di migliorare il percorso di accoglienza destinato ai minori, che la legge prescrive debba avvenire in ambito e contesti familiari ma che spesso sono stati inseriti in strutture e comunità non adeguate (richiamati i 3500 minori resisi irreperibili nel 2014); la chiusura definitiva dei Cie, 10 in tutta Italia di cui la metà già chiusi e che vedono la presenza di 276 persone a fronte di 1.700 posti e che mons. Perego definisce “strumenti di una stagione ideologica e costosissima di trattenimento dei migranti”, che egli auspica conclusa. Rileva anche come sulle 170 mila persone giunte in Italia, al 1° gennaio 2015 solo 66 mila sono rimaste nelle strutture di prima e seconda accoglienza, poco più di un terzo, dato che testimonia come il nostro Paese sia terra di passaggio specie per siriani e palestinesi che vogliono raggiungere familiari in altri Paesi europei dove vi sono più occasioni lavorative e “strumenti e modalità di accoglienza più efficaci”. Occorre dunque “ridisegnare possibilità e strumenti di accoglienza e tutela dei richiedenti asilo, ma anche ripensare l’Europa e l’Italia con un supplemento di cittadinanza”. “Le fragilità di decine di Paesi – conclude mons. Perego, – le 27 guerre in atto, disastri ambientali crescenti, dittature, violenze e persecuzioni politiche e religiose chiedono all’Europa uno sforzo maggiore non solo per presidiare le frontiere, ma per superarle a tutela della dignità della persona umana”. E sulla inopportunità di intervenire sugli Accordi di Schengen si sofferma anche mons. Montenegro, che rileva come “l’emigrazione abbia sempre accompagnato la vita e la storia dell’uomo”, mette in guardia dall’attuazione di una “politica basata sulla paura” e ricorda, contro le generalizzazioni, come anche gli italiani emigrati siano stati colpiti in passato da stereotipi e atteggiamenti discriminatori. “Abbiamo chiesto rispetto e non siamo in grado di darlo? – si chiede mons. Montenegro, sottolineando come il vero “male” non sia l’emigrazione quanto il perdurare di situazioni di ingiustizia, acute e insopportabili in molti luoghi del mondo.
La regione scelta per la Giornata di quest’anno è la Basilicata, territorio in cui su 15 mila unità di popolazione straniera residente si contano 117 mila corregionali emigrati all’estero. (Viviana Pansa – Inform)