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INFORMAZIONI DEL GIORNO – NEWS PER GLI ITALIANI ALL'ESTERO

Dal Rapporto Italiani nel Mondo 2019 della Fondazione Migrantes: Mobilità dei laureati per studio e lavoro: necessità o scelta?

ITALIANI ALL’ESTERO

ROMA – L’emigrazione di capitale umano assume un rilievo particolare nel dibattito sulla crescita di un Paese; proprio per questo motivo, è fondamentale riuscire a individuare se e quando l’emigrazione assume i contorni dell’emergenza e della fuga. Su questa tematica verte uno specifico studio del Rapporto Italiani nel Mondo 2019 della Fondazione Migrantes.  Per fare ciò – si spiega nell’approfondimento – bisogna tenere in considerazione due aspetti: innanzitutto è fisiologico che, in un contesto globalizzato come quello attuale, i giovani, soprattutto quelli formati ai livelli più elevati, decidano di spostarsi al di fuori del proprio Paese di origine per studiare e svolgere attività di ricerca, nella consapevolezza della dimensione globale e della formazione superiore. È però importante distinguere tra mobilità e migrazione. Il secondo aspetto da considerare è che il mercato del lavoro, anch’esso globale, è sempre più competitivo, veloce e teso verso il successo: ciò conduce inevitabilmente a “migrazioni intellettuali”, perché i lavoratori saranno attratti dai territori che offriranno loro maggiori opportunità di crescita e di valorizzazione. I giovani, in particolare, stanno vivendo già da tempo una situazione relativamente complessa. Per i dottori di ricerca la situazione si articola ulteriormente: si tratta infatti di una figura professionale che, seppure ancora poco compresa dal mercato del lavoro italiano, svolge un ruolo chiave di collegamento tra università e impresa.

Lo studio Rapporto Italiani nel Mondo si pone l’obiettivo di fornire una fotografia dettagliata delle esperienze di studio e di lavoro maturate all’estero, in particolare da laureati e dottori di ricerca che hanno conseguito il titolo di studio in Italia. La documentazione statistica illustrata contribuisce a delineare il perimetro entro il quale i giovani del nostro Paese, formati ai livelli più elevati, compiono le proprie scelte. Per rispondere a questi importanti obiettivi, è stata presa in esame la più recente documentazione statistica di due indagini annuali condotte dal Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea, cui aderiscono oggi 75 atenei italiani. I giovani, laureati e dottori di ricerca, compresi nel campione, devono pertanto essere posti al centro di una valutazione strategica, rappresentando la spinta innovativa e il futuro del Paese. Questo approfondimento consente di delineare il quadro di riferimento entro cui i laureati maturano le proprie scelte di mobilità, siano esse di studio o di lavoro. L’Italia ha a disposizione un prezioso potenziale di talenti a livello di istruzione terziaria, qualitativamente rilevante; spesso però si tratta di un potenziale non pienamente sfruttato. Non a caso, la mancanza di opportunità è la motivazione principale del trasferimento all’estero dei laureati di secondo livello a cinque anni dalla laurea; inoltre, circa un terzo dei laureati che lavora all’estero ritiene molto improbabile il rientro nel successivo quinquennio.

Nello studio si sottolinea dunque come l’Italia abbia bisogno di ritrovare competitività a livello internazionale. Un tassello importante è rappresentato dall’investimento in figure di alto livello, come quella del dottore di ricerca il quale, durante il suo percorso formativo, sviluppa competenze trasversali facilmente spendibili nei contesti aziendali. La recente introduzione della figura del dottorato industriale, un percorso universitario svolto in collaborazione con le imprese, è una risposta concreta che l’Università ha inteso dare in tal senso. In termini analoghi occorrerebbe puntare su strumenti, come agevolazioni e incentivi alle assunzioni, che valorizzino il capitale umano più formato e più preparato. Lungo questo solco si inseriscono i contratti di apprendistato di alta formazione e ricerca, finalizzati alla preparazione e all’occupazione di giovani tra i 18 e i 29 anni: ciò consentirebbe l’assunzione in azienda e contemporaneamente la possibilità di conseguire un titolo di studio universitario o di svolgere attività di ricerca. L’Italia ha bisogno dunque di limitare la perdita di laureati con brillanti curricula formativi. Con questo – si precisa nello studio – non si intende dire che andrebbero impediti gli spostamenti verso l’estero; è infatti importante creare reti che permettano di potenziare la mobilità per studio e per lavoro, ma in un’ottica di “brain circulation” e non di “brain drain”: ciò significa favorire la circolazione dei talenti, attraverso flussi che siano però bidirezionali. (Maria Stella Rombolà/Inform)

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