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Registr. Trib. Roma n.338/2007 del 19-07-2007
INFORMAZIONI DEL GIORNO – NEWS PER GLI ITALIANI ALL'ESTERO

Da Ciao Magazine, intervista a Fabio Ruggirello, Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Tel Aviv

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Fabio Ruggirello è nato a Erice, in Sicilia, nel 1973. Ha condotto i suoi studi universitari in ambito umanistico-letterario presso l’Università di Urbino, dove si è laureato nel 1997 con una tesi su Torquato Tasso.  Ha poi conseguito un Ph.D. in italianistica presso Rutgers, Università di Stato del New Jersey (USA) nel 2004, specializzandosi in letteratura italiana del Rinascimento ed in particolare nel teatro italiano del Cinquecento, sul quale ha prodotto una serie di ricerche e pubblicazioni. Ha insegnato lingua e cultura italiana negli Stati Uniti, sempre presso Rutgers University, italiano e latino nei licei italiani e, dal 2010, è funzionario dell’area di promozione culturale del Ministero degli Affari Esteri. Alla Farnesina, si è occupato di internazionalizzazione del sistema universitario italiano e della rete dei lettorati di lingua italiana nelle università straniere finanziati dal MAE. Dal 2013 al 2018 è stato responsabile dell’Istituto Italiano di Cultura di Copenaghen e, dal settembre 2018, dirige l’Istituto Italiano di Cultura di Tel Aviv.

Gli abbiamo chiesto di parlarci delle sue esperienze in giro per il mondo e delle attività culturali da lui organizzate in Israele.

Dott. Ruggirello, ha lavorato in quattro paesi: Italia, Stati Uniti, Danimarca e Israele. Quali aspetti l’hanno colpita di più, di ognuno di questi luoghi?

È un discorso molto ampio ma, in generale, posso dire che tutte le esperienze vissute mi hanno permesso di rielaborare un’immagine che avevo di questi paesi prima di trasferirmi, rivelandomi lati inaspettati ma sempre molto positivi.

La mia esperienza negli Stati Uniti risale, ormai, a più di vent’anni fa, quindi il contesto da me vissuto era molto diverso da quello attuale. Ho avuto modo di conoscere un Paese dinamico, proiettato – almeno nell’area di New York – verso il multiculturalismo e l’apertura verso il mondo. Ovviamente le cose sono cambiate parecchio dopo l’11 settembre, anche se è rimasto invariato l’approccio meritocratico. Gli Stati Uniti permettono, grazie ai propri meriti, ai propri sacrifici e alle proprie risorse, di affermarsi professionalmente; per un ventenne all’inizio della propria carriera – com’ero io all’epoca – questo aspetto è stato decisamente stimolante.

La Danimarca è un Paese in cui regna la civiltà, il rispetto per l’ambiente e per gli altri. Qui il senso civico è molto sviluppato e la stessa atmosfera si respira in tutti i paesi nordici. Un aspetto di Copenaghen che ho imparato ad apprezzare, è il senso del “noi” che viene prima dell’io e che deriva da un paradigma sociologico tipico dei paesi scandinavi, chiamato Janteloven (in italiano Legge di Jante, manifesto anti-individualista che prende il nome dalla città immaginaria di Jante creato, nel 1933, dallo scrittore danese Aksel Sandemose nel suo romanzo Un fuggitivo incrocia le sue tracce, ndr).

Secondo lo Janteloven, viene considerato nocivo un atteggiamento che esalti l’affermazione individuale a discapito del gruppo. Lo scopo dell’azione individuale, nei paesi nordici, è proprio quello di favorire il gruppo: una concezione, pertanto, diametralmente opposta sia a quella statunitense, dove l’affermazione del singolo è sacra, sia a quella dei paesi mediterranei. È stato proprio lo Janteloven, che dà forma alla società scandinava, a colpirmi di più.

Un aspetto che, invece, è stato smentito dalla mia esperienza danese, è l’apparente freddezza dei popoli nordici. C’è un vocabolo danese, Hygge, recentemente inglobato anche nella lingua italiana. Si tratta di  un sostantivo impiegato per definire un sentimento, un’atmosfera sociale, un’azione correlata al senso di comodità, sicurezza, accoglienza e familiarità: un’atmosfera che si ritrova spesso nelle case danesi, soprattutto durante i loro lunghi inverni, e che è decisamente lontana dalla freddezza con cui normalmente si dipingono gli scandinavi. Probabilmente la differenza, rispetto ai popoli mediterranei, sta nei tempi necessari per fare amicizia e che, per i danesi, sono più lunghi ma, una volta superata la fase iniziale, le persone mostrano tutto il loro calore.

Il Paese in cui vivo ormai da oltre due anni, Israele, è un luogo dove si confrontano – a volte, come sappiamo, anche con esiti non pacifici – diverse civiltà. È un crogiuolo di razze e culture di varia origine. Anche all’interno della stessa componente ebraica convivono molteplici realtà: gli ebrei russi sono diversi da quelli provenienti dal centro Europa, dal Nord Africa, dall’Italia o dall’Etiopia. Questo fa sì che Israele sia un Paese culturalmente ricchissimo e che condivide con l’Italia un aspetto singolare, che pochi possono vantare: una storia millenaria. Qui si respirano secoli di storia ad ogni angolo. Basta fare una passeggiata tra i tantissimi siti archeologici esistenti all’interno del Paese o semplicemente nella città vecchia di Gerusalemme. Ma Israele è anche un Paese con un’attenzione non comune verso il futuro e verso le tecnologie. Gli israeliani amano, infatti, definirsi una “start-up nation”. Questa compresenza, a volte anche sincretica, di contrasti crea un’energia culturale davvero interessante e che rende questo Paese unico.

L’Italia, infine, è il luogo che fa parte della mia quotidianità, non solo perché sono italiano ma anche perché il mio lavoro consiste nel promuovere la sua cultura e la sua lingua e, anche se può sembrare una banalità, in tutti i Paesi in cui ho vissuto – malgrado le loro fortissime differenze – ho potuto riscontrare che l’italianità è davvero molto amata. La cultura italiana apre tantissime porte e viene trattata con grande rispetto, con affetto e con estremo interesse. Molti israeliani, così come lo erano anche molti danesi, sono dei profondi conoscitori della cultura italiana: storia, arte, design, musica. Mostrano un livello di competenza che raramente si trova persino in Italia. In un’esperienza di questo tipo si ha quindi la fortuna di capire il patrimonio di cui disponiamo in quanto italiani. Un patrimonio che non appartiene soltanto a noi ma all’intera umanità. L’Italia, in questo senso, è un po’ come se fosse di tutti, perché è una ricchezza che tutti ci portiamo dietro e che tutti sentono come propria.

Questa, comunque, è una sensazione che a me per primo è capitato di provare in Israele. Passeggiando per le strade di Gerusalemme non possiamo fare a meno di sentire che quel patrimonio, in qualche modo, ci appartenga. Un luogo che così tanto ha significato per il genere umano, dove si sono accavallati e sostituiti tanti popoli e tante culture, ognuno lasciando qualcosa di suo, appartiene inevitabilmente all’intera umanità. Ci sono pochi luoghi al mondo che hanno questo fascino: Gerusalemme e Roma – ma, in generale, tutta l’Italia – in questo si assomigliano.

Il suo ritratto di Israele è davvero affascinante. Ci può dire qualcosa di più su questa realtà così unica e, in particolare, sui legami culturali con l’Italia?

In Israele si respira un’atmosfera culturale molto dinamica. In particolare la cultura italiana, come dicevo, è molto amata e seguita.

Molti aspetti legano Israele all’Italia: innanzitutto, la presenza romana, che qui è ancora visibile in diversi siti archeologici; inoltre, l’ebraismo italiano. La comunità ebraica romana, ad esempio, è fra le più antiche e rispettate d’Israele, presente con diverse persone che hanno partecipato alla fondazione dello stato israeliano o che hanno deciso di trasferirsi qui negli anni Cinquanta/Sessanta. Tuttavia, l’attenzione verso l’Italia è un qualcosa che prescinde dall’ebraismo.

La stagione dell’opera di Tel Aviv, ad esempio, è sempre in gran parte ispirata a programmi italiani. Ci sono tantissime attività culturali che coinvolgono l’Italia e presenze italiane a eventi importanti come il Jerusalem Film Festival o l’Haifa International Film Festival, che si contendono la palma per la migliore manifestazione cinematografica del Paese. E poi, proprio qui a Tel Aviv, possiamo trovare italiani alla guida di istituzioni culturali importanti. Ad esempio il Museo d’Arte è affidato, dal gennaio 2019, alla direzione dall’italiana Tania Coen-Uzzielli, mentre il CCA (Centre for Contemporary Art) è diretto da Nicola Trezzi.

Un settore in cui vi è una strettissima collaborazione è quello della danza contemporanea, che qui è davvero sviluppata. Esiste, tra Israele e l’Italia, uno scambio continuo di coreografi e ballerini: tra questi il coreografo Roberto Scafati, che ha lavorato anche con il Jerusalem Dance Theatre. All’inizio del 2020 la compagnia Ater Balletto si è esibita all’Opera di Tel Aviv. Inoltre il Suzanne Dellal Centre, che è fra i più importanti centri internazionali di danza contemporanea ospita spesso, nella sua sede, compagnie italiane.  Per il 2021, stiamo lavorando affinché si possa finalmente organizzare un evento che era già in programma per lo scorso anno e che abbiamo dovuto rimandare: un omaggio a Fellini della compagnia Artemis Danza, in collaborazione con il Balletto di Roma. Insomma questo è un aspetto che ritengo importante sottolineare, perché è tipico della cultura israeliana e un settore dove Italia e Israele dialogano molto intensamente, e da parecchio tempo.

Tuttavia, indipendentemente dal rapporto con l’Italia, Israele è un paese ricco di energia culturale, che genera interesse fra i giovani. Qui si percepisce una vita culturale molto dinamica dal punto di vista della ricerca, oltre che una cultura underground in luoghi inaspettati come Gerusalemme la quale, nell’immaginario collettivo, è vista come un centro religioso, mentre proprio lì c’è una vibrazione culturale laica davvero interessante, legata alla sperimentazione e alle novità nel campo del teatro e della musica contemporanea.

Il fatto stesso di essere un po’ isolati dai vicini per i motivi noti, spinge gli artisti israeliani a guardare all’Europa, agli Stati Uniti e al resto del mondo come interlocutori naturali. Questa è, forse, la nota caratteristica della cultura israeliana.

Inoltre, questo fermento deriva anche dal fatto che il paese è costituito da etnie diverse: ci sono gruppi che vivono qui da due/tre generazioni ma continuano ad arrivare persone dall’est europeo, dal Nord Africa e dal resto del mondo, avviando il cosiddetto processo di aliyah per diventare cittadini israeliani. Ciò è motivo di compresenza, all’interno del Paese, di culture da tutto il mondo. Una caratteristica che distingue Israele da tutti i luoghi in cui ho vissuto in precedenza.

Com’è organizzato l’IIC di Tel Aviv e qual è la missione che si prefigge? 

La missione dell’Istituto Italiano di Cultura di Tel Aviv, come accennavo poc’anzi, è quella della promozione della lingua e della cultura italiana. A parte il sottoscritto, vi sono cinque unità di personale che si occupano, rispettivamente, di corsi di lingua, manifestazioni culturali, amministrazione, biblioteca e rapporti con il pubblico. Vi è anche una sezione dell’istituto collocata ad Haifa, normalmente composta da due persone che, però, al momento non ci sono, quindi ne seguo io personalmente le attività. Questa sezione è stata creata in quanto, pur essendo Haifa relativamente vicina a Tel Aviv (appena un’ora e mezza di distanza), il nord di Israele presenta caratteristiche culturali molto peculiari. Qui, fra i frequentatori più assidui dell’Istituto vi sono soprattutto studenti arabo-israeliani iscritti ai nostri corsi di lingua, che vedono l’Italia come una meta per i propri studi universitari e spesso progettano di studiare in Italia, soprattutto in facoltà scientifiche, medicina, farmacia, biologia o architettura. Il passo preliminare è l’apprendimento della lingua italiana, che svolgono presso la sede di Haifa.

I  corsi di lingua sono attivi anche a Tel Aviv, con studenti e persone che vogliono conseguire il livello B1 necessario per l’ottenimento della cittadinanza ma anche persone appassionate, amanti dell’Italia o che hanno casa in Italia. Devo dire che si tratta di corsi molto frequentati, che hanno resistito anche alla pandemia, grazie alla modalità online.

Ci può riassumere le principali attività realizzate fin dal suo arrivo?

Le attività realizzate sono state moltissime, soprattutto nel 2019, un anno dedicato a Leonardo da Vinci e ricco di eventi di successo. Ad esempio, abbiamo ospitato il direttore della Galleria degli Uffizi a Firenze, Eike Schmidt, il quale ha tenuto, qui a Tel Aviv, due conferenze affollatissime a tema leonardiano: la prima presso l’Università e la seconda presso il Museo d’Arte. Sempre nel 2019, sono stati presentati con successo diversi film italiani, sia a Gerusalemme che ad Haifa.

Tengo in particolar modo a segnalare la presenza dello Student Film Festival di Tel Aviv, organizzato da giovani studenti di cinema. Il cinema israeliano è molto dinamico, attivo e a questo evento vengono spesso invitati registi italiani a tenere seminari e workshop. Il 2019 ha visto la partecipazione del regista Emanuele Crialese, il quale ha presentato la sua filmografia: uno su tutti il film Respiro, con Valeria Golino.

In occasione della Giornata del Contemporaneo abbiamo inoltre ospitato l’artista Marinella Senatore, che ha tenuto diverse conferenze di presentazione del suo lavoro.

Per il Jazz, abbiamo avuto Stefano Bollani, che in Israele è molto seguito. Nonostante, infatti, qui si propenda più verso il jazz statunitense, da qualche anno vi è un’attenzione sempre maggiore nei confronti del jazz europeo e, in particolare, di quello italiano.

Fra gli innumerevoli ospiti ricordo con piacere anche Stefano Bartezzaghi, scrittore, enigmista e giornalista, che in occasione della Giornata della Memoria ha parlato di Primo Levi e del rapporto faticoso di questo chimico con la parola, carica dell’esperienza vissuta nel campo di concentramento.

Il 2019 ha inoltre visto l’apertura al pubblico, per la prima volta, della residenza dell’Ambasciatore d’Italia in Israele, Gianluigi Benedetti, il quale considera l’arte e la cultura degli ottimi strumenti di dialogo diplomatico. Alla presenza del curatore Ermanno Tedeschi è stata inaugurata, all’interno della residenza, una mostra di opere di artisti italiani e israeliani legati al rapporto culturale fra i due paesi. L’apertura al pubblico della collezione è stata impreziosita anche dalla partecipazione di alcuni degli artisti esposti, fra i quali Lello Esposito, uno degli artisti contemporanei italiani più conosciuti, giunto in Israele per l’occasione. La residenza è diventata, così, una grande vetrina dell’arte contemporanea in Israele, che ha permesso di far conoscere l’arte italiana ad altissimo livello, visto che l’edificio ospita, nella normale attività di interlocuzione dell’ambasciatore, esponenti del mondo culturale e politico sia israeliano che internazionale.

Un ultimo evento che mi preme ricordare, per il 2019, è Musica on the beach, una serata organizzata in collaborazione con l’Ambasciata sul lungomare di Tel Aviv, in occasione della festa della Repubblica del 2 giugno, in cui si è esibita in concerto l’Orchestra pop del Conservatorio di Milano, con un repertorio dedicato alle musiche e canzoni più famose della tradizione canora italiana.

Il 2020, invece, come sappiamo è stato un anno particolare, che ci ha costretto a interrompere nel mese di marzo tutte le manifestazioni in presenza. Tra gli eventi online di maggior successo ricordo la Settimana della lingua italiana, avvenuta ad ottobre, in cui abbiamo avuto due ospiti davvero interessanti. Il primo è il linguista e storico della lingua italiana Prof. Giuseppe Antonelli, dell’Università di Pavia, molto conosciuto per le sue collaborazioni con Radio Tre nell’ambito del programma La lingua batte, nonché per i suoi interventi di carattere divulgativo sul tema della lingua, su vari quotidiani nazionali. Il Prof. Antonelli ha presentato una conferenza molto seguita dal titolo Breve storia dell’italiano per immagini. Il secondo ospite – un altro italianista, a mio parere, tra i più bravi in assoluto del panorama contemporaneo – è il Prof. Stefano Jossa, della Royal Holloway University of London, che ha presentato il suo libro dedicato alla lingua italiana, dal titolo La più bella del mondo.

E quali sono, invece, gli eventi previsti per il 2021?

Per quanto riguarda i progetti culturali futuri, naturalmente speriamo che presto si possano di nuovo organizzare eventi in presenza. La programmazione è piuttosto ricca. Un evento in particolare, organizzato in collaborazione con la Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma e il Museo d’Arte di Tel Aviv, riguarda una mostra su Amedeo Modigliani, che doveva inizialmente essere inaugurata negli ultimi mesi del 2020 – in occasione del centenario dalla morte dell’artista – ma che abbiamo dovuto posticipare al 2021. Verranno prestate, dalla Galleria di Roma al Museo di Tel Aviv, alcune opere. Fra queste, il Ritratto di Anna Zborowska, che ha la particolarità di avere un suo ‘congiunto’ a Gerusalemme. Infatti, il ritratto del marito Leopold – uno dei primi acquirenti dell’opera di Modigliani, nonché caro amico dell’artista – è conservato presso il Museo d’Israele a Gerusalemme e questa mostra vedrà il ricongiungimento dei ritratti dei due coniugi: avvenimento che, speriamo, possa suggellare la fine della pandemia.

Non possiamo, poi, dimenticare che il 2021 sarà l’anno di Dante, in quanto ricorre il settecentenario dalla sua morte. Se c’è una città fuori dall’Italia a cui si può ascrivere il titolo di città dantesca, quella è Gerusalemme: nell’immaginario dantesco, infatti, tutto gli avvenimenti nella Divina Commedia, soprattutto per quanto riguarda l’inferno, hanno luogo nel sottosuolo di Gerusalemme. In quanto città di Dante, quindi, Gerusalemme ospiterà un importantissimo convegno internazionale, dal titolo Dante Poet of World Literature, organizzato dalla Hebrew University (dove c’è un Dipartimento di Italianistica molto attivo), e dal nostro Istituto, con la presenza di una quarantina di dantisti provenienti da tutto il mondo, che si confronteranno su temi danteschi. Ci saranno, ovviamente, diversi altri eventi legati alla figura di Dante, come la presentazione di un audiolibro, conferenze e incontri con un focus sul Dantedì, che vedrà la sua seconda edizione il 25 marzo 2021.

Nel corso dell’anno, si cercherà inoltre di riattivare la presenza italiana all’interno di varie manifestazioni culturali israeliane quali il Jaffa Jazz Festival, che dovrebbe vedere la partecipazione di Francesco Cafiso.

Avremo, infine, eventi legati all’opera e alla lirica, con il tenore Francesco Meli ad accompagnare un grande evento di promozione integrata a Tel Aviv. (Stefania Del Monte, Direttore Ciao Magazine / Inform)

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