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Da 726 anni a L’Aquila la Perdonanza Celestiniana

EVENTI

Articolo di Goffredo Palmerini

Verso il 28 agosto per il primo Giubileo della storia e l’apertura della Porta Santa

L’AQUILA – Perdonanza Celestiniana, 726 volte. La prima volta da quando l’Unesco l’ha riconosciuta patrimonio immateriale dell’umanità. Da 726 anni a L’Aquila si ripete la Perdonanza Celestiniana, il primo giubileo della cristianità, concesso da Papa Celestino V giusto un mese dopo la sua incoronazione, avvenuta il 29 agosto 1294 nella basilica di Santa Maria di Collemaggio. Fu una rivoluzione: l’indulgenza plenaria gratuita per chiunque, sinceramente pentito e confessato, ogni anno avesse varcato la soglia della basilica dai vespri del 28 a quelli del 29 agosto. Da allora, secondo la Bolla papale che la istituì, il cui originale è conservato dalla Municipalità e custodito, fino al 6 aprile 2009, nella cappella della Torre civica – dove tornerà dopo gli accurati restauri dai danni inferti dal terremoto –, si vive questo speciale giubileo di un giorno, culmine d’una settimana di grandi eventi religiosi, artistici e culturali e d’un suggestivo Corteo dal Municipio alla Basilica di Collemaggio, per questa edizione in versione speciale per rispettare le misure anti Covid. Quest’anno sarà il Cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna, ad aprire la Porta Santa di Collemaggio, l’unica fuori Roma, battendovi tre colpi con il bastone d’ulivo del Getsemani…

L’anziano monaco Pietro Angelerio arrivò all’Aquila il 27 luglio 1294 dall’eremo sul monte Morrone. Un asino la sua cavalcatura, come Gesù entrando a Gerusalemme. Lo accompagnava un lungo corteo festante: due sovrani, Carlo II d’Angiò e suo figlio Carlo Martello, re d’Ungheria, alti prelati e dignitari, e tanta popolo che man mano si era aggiunto, durante il viaggio che da Sulmona lo aveva condotto all’Aquila attraverso la verde Valle Subequana. Dal 5 luglio l’umile eremita era stato eletto al soglio pontificio a Perugia, dopo 27 mesi di conclave. Pietro del Morrone sarebbe dunque diventato Papa Celestino V. Giungeva finalmente all’Aquila, la città che tanto amava e dove, di ritorno dal concilio di Lione, egli aveva fatto edificare la splendida abbazia gotica di Santa Maria di Collemaggio. Aveva scelto L’Aquila, malgrado i cardinali secondo prassi lo esortassero a raggiungere Perugia, per la solenne incoronazione, fissata al 29 agosto, festività di San Giovanni Battista, l’ultimo dei profeti.

La sua elezione era stata salutata da grande entusiasmo, interpretata come un segno profetico per la Chiesa da coloro che attendevano, la venuta d’un Pastore angelico. Era stata infatti profetizzata una nuova era dello Spirito per restituire all’umanità tormentata di quel secolo una spiritualità nuova e per redimerla dalla decadenza e dal disordine. La Chiesa si sarebbe finalmente liberata dei vincoli del potere terreno, come avevano predicato l’abate calabrese Gioacchino da Fiore nella seconda metà del XII secolo, e qualche anno dopo Francesco d’Assisi, scegliendo la povertà. Il carisma del nuovo Pontefice, l’aura di santità che lo accompagnava, il prestigio morale che gli aveva permesso di fondare e far riconoscere l’ordine dei Celestini, secondo la regola di San Benedetto, sembravano proprio i segni dell’avverarsi di quella profezia. I suoi monaci dall’Abruzzo s’erano diffusi in Molise, Puglia e Campania. Edificavano monasteri, grandi abbazie ed eremi su aspre montagne. Erano solleciti verso poveri e bisognosi, con una perfetta organizzazione sul territorio che ricordava i Cistercensi dei secoli addietro.

Al tramonto, dunque, il Papa giunse all’Aquila. Da Sulmona, lungo il percorso, era stata un tripudio d’entusiasmo. Il popolo l’amava. Si era arrivati nella “città nuova”, fondata nel 1254 anche per volere degli Svevi, secondo il decreto emesso da Corrado IV, figlio dell’imperatore di Federico II. La città in costruzione sul colle, con la sua cinta muraria lunga sei chilometri, era veramente bella. L’Aquila non era nata per aggregazione casuale come le altre città, bensì secondo un preciso ed armonico progetto, ad opera dei castelli confederati, 99 secondo la tradizione, una settantina in verità. Ciascuno di essi, in una gara d’ingegno e di perizia costruttiva, in base al piano di costruzione della città aveva edificato sull’area assegnata il proprio quartiere, con chiesa piazza e fontana. I legami con i villaggi d’origine erano saldi e vitali, i cittadini dentro le superbe mura e quelli restati nei castelli d’origine vantavano eguali diritti civili nella nuova città-territorio. E tuttavia i primi quarant’anni dell’Aquila non erano stati semplici, persistevano fazioni e dispute intestine, talvolta con esiti cruenti. E il governo civico spesso aveva fatto ricorso al carisma degli abati Celestini.

Eppure la città, ricostruita dopo la distruzione operata nel 1259 da Manfredi, era cresciuta presto e bene. In quei giorni, che precedettero l’investitura pontificia, Celestino avviava il suo straordinario papato riportando la pace tra le parti in lotta, ottenendo da Re Carlo privilegi e clemenza per gli aquilani. La cerimonia d’incoronazione, in quel 29 di agosto, fu un evento straordinario, come raccontano le cronache dell’epoca. Sulla spianata antistante la basilica un’immensa folla di duecentomila pellegrini, giunti d’ogni dove, assisteva al rito. Tra loro anche Dante Alighieri, secondo un attento testimone e cronista. Il vecchio Papa apriva subito orizzonti nuovi alla Chiesa. Richiamava il popolo di Dio al dovere del perdono e della riconciliazione. Invocava pace per ogni uomo e per l’umanità. Ammonizione che egli non lasciava all’inerzia delle parole, ma che aveva applicato alla concretezza dei suoi primi atti dal soglio pontificio, iniziando il suo papato con gesti esemplari e profetici per quel tempo che richiamavano la misericordia, il perdono e la pace.

Ancor più, il 29 settembre, un mese dopo aver assunto la tiara, Papa Celestino stupiva emanando la Bolla con la quale concedeva ai sinceramente pentiti che visitavano Collemaggio nella festività della Perdonanza, dai Vespri del 28 agosto a quelli del 29, l’indulgenza plenaria ed universale, gratuita e senza distinzioni. Un grande privilegio per la città dell’Aquila e per il suo Primo Magistrato – il sindaco di allora – che della Bolla ricevette l’originale, custodito poi gelosamente per sette secoli, fino ad oggi.  Il 13 dicembre 1294, a Napoli, aveva termine quello straordinario pontificato, con la volontaria rinuncia alla tiara e le dimissioni dal papato di Celestino V. Anch’esso gesto profetico d’umiltà, unico nella storia della Chiesa, fin quando Benedetto XVI non l’ha ripetuto nel febbraio 2013. Pochi giorni dopo, la vigilia di Natale, i porporati in conclave eleggevano il successore, il cardinale Caetani, che assumeva il nome di Bonifacio VIII. I primi suoi atti furono rivolti a cancellare ogni disposizione del papato celestiniano. A cominciare dalla Perdonanza. E quantunque Bonifacio ogni mezzo di pressione e persuasione mise in essere per ottenere la restituzione della Bolla onde consentirne l’annullamento, mai ebbe indietro il prezioso documento custodito dal governo civico.

Ripreso il nome Pietro e le umili vesti del monaco, dopo qualche mese Celestino veniva prelevato e fatto rinchiudere in una cella del castello di Fumone, poiché Bonifacio ne temeva il carisma l’aura di santità che lo accompagnava. In quella dura prigione il 19 maggio 1296 Pietro Celestino transitò a  vita eterna, nella diffusa convinzione della sua santità che, difatti, papa Clemente V proclamò ad Avignone nel 1313, dopo il processo di canonizzazione. Proprio Bonifacio, cui non era riuscito sopprimere l’annuale Perdonanza celestiniana, nel 1300 ne copiava il senso, istituendo per la basilica di San Pietro in Roma il Grande Giubileo d’un anno, ogni mezzo secolo, poi modificato nell’attuale cadenza venticinquennale.

Da Collemaggio, dove San Pietro Celestino riposa nello stupendo mausoleo scultoreo di Girolamo da Vicenza – fatto anch’esso singolare, un papa sepolto fuori la basilica vaticana – ogni anno l’universale messaggio celestiniano di pace e di perdono si rinnova. Da secoli migliaia di fedeli e pellegrini raggiungono L’Aquila da tutto il mondo per beneficiare, dal tramonto del 28 alla sera del 29 agosto, dell’indulgenza plenaria. Secondo la storica tradizione della festività, sancita negli antichi Statuti della città, anche oggi la Perdonanza è indetta dall’autorità civica e preparata da una settimana di grandi eventi, che culminano nel Corteo della Bolla del 28 agosto e nell’apertura della Porta Santa. La suggestiva sfilata dal Palazzo civico, con gli antichi i costumi, accompagna la Bolla che viene traslata a Collemaggio. Lì, accanto al torrione della basilica, secondo il rituale il Sindaco della città ne dà lettura, quindi il Cardinale delegato dal Papa può iniziare il rito di apertura della Porta Santa e il solenne pontificale che avvia il giubileo aquilano.

La sera del 29 agosto, richiusa la Porta Santa, il Corteo riconduce la Bolla nel Palazzo civico, dove viene riposta nel forziere della Torre civica, fino all’anno successivo. Uno speciale messaggio di pace e di perdono, nel 726° anno della Perdonanza, s’eleverà da Collemaggio in questo anno terribile di pandemia da coronavirus che ha colpito l’intera umanità, con gli attuali 23 milioni di contagiati e le quasi 800mila vittime. Un messaggio che riguarderà il dramma che l’umanità sta vivendo con il Covid 19, che ha condizionato fortemente anche la preparazione del giubileo celestiniano. La Perdonanza è patrimonio rilevante della storia civile e spirituale dell’Aquila, ma è ancor più patrimonio universale per i valori che richiama, come ha riconosciuto l’Unesco elevandola a Patrimonio immateriale dell’Umanità. S’eleverà ancora una volta dalla Basilica di Collemaggio il forte appello alla tolleranza, alla riconciliazione ed al perdono, per un’umanità sfibrata dal terrorismo, dalla guerra e dalla pandemia. Ma anche il richiamo alle grandi potenze perché operino davvero per far tacere le armi e i conflitti di varia natura che lacerano il mondo. Sia pace vera e duratura per tutti i popoli, ma soprattutto per quei martoriati popoli del Medio Oriente, terra dove le tre religioni che hanno lo stesso Dio – ebraismo, cristianesimo ed islamismo – sono nate. San Pietro Celestino è profeta di pace anche nel nostro tempo, con il messaggio universale della sua Perdonanza.

L’Arcivescovo dell’Aquila, Card. Giuseppe Petrocchi, l’ha richiamato nel suo messaggio di preparazione alla Perdonanza: “[…] La Perdonanza ha una radice spirituale, evangelica. L’idea che muove Celestino V è quella di estendere sempre di più l’atteggiamento del perdono ricevuto e dato come stile di vita quotidiano delle persone. Però tutto ciò che è autenticamente evangelico è anche pienamente umano, nella sua interezza, come ciò che è pienamente umano è tendenzialmente evangelico, cioè esprime valori che ritroviamo nella Parola di Dio. Allora la Perdonanza è al tempo stesso evento ecclesiale e sociale. L’Aquila, dunque, sempre di più è chiamata a vivere una vocazione fondamentale, quella di essere una sorta di scuola di dialogo, di relazioni fondate sull’amore che sa riconciliarsi con l’altro, perché l’esperienza personale e collettiva ci dimostra che, quando prevale l’atteggiamento di rancore, di rappresaglia, allora si attivano meccanismi di inimicizia, che sono sempre fonte di divisioni e sofferenze. La Perdonanza, dunque, ci dice che l’amore che sa rimuovere gli ostacoli dell’egoismo dà la precedenza alla verità e al bene. È un amore che costruisce la città di Dio, cioè la Chiesa-comunione, ma anche la città dell’uomo”.

Questo è il vero ed autentico magistero celestiniano. Al quale fanno da contorno straordinarie iniziative culturali, contemplate in un ricco cartellone di eventi di forte richiamo, dal 23 al 30 agosto, sotto la direzione artistica del M° Leonardo De Amicis. Anche quest’anno grandi artisti internazionali renderanno testimonianza del loro amore per L’Aquila, città che sta rinascendo dalle rovine del terremoto. Con l’antica tenacia, con fiducia e con speranza nel futuro.  L’evento spirituale e civile più importante per la città capoluogo d’Abruzzo non si ferma mai. Ha superato sempre ogni difficoltà: il terremoto, la pandemia da Covid 19, i terribili incendi che martoriato il patrimonio verde nei pressi dell’Aquila, distruggendo quasi 800 ettari di boschi.

Sarà una Perdonanza del tutto diversa dalle precedenti edizioni – ha dichiarato il sindaco Pierluigi Biondi -. È la prima dopo il riconoscimento a patrimonio immateriale dell’umanità Unesco, ma dovrà tenere conto delle disposizioni anti contagio. L’Aquila, luogo di avanguardia e sperimentazione, in piena sintonia con il rivoluzionario messaggio celestiniano, ha insegnato che il Covid non ferma la cultura, come non lo ha fatto il sisma e che, anzi, attraverso di essa, si riparte e si ricostruisce”. Sarà dunque una Perdonanza all’insegna della “sicurezza” e della “rinascita”, in grado di garantire la fruizione di ogni evento culturale nel rispetto di tutte norme sanitarie vigenti. Il Coronavirus ha spento per molto tempo le luci sui grandi eventi, mettendo a durissima prova il settore culturale del nostro Paese. Per questo la scelta della città è ancor più coraggiosa. Non a caso L’Aquila è candidata a Capitale italiana della Cultura per il 2022, sottolineando la sua capacità di ripartenza dopo il trauma e ricucendo il tessuto sociale attraverso la cultura. (Goffredo Palmerini/Inform)

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