direttore responsabile Goffredo Morgia
Registr. Trib. Roma n.338/2007 del 19-07-2007
INFORMAZIONI DEL GIORNO – NEWS PER GLI ITALIANI ALL'ESTERO

Crimea – L’olocausto sconosciuto

ITALIANI NEL MONDO

Dal Messaggero di sant’Antonio, per l’estero, gennaio 2022

 

«Era il 29 gennaio 1942, ricordo molto bene quel giorno. Venne una macchina della polizia speciale, dissero che ci davano un’ora e mezza di tempo e poi ci avrebbero deportati. Potevamo portare con noi solo 8 kg di roba a testa (…). Ci radunarono in vari punti: scuole, mense. Ci portarono a Novorossijsk, ci fecero il bagno. Poi ci misero in dieci vagoni bestiame. Su questo treno facemmo un lungo viaggio che durò due mesi. Morivano i bambini. I miei figli di 2 e 5 anni morirono, come tutti, di tifo petecchiale e di polmonite. Quando arrivammo nel Kazakistan ci dissero: “Vi hanno mandato qui perché moriate tutti”». Queste sono le parole di Paola Evangelista, riportate nel libro L’olocausto sconosciuto: lo sterminio degli Italiani di Crimea, un volume a cura di Giulia Giacchetti Boico e Giulio Vignoli che ha raccolto le testimonianze dei sopravvissuti. La Crimea è una penisola dalla storia travagliata tra il Mar Nero e il Mar d’Azov, da quasi otto anni soggetta a sanzioni economiche internazionali a causa della contesa tra Russia e Ucraina. La presenza italiana ha radici antiche: possedimento romano, è stata brevemente sotto il controllo delle Repubbliche di Venezia e di Genova, prima dell’avvento dei russi. Furono gli zar a incentivare l’emigrazione di manodopera specializzata dall’Italia, in particolare dalla Puglia, a partire dalla prima metà dell’Ottocento. Contadini, viticoltori, pescatori ed esperti del settore navale: circa tremila persone si stabilirono nella città portuale di Kerch e nei dintorni. Costruirono una chiesa, fondarono una scuola con corsi di italiano, e un circolo. Sotto il regime bolscevico, dopo il 1917, la situazione cominciò a peggiorare. Vennero confiscate proprietà e terre da collettivizzare e, dagli anni Trenta, gli italiani cominciarono a essere additati come fascisti: furono costretti a rinunciare alla loro cittadinanza e, in molti casi, ai propri cognomi. Iniziarono così le esecuzioni e gli arresti fino al rastrellamento del gennaio del 1942, quando la quasi totalità della popolazione di origine italiana venne deportata nei campi di lavoro in Kazakistan e in Siberia. Da Kerch partirono tre navi cariche di connazionali, e per molti fu un viaggio di sola andata: un’imbarcazione venne affondata dai tedeschi, bambini e anziani vennero sterminati dalle malattie, e tanti adulti morirono di stenti nei gulag. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, fecero ritorno a Kerch poche centinaia di esuli che si ritrovarono a dover ricominciare da zero, senza poter tornare nelle proprie case ormai occupate. Per Giulia Giacchetti Boico, presidente dell’Associazione Cerkio (Comunità degli emigrati nella regione di Krimea – italiani di origine), uno dei primi ricordi d’infanzia è proprio legato ai racconti della nonna sulla deportazione che ha lasciato una fortissima impressione su di lei. Sono molte le attività che l’associazione ha portato avanti nel corso degli anni – mostre esposte anche in Italia, pubblicazioni – assieme agli appuntamenti annuali, a partire dalla cerimonia per il giorno del ricordo con la deposizione in mare di garofani rossi. A settembre, invece, sul colle Gasforta a Sebastopoli, si ricordano i caduti della guerra di Crimea (1853-’55) che vide lo spiegamento di 20 mila soldati dell’esercito dei Savoia. Oltre a ricordare e tramandare il passato, l’associazione si adopera per la promozione culturale, in particolare durante la Settimana della lingua italiana nel mondo, e continua ad assistere i connazionali per questioni burocratiche. I discendenti degli italiani hanno ottenuto solo nel 2015 il riconoscimento, da parte dello Stato russo, della deportazione forzata e ingiusta e delle persecuzioni per motivi etnici. Da anni si cerca inoltre di sensibilizzare il governo di Roma a ripristinare la cittadinanza italiana ai sopravvissuti e ai discendenti che, in molti casi, non sono mai riusciti a vedere il Paese d’origine che portano nel cuore. (Sara Bavato – Il Messaggero di sant’Antonio, edizione italiana per l’estero /Inform)

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail
Powered by Comunicazione Inform | Designed by ComunicazioneInform