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Consegnate al Quirinale le Stelle al Merito del Lavoro per l’anno 2025, Mattarella: La questione dei salari non può essere elusa perché riguarda in particolare il futuro dei nostri giovani, troppi dei quali sono spinti all’emigrazione

QUIRINALE

(Fonte foto Presidenza della Repubblica)

ROMA – Si è svolta al Palazzo del Quirinale, alla presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, la cerimonia di consegna delle Stelle al Merito del Lavoro per l’anno 2025. Nel Salone dei Corazzieri sono intervenuti il Presidente della Federazione Nazionale Maestri del Lavoro, Elio Giovati e il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Marina Calderone. Il Presidente Mattarella, coadiuvato dal Ministro Calderone, ha quindi consegnato le Stelle al Merito del Lavoro per l’anno 2025. Erano presenti il Presidente della Camera dei Deputati, Lorenzo Fontana, il Vice Presidente del Senato della Repubblica, Gian Marco Centinaio e il Presidente della Corte Costituzionale, Giovanni Amoroso. La decorazione della “Stella al merito del lavoro” viene conferita dal Presidente della Repubblica su proposta del Ministro del Lavoro e delle Politiche sociali ed è destinata a cittadine e cittadini italiani, dipendenti da imprese pubbliche o private, che si sono distinti per meriti di perizia, laboriosità e buona condotta morale. Il riconoscimento comporta il titolo di “Maestro del lavoro”.  “Rivolgo un pensiero di riconoscenza, e un sincero augurio, – ha esordito il Capo dello Stato nel suo discorso – ai Maestri del Lavoro qui convenuti per l’ormai tradizionale cerimonia. Mi congratulo con i premiati di quest’anno e con quanti hanno appena ricevuto la Stella al Merito, segno di un impegno professionale vissuto negli anni con dedizione e passione, e di una stima che il loro lavoro quotidiano è stato capace di meritare. Quanto espresso dai Maestri nella loro vita lavorativa si arricchisce, adesso, di una generosa opera di formazione, di dialogo con i giovani, di volontariato nella società, come ci ha ricordato il Presidente Giovati. Un’etica civile, quella del lavoro, che ha permeato e permea la nostra società. Il lavoro – ha proseguito Mattarella – costituisce elemento permanente del nostro modello di comunità, rappresentando, al tempo stesso, un diritto e un dovere, perché realizza le aspettative di crescita delle persone ed esprime i doveri di solidarietà della coesione sociale del Paese. Il lavoro sta cambiando. Occorre inserirsi nei cambiamenti. Per governarli e orientarli in direzione della giustizia e del rispetto di ogni persona”. “Il trend positivo dell’occupazione – ha aggiunto il Presidente della Repubblica – mostra una società italiana in movimento, dove non mancano risorse e creatività. E tuttavia, come in tutte le fasi di transizione, si manifestano aspetti problematici ed elementi critici che vanno regolati, per corrispondere alle finalità dettate dai valori della nostra convivenza civile. Il lavoro oggi procede a velocità diverse. Si creano diaframmi tra categorie, tra generazioni, tra lavoratori e lavoratrici, tra italiani e stranieri, tra territori, tra chi fa uso di tecnologie avanzate e chi non è in condizione di farlo. L’unità del lavoro è stato uno dei fattori più possenti della crescita economica, sociale, civile del nostro Paese. Il senso unitario dell’apporto delle cittadine e dei cittadini allo sviluppo del Paese ha avuto una funzione determinante nel generare partecipazione, diritti, benessere. Alla decrescita industriale corrisponde l’incremento dei comparti dei servizi. Si riducono luoghi e si riduce la concentrazione nei luoghi del lavoro: tra gli altri fenomeni è divenuta strutturale, dopo la pandemia, la porzione di lavoro che si svolge da remoto, in smart-working. A questo – ha continuato Mattarella – corrisponde una struttura di categorie salariali che vede, nei cosiddetti piani alti dell’occupazione, lavoro prestigioso, appagante, ben remunerato e, nei cosiddetti piani bassi, forme di precarietà non desiderate, subite, talvolta oltre il limite dello sfruttamento.

Non ci sono ricette facili per un mondo del lavoro che ovviamente è condizionato da mercati sempre più interdipendenti. Sappiamo che è stato il lavoro il motore della crescita economica e sociale dell’Italia. La piena occupazione è un orizzonte che oltre la dignità riguarda la libertà”. “La dinamica salariale negativa dell’ultimo decennio – ha poi rilevato il Capo dello Stato – vede ora segnali di inversione di marcia. Ben sappiamo come i salari siano stati lo strumento principe nel nostro Paese per ridurre le disuguaglianze, per un equo godimento dei frutti offerti dall’innovazione, dal progresso. È una questione che non può essere elusa perché riguarda in particolare il futuro dei nostri giovani, troppi dei quali sono spinti all’emigrazione. Questa strada, spesso sofferta, viene prescelta, talvolta, per la difficoltà di trovare lavoro e, sovente, a causa del basso livello retributivo di primo ingresso nel mondo del lavoro”.  “L’Organizzazione Internazionale del Lavoro certifica – ha ricordato Mattarella – che la quota di reddito da lavoro — ovvero la quota del PIL dedicata ai lavoratori, destinata alle loro retribuzioni — è scesa a livello mondiale in misura significativa dal 2014 al 2024. È un tema che la Banca Centrale Europea segnala anche per l’Italia: alla robusta crescita dell’economia che ha fatto seguito al Covid, non è corrisposta la difesa e l’incremento dei salari reali, mentre risultati positivi sono stati conseguiti dagli azionisti e robusti premi hanno riguardato taluni fra i dirigenti. Sono le entrate fiscali dei dipendenti pubblici e privati, dei pensionati, a fornire allo Stato, attraverso le imposte, il maggior volume di risorse. Porre riparo – dalle parti sociali alle istituzioni – non deve consistere nell’inseguire politiche assistenziali quanto, piuttosto, essere scelta di sviluppo e, quindi, di lungimirante coesione sociale. La ricomposizione del lavoro – ha aggiunto il Presidente della Repubblica – è dunque parte di un processo di equità, che richiede una crescita di consapevolezza, e anche un’opera paziente di carattere culturale. Sembra, talvolta, che non ci si renda appieno conto degli effetti negativi che possono derivarne nel tempo sulla serenità della vita sociale”. (Inform)

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