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Con papa Francesco in Amazzonia

RASSEGNA STAMPA

Dal Messaggero di sant’Antonio, gennaio 2018

La visita di papa Francesco in Amazzonia ci spinge a riconsiderare i tanti progetti che lettori del Messaggero di sant’Antonio stanno sostenendo, tramite Caritas Antoniana, per la salvaguardia della grande foresta e dei suoi popoli.

Oggi Papa Francesco incontra i popoli dell’Amazzonia e sprona tutti i credenti a fare la propria parte per difendere la grande foresta e i suoi abitanti. Un’occasione unica per ricordare che da molti anni i lettori del «Messaggero di sant’Antonio», tramite Caritas Antoniana, intervengono con progetti mirati in Amazzonia. A condurli idealmente nel cuore della madre di tutte le foreste sono alcuni missionari di confine, che danno anima e corpo per migliorare la vita dei poveri, per salvare la natura, per tutelare antiche culture.

Solo negli ultimi cinque anni i progetti realizzati sono stati nove, situati in tre dei nove Paesi che hanno in comune il territorio amazzonico: Brasile, Perù ed Ecuador. Diversi gli ambiti d’intervento: dall’ospedale al limite della foresta alla scuola di villaggio, dalla formazione professionale, alla costruzione di centri polivalenti per le comunità, dalla riforestazione al microcredito per l’avviamento di piccole imprese familiari, dalla potabilizzazione dell’acqua allo sviluppo agricolo. Piccole gocce in un mare immenso, che però testimoniano che la Chiesa è presente in Amazzonia, in un luogo che dovrebbe essere il centro del mondo per la sua biodiversità, le sue culture, il suo apporto fondamentale alla vita del Pianeta e invece è una periferia, che langue fuori dai riflettori, minacciata da affaristi senza scrupoli e da politici corrotti.

Una chiesa nuova

Papa Francesco sa che l’Amazzonia è un punto nevralgico per le sorti dell’umanità. È insieme possibilità e specchio di sventure. È la periferia che più mostra le meraviglie della creazione e le miserie dell’ingordigia umana. È il luogo che più porta a sentirsi creature, a cercare l’anima della Terra. Qui può nascere o morire un’economia per l’uomo, sostenibile e rispettosa della natura e dei popoli. L’Amazzonia, lo fa intuire spesso il Papa, è la madre Terra amata da san Francesco, che ora chiama a raccolta i suoi figli.

Il Pontefice oggi va in Amazzonia, ma è da tempo che prepara questo incontro. Nel marzo del 2015, la Santa Sede lancia il Repam, la Rete ecclesiale panamazzonica, un circuito transnazionale nato appena un anno prima per difendere la grande foresta e i suoi 30 milioni di abitanti (2,8 milioni dei quali sono indigeni appartenenti a 390 popoli). Pochi mesi dopo, il 24 maggio, esce l’enciclica Laudato si’, un documento profondamente francescano che conquista il popolo indio. Un vento nuovo soffia tra le fronde. Ora che papa Francesco va a trovarli, l’emozione è palpabile.

È assai povera la Chiesa d’Amazzonia, opera in condizioni disagiate, spesso al limite del vivibile. Per noi la descrive fra Gastone Pozzobon, 75 anni, frate francescano minore conventuale che opera da circa 15 anni a Nova Bandeirantes, a nord del Mato Grosso, in Brasile: «La mia parrocchia è intitolata a San Pietro e ha un territorio di circa 9 mila 500 chilometri quadrati, con insediamenti dispersi e 25 mila abitanti. Gran parte di essi non è neppure iscritta all’anagrafe perché non ha i mezzi per andare in città. Sinop, il comune sede della diocesi, dista quasi 600 chilometri. Le strade non sono asfaltate e diventano impraticabili con la pioggia. Io, però, curo cinquantuno comunità, la più lontana dista oltre 200 chilometri. Sono sempre in foresta». I sacerdoti e i religiosi in Amazzonia sono molto pochi, insufficienti in un territorio tanto sconfinato. E ciò che è peggio è che sono spesso soli ad affrontare problemi immensi, non solo per vastità ma anche per complessità: «Il più grande è la povertà, da cui derivano molti altri: denutrizione infantile, alta mortalità, carenza di formazione». Poi ci sono i problemi causati dai soprusi dei più forti: «Molti dei miei parrocchiani fanno parte del movimento dei Senza terra, lottano con i pochi mezzi a loro disposizione contro i grandi proprietari per avere un fazzoletto di terra con cui sfamare la famiglia. Mi trovo in mezzo a conflitti in cui non è facile agire: se dico o faccio la cosa sbagliata rischio addirittura di peggiorare la situazione della mia gente».

Sora nostra matre Terra

Papa Francesco sa che questa Chiesa di confine ha bisogno allo stesso tempo di aiuti materiali e di pensiero, di un’identità che la definisca, di nuovi percorsi da seguire nell’evangelizzazione, di una rete che la renda più forte; per questo ha annunciato un Sinodo panamazzonico per il 2019. Ma già adesso quest’azione paterna sta dando i primi frutti. Lo scorso autunno è rimbalzata la notizia che la forte presa di posizione del Repam, seguita agli allarmi delle associazioni ambientaliste, è riuscita a fermare almeno per ora il decreto del presidente brasiliano Michel Temer che cancellava la Riserva nazionale del Cobre e la tutela di alcuni territori limitrofi (il Renca). Si tratta di un’area grande quanto la Danimarca, una delle più incontaminate del Pianeta, che ingloba nove riserve indigene, situata nel nord del Brasile. La più grave minaccia degli ultimi 20 anni.

Tuttavia, nessuno tra i missionari si fa illusioni: la lotta sarà dura e difficile, ma forse, da oggi, non impossibile. Intanto è necessario resistere. Grazie a Dio l’Amazzonia regala indicibili soddisfazioni a chi sa ascoltare il suo respiro: «Ogni mattina – racconta fra Gastone – apro la mia finestra sgangherata e i miei occhi cercano le farfalle. Ci sono milioni di farfalle qui. Mi rendo conto che, in questa immensità, faccio parte di quella Chiesa ferita, malata, infangata, che sente l’odore delle pecore, così come la vuole papa Francesco. E sono anche un francescano! Amo vivere qui. Aspettando papa Francesco, canto emozioni nuove con parole antiche: “Laudato si’, mi Signore, per sora nostra matre Terra, / la quale ne sustenta et governa, / et produce diversi fructi con coloriti flori et herba”» (San Francesco, Cantico di frate Sole).  (Giulia Cananzi – Messaggero di sant’Antonio, gennaio 2018)

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