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Cinema tra Natale e Capodanno

CINEMA

Articolo di Carlo Di Stanislao

 

Non è in clima con il Natale, ma è il miglior film nella sale questa Natale “L’amore bugiardo”, traduzione non troppo convincente di “Gone girl”, film che David Fincher ha tratto dall’omonimo best seller di Gillian Flynn, in Italia edito da Rizzoli, una corsa contro l’evidenza, candidato a cinque Golden Globe e ai sei Oscar, vincitore della Farfalla d’Oro al Festival di Roma, con script scovato da Reese Witherspoon,  che nel dicembre del 2011 lo propose al produttore Leslie Dixon, che però le ha preferito Rosamund Pike (e a ragione) nel ruolo della protagonista, lasciandola come co-produttrice e dopo aver scartato in successione Charlize Theron, Natalie Portman, Emily Blunt, Rooney Mara, Olivia Wilde, Abbie Cornish e Julianne Hough e scelto la gelida figlia dei musicisti Caroline e Julian Pike, affidandone la regia all’autore di  Panic Room,  Seven, Fight Club, Millenium, che ne ha cavato una pellicola ipnotica e dal ritmo incalzante, una metafora crudele contro l’ipocrisia e l’apparenza  e sulla difficoltà dei rapporti fra uomo e donna.

In un’America attraversata dalla crisi, Amy (Rosamund Pike) e Nick (Ben Affleck) sembrano una coppia felice. Perché dunque lui l’ha uccisa? E l’ha poi uccisa? Le domande sono poste in diretta dai network più aggressivi. Spazzatura televisiva e morale si sommano. Ritratto impietoso di un mondo in cui l’apparire e il successo si intrecciano, legati dall’ipocrisia; il film, come ha scritto Peter Traves su Roling Stones, date-night del decennio,  per le coppie che sognano di distruggere l’un l’altro.

Ben Affleck, che continua ad azzeccare le pellicole giuste, è perfetto e naturale nella parte del marito bamboccio che si trova ad affrontare qualcosa di troppo grande per lui e la vera star (candidata come migliore attrice allo Screen Actors Guild Awards)  è Rosamund Pike, bella e glaciale, che sembra uscita da un film di Hitchcock.

David Fincher è bravissimo nel raccontare con voci alterne una incursione nel lato oscuro del matrimonio., costruendo un perfetto thriller basato su una serie di rovesciamenti e colpi di scena che costringe lo spettatore  a chiedersi se davvero conosce la persona che gli dorme accanto.

Molto meglio questo che “Il ragazzo invisibile” di Salvatores che con coraggio (ma dubbia riuscita) porta al cinema una versione tutta italiana dei cinecomic che vanno per la maggiore, scegliendo però una chiave vicina al cinema per ragazzi dei primi anni Ottanta e strizzando l’occhio a Heroes, piuttosto che ai supereroi Marvel e DC.

Riuscito in pieno invece il film di Fincher, un thriller elegantissimo e stilizzato, che attraverso un incedere amniotico e angoscioso, ma anche ricco d’ironia, porta a conclusioni che feriscono e sgomentano sull’agire umano, sulla coppia e sull’amore, con il valore aggiunto di una indimenticabile  colonna sonora di Trent Reznor e Atticus Ross.

Meglio anche del film di Ken Loach Jimmy’s Hall, che racconta la vera storia di Jimmy Gralton, un ex combattente della Guerra Civile che dopo 10 anni di assenza torna in Irlanda per star vicino alla sua famiglia e che si trova nuovamente in prima linea contro l’oscurantismo della ricca borghesia e della Chiesa, che avversano la sala da ballo che ha ristrutturato e che fonda un centro sociale ante litteram.

Film impegnato ma che non aggiunge nulla alla lunga e ormai stanca e ripetitiva filmografia loachhiana.

Dopo la delusione totale per le solite commedie italiane e parziale per “Storie pazzesche” firmata da Damian Szifron e prodotta da Pedro Amodovar e per “Pride” , presentato a Cannes, sezione Un certain regard  di Matthew Warchus, con Bill Nighy, Imelda Staunton, Dominic West e Andrew Scott, ora attendo l’inizio dell’anno per vedere, dal primo, in un tour de force molto serrato, “Big eys” di Tim Burton, “American sniper” di Clint Eastwood, “Imitation games” trionfatore a Toronto e l’italiano “Si accettano miracoli”, di Alessandro Siani che ne firma la sceneggiatura e ne è protagonista.

Considerato l’erede di Pieraccioni, Siani prova a replicare il successo de “il principe abusivo”, raccontando di buoni sentimenti con una storia in cui lui, “tagliatore di teste”, viene a sua volta “tagliato” e finisce in un piccolo paesino del sud in custodia al fratello parroco interpretato da Fabio De Luigi.

Certamente il film, come mostrano i trailer, è fatto di personaggi e usi e costumi un po’ retrò, e con una forte devozione verso i santi a cui vengono continuamente invocate grazie, ma forse ci sarà qualche novità e un po’ più di respiro,  rispetto alle commediole italiane che girano  oggi.

Fresco di separazione dalla moglie e musa Helena Bonham Carter, dopo due anni dall’ultimo film (Frankenweenie, adattamento di un corto dell’84 dello stesso regista), Tim Burton torna ai suoi antichi temi con “Big eyes”, un biopic dedicato alla pittrice Margaret Keane, famosa per i suoi quadri di bambini dagli enormi occhi tristi, scritta dal collaudato tandem Scott Alexander e Larry Karaszewski (Ed Wood per Burton, ma anche Piccola Peste, Operazione Gatto, Larry Flint – Oltre lo Scandalo), con una storia che racconta la vita della pittrice che a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta ottenne un crescente successo di pubblico – nonostante la critica di settore abbia definito la sua arte kitsch – e che diede vita ad un successo attraverso una frode  operata dalla stessa Margaret, irretita dal (secondo) marito Walter Keane, che firmò i quadri della moglie, con la scusa di essere più abile nella promozione artistica.

Il film non ha convinto la critica americana, ma su Variety e Vanity Fair si è scritto che è onirico e burtoniano, quindi molto creativo e che nella sconfinata tristezza degli “occhioni” è la vera firma di un autore che si identifica in Margaret mentre, nella unica sequenza notturna del film, in fuga dal marito, guida in lacrime, giustificandosi con la figlia di non essere una buona madre.

Stroncato dalla critica liberal anche il troppo “reazionario” “American Sniper”, terzo film di guerra di Clint Eastwood, che si ispira alla autobiografia di Chris Kyle, capo del Team Three dei Navy Seals statunitensi dal 1999 al 2009, con protagonista Bradley Cooper, trasformato per esigenze di ruolo in un ragazzone del Texas, con muscolo totale e sguardo azzurro che diventa una cosa sola con il mirino e che è basato su un concetto che è il motto dei Seals: “che nessun uomo venga lasciato indietro”.

Scrive Justin Chang di Variety che `American Sniper´ sembra formare un dittico per soggetto, tema e qualità con `The Hurt Locker´ e che è una pellicola troppo di parte e troppo di destra per essere apprezzata.

Invece secondo Todd McCarthy di The Hollywood Reporter:, si tratta di un combat-film senza fronzoli né sbavature,  che si trasforma a poco a poco in qualcosa di più complesso e meditabondo; un intimo e straziante studio che offre barlumi di verità sul prezzo fisico e psicologico esigito dal fronte, che colpisce anche per la lucida serenità con cui tratteggia la dimensione familiare e che ci rivela come l’84enne regista sia in uno stato di forma invidiabile, capace, ancora una volta, di farci uscire dal  mortorio delle recenti uscite e  rappresentare il rullo di tamburi per un pubblico adulto interessato a un’offerta più seria e intelligente di quella tipica delle feste.

Infine “Imitation games”, di Morten Tyldum, con Benedict Cumberbatch, Keira Knightley, Matthew Goode, Mark Strong, e Rory Kinnear, storia vera di  Alan Turing, brillante matematico ed esperto di crittografia, che nei primi anni ’50 viene interrogato dall’agente di polizia che lo ha arrestato per atti osceni ed inizia a raccontare la sua storia partendo dall’episodio di maggiore rilevanza pubblica: il periodo, durante la Seconda Guerra Mondiale, in cui fu affidato a lui e ad un piccolo gruppo di cervelloni, fra cui un campione di scacchi e un’esperta di enigmistica, il compito di decrittare il codice Enigma, ideato dai nazisti per comunicare le loro operazioni militari in forma segreta. È il primo di una serie di flashback che scandaglieranno la vita dello scienziato morto suicida a 41 anni e considerato oggi uno dei padri dell’informatica in quanto ideatore di una macchina progenitrice del computer. The Imitation Game rivela le sue intenzioni fin dal titolo: perché è un gioco di sotterfugi e contraffazioni che riguarda non solo il codice nazista, ma anche la stessa attività del gruppo di esperti riuniti per decifrarlo, costretti ad operare sotto copertura.

Comunque, per chi voglia spettacoli più leggeri e per famiglia, sempre il primo, consigliamo il cartoon inglese “il postino Plat”, girato da Mike Disa, dove un umile ed amato postino vive una vita serena a Greendale, delizioso villaggio di campagna, con la moglie Sara, il figlioletto Julian ed il tenero gatto bianco e nero Jess, ma ha un grandissimo desiderio: una vacanza in Italia con Sara, per poter finalmente andare davvero in luna di miele. Appena ricevuto il suo premio-produzione, prenoterà il viaggio e saranno pronti a partire per la terra de “La Dolce Vita”. Se non altro il nostro Paese raccontato con gli occhi di chi lo crede ancora una meraviglia. (Carlo Di Stanislao*/Inform)

* Presidente dell’Istituto Cinematografico dell’Aquila “La lanterna magica”

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