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Registr. Trib. Roma n.338/2007 del 19-07-2007
INFORMAZIONI DEL GIORNO – NEWS PER GLI ITALIANI ALL'ESTERO

Castelnuovo e l’altipiano

LIBRI

“Mario Daniele, il sogno americano”, qui di seguito le pagine di Introduzione del libro, scritte dal curatore Goffredo Palmerini

L’AQUILA – Un tempo, prima che la grande emigrazione prosciugasse di braccia queste aride terre dell’Abruzzo montano, l’altipiano che si snoda dai resti dall’antica città vestina di Peltuinum fino al magnifico borgo di Navelli era un giardino di mandorli in fiore, a primavera. Perle bianche tenuamente tendenti al rosa ingioiellavano i campi distesi sull’acrocoro. E più ancora gli acclivi che nei due lati ne erano cornice, trapuntati di borghi dalle splendide architetture e vestigia d’antichi castelli e fortezze sulle sommità dei colli, a presidio di quelle comunità. Sulla piana, in sequenza, magnifiche chiese di pietra, con le facciate romaniche squadrate, indorate dal sole. Correva, lungo l’altipiano dove da secoli si coltiva lo zafferano – l’oro rosso più buono del mondo – l’antico “tratturo magno”, la grande via della transumanza.

Era largo oltre centodieci metri, il tratturo. Prendeva avvio dai contrafforti amiternini, già patria di Caio Crispo Sallustio, superando di lato il colle dove nel 1254 venne fondata L’Aquila, e si dispiegava come “un erbal fiume silente” fino alla Puglia, alla Capitanata di Foggia, dove le greggi dai monti andavano per otto mesi a svernare. Dunque su quel tratturo, dalle terre dei Sabini e dei Vestini – gli antichi popoli italici di questa parte d’Abruzzo -, per oltre due millenni e fino a qualche decennio fa, i pastori hanno scritto storie di fatica, sofferenze, relazioni umane e commistioni di culture, accompagnando le loro greggi verso le campagne del Tavoliere pugliese.

Vita dura, grama, specie in queste terre sassose dell’Abruzzo interno da cui negli scorsi due secoli fiumi d’emigranti sono partiti per le Americhe, poi per l’Europa e l’Australia. E con loro sono partite le braccia, quelle stesse che dalle balze inerpicate verso l’imponente catena del Gran Sasso prima carpivano dai sassi scampoli di terra da coltivare, per il parco nutrimento di famiglie ricche solo di bimbi, o che pascevano le greggi dei grandi armentari. L’antico tracciato del “tratturo magno”, superata l’erta di Poggio Picenze, all’altezza di Barisciano – esposto con le case a mezzogiorno sul fianco della montagna a sinistra – deviava leggermente a destra verso l’antica città di Peltuinum, guardata a vista e quasi presidiata dal borgo di Castelnuovo, con le sue case allineate sul fianco di un colle, l’unico nel mezzo dell’altipiano.

Castelnuovo, il cui antico nome era Castronuovo (dal latino castrum, borgo fortificato), era nato dopo l’anno Mille dall’unione di due villaggi. Nel 1254 è tra i castelli fondatori dell’Aquila, la nuova città edificata con il concorso di una settantina di castelli che avrà per tre secoli un importante ruolo economico, politico, culturale e spirituale anche fuori dal Regno. Castelnuovo ne segue le vicende, anche quando nel 1423, durante l’assedio durato 13 mesi operato Braccio da Montone alla città dell’Aquila, viene esso stesso occupato dalle truppe braccesche, fin quando gli Aquilani, usciti in campo aperto ad affrontare gli assedianti, il 2 giugno 1424 a Bazzano non feriscono a morte Braccio e vincono la guerra. Le vicende storiche di Castelnuovo sono contrappuntate da devastanti terremoti: nel 1461, quando il paese fu distrutto dal sisma (…Castelnuovo divenuto un mucchio di sassi, caduti anche i torrioni delle mura comuni colla morte di 28 persone… scrisse Anton Ludovico Antinori negli Annales), poi ancora raso al suolo dal terremoto del 2 febbraio 1703, infine il 6 aprile del 2009, quando il centro storico del borgo è stato devastato dai crolli, con cinque vittime rimaste sotto le macerie. Con l’unificazione d’Italia nel 1862 Castelnuovo era stato annesso al Comune di San Pio delle Camere. Attualmente il paese sta gradualmente rinascendo dai danni del terremoto del 2009, compresa la chiesa dei Santi Stefano e Silvestro, posta sulla sommità del colle con accanto il campanile in pietra d’origine medievale, guardiani spirituali del borgo e dell’altipiano.

Dal rilievo del colle dove sorge, Castelnuovo domina la vista dell’antica città vestina di Peltuinum, di cui restano importanti vestigia archeologiche su un territorio condiviso con il vicino comune di Prata d’Ansidonia. L’impianto urbano dell’antica Peltuinum, che gradualmente sta tornando alla luce con campagne pianificate di scavi archeologici, offre un ordine di mura romane all’interno del quale è stata rinvenuta un’area sepolcrale che si aggiunge alla necropoli esterna risalente fino al VII secolo a.C. La fondazione di Peltuinum secondo i canoni urbanistici romani si colloca alla metà del I secolo a.C., in un periodo di riorganizzazione amministrativa che si conclude con l’accentramento del potere nelle mani di Ottaviano Augusto. Proprio in quest’area centrale dell’Italia, nel territorio dei Vestini, si costituisce un importante polo urbano, sia per le vie di comunicazione (qui passava la Claudia Nova, realizzata nel 47 d.C. con l’imperatore Claudio, che collegava Amiternum alla Tiburtina Valeria), sia per lo sfruttamento agricolo locale e di più vasta portata, sia infine per la regolamentazione del transito delle greggi in transumanza. Al primo secolo d.C. si collocano la sistemazione dell’area urbana, con la costruzione di una cinta muraria e di un’area monumentale, i cui scavi hanno finora riportato alla luce un tempio, prospettante sul foro, e un teatro.

Le fonti antiche riportano un forte terremoto che nel V secolo dovette interessare Roma e gran parte dell’Italia centrale. I risultati di scavo sull’area di Peltuinum portano ad individuare nel sisma del 443 l’evento calamitoso che provocò il graduale abbandono della città romana. La popolazione iniziò a lasciare la città, anche a causa delle guerre che segnavano sempre di più la debolezza dell’Impero romano. E nel clima di insicurezza la gente di Peltuinum si spostò verso luoghi e posizioni più difendibili, che poi andranno a costituire i borghi ancor oggi visibili. Dal V secolo in poi molte le spoliazioni perpetrate agli edifici principali della città, tanto che abbondante materiale lapideo è rintracciabile nelle murature delle chiese e nei castelli di Prata d’AnsidoniaCastelnuovoBominaco e significativamente nella splendida chiesa di San Paolo.

I primi scavi archeologici nell’area di Peltuinum risalgono al 1983-‘85. Essi furono condotti sotto la supervisione del prof. Paolo Sommella, che allora insegnava Urbanistica Antica presso l’Università di Roma “La Sapienza”. Le indagini sul campo vennero effettuate in collaborazione con la Soprintendenza Archeologica d’Abruzzo, la Comunità Montana della Piana di Navelli ed altri Enti locali. Con le prime ricerche di scavo venne indagata l’area pubblica della città romana, costituita dal tempio forense e dal teatro. Sotto la direzione di Adele Campanelli della Soprintendenza Archeologica d’Abruzzo, tra il 1986 e il 1996 vennero effettuati restauri e opere di consolidamento che riguardarono soprattutto il tratto occidentale delle mura, la porta ovest, tempio e porticus, una piccola parte del teatro nonché il fortilizio medievale. Di nuovo sotto la guida del prof. Sommella, a partire dal 2000, le ricerche nell’area archeologica sono state riprese nell’ambito di un progetto europeo. Dal 2001 lo scavo didattico e la ricerca sono diretti dalla prof. Luisa Migliorati, della Sapienza Università di Roma. Nel 2009 la Soprintendenza d’Abruzzo ha intrapreso una campagna di scavo nell’area della necropoli pre-romana fuori dalle mura della città.

Queste brevi notizie di Castelnuovo e della sua storia, fortemente ancorata a quella della città di Peltuinum, ci disegnano il contesto dal quale, nel corso del Novecento e particolarmente nel secondo dopoguerra, gran parte della popolazione dei borghi dell’altipiano e della stessa Castelnuovo prese la via dell’emigrazione, nelle Americhe, nei paesi d’Europa – Svizzera, Francia, Belgio, Germania -, e in Australia. E’ qui a Castelnuovo che ha inizio la storia che racconteremo, la vita di Mario Daniele (vedi Inform dell’11 gennaio, “Mario Daniele, il sogno americano”, prossima l’uscita del volume di Goffredo Palmerini | www.comunicazioneinform.itndr), una vita che pare un romanzo, con quel tanto di avventura, sentimento, sana temerarietà, coraggio e intraprendenza. Innervata sulla forte indole della nostra gente di montagna, la tenace determinazione di Mario ci consegna questa storia fuori dall’ordinario, con il racconto del protagonista stesso. (Goffredo Palmerini – Inform)

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