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INFORMAZIONI DEL GIORNO – NEWS PER GLI ITALIANI ALL'ESTERO

Canada – D’Arelli: il web a lezione degli IIC

ITALIANI NEL MONDO

Dal Messaggero di sant’Antonio per l’estero, febbraio 2021

«L’Italia è un modo di essere, un valore assoluto, una visione che affonda le sue radici nella sua cultura, nella sua storia, nel suo stile». Si presentò così Francesco D’Arelli – lucano, di Sant’Arcangelo (PZ), sposato, due figli – nel marzo del 2016, quando divenne direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Montréal.

Intellettuale dalla vasta e variegata cultura, soprattutto di matrice orientale, D’Arelli si è distinto per umanità, semplicità e propensione al dialogo. «Andrò via con una profondissima malinconia, anche se sono felice di trasferirmi a Shanghai, in Cina, dove assumerò le funzioni entro l’estate di quest’anno», ci confida.

Montréal, però, gli resterà nel cuore: «Sono entrato alla Farnesina nel 2012, e questa è stata la mia prima vera esperienza di promozione della civiltà italiana all’estero».

Msa. Com’è cambiata l’offerta del suo IIC con l’avvento della pandemia?

D’Arelli. A Montréal siamo entrati in lockdown a metà marzo dell’anno scorso: eravamo nel pieno delle nostre attività didattiche e, in una settimana, siamo passati all’offerta digitale. Una promozione totalmente diversa che, però, ha il vantaggio di poter essere fruita anche da chi non vive a Montréal. E abbiamo restituito nobiltà alla voce: con l’on line è come se fossimo tornati ai primordi della radio, puntando sull’elemento animante e dialogico della voce. I corsi di lingua italiana sono passati dalle lezioni in classe a quelle on line, e moltissimi studenti mi chiedono se ci sarà, anche dopo, la possibilità di continuare col digitale. A dimostrazione che questo modo di «fare cultura» è destinato a restare. Tra corsi di base e monografici, sono almeno una quindicina quelli che offriamo. Prima del Covid, avevamo fino a 600 studenti iscritti. Con la pandemia, la perdita è stata solo del 15-20 per cento, e ora abbiamo circa 450 studenti iscritti ai corsi on line.

Il vostro calendario di iniziative ha avuto spazi e tempi dilatati? 

Molti eventi, soprattutto quelli con ospiti italiani, li abbiamo programmati alle 15, ora di Montréal, e non più alle 18. Così abbiamo tenuto insieme due mondi. È un piccolo miracolo. Adesso, sulla nostra pagina Facebook, i nostri webinar restano disponibili anche dopo l’evento, fruibili a qualsiasi ora e da qualsiasi parte del mondo.

Quando avremo una nuova normalità?

La nuova normalità sarà riprendere il sentiero, per ora abbandonato, con lo scoppio della pandemia, ma porterà con sé anche ciò che questa esperienza tragica ci ha insegnato. La tecnologia non è fine a se stessa: le piattaforme già esistevano, ma venivano utilizzate in situazioni estreme, o in certi contesti; oggi c’è stata una specie di alfabetizzazione. Sappiamo che esiste una nuova modalità, una nuova soluzione, già praticata ed esperita. Non ce ne rendiamo conto ma, come diceva Eraclito, «non siamo mai uguali a noi stessi». Se pensiamo alla storia della civiltà umana, è normale che ciclicamente ci sia un’alluvione o una pandemia, ma l’uomo non è mai stato annientato, ha sempre ricominciato, forte di un’altra esperienza.

In che modo culture diverse, quella orientale e quella occidentale, hanno reagito alla pandemia?

Ferma restando la ricerca scientifica come minimo comune denominatore per tutti i Paesi, cambia l’organizzazione della società. In Asia, se penso alla Cina, lo Stato è intervenuto in maniera predominante, e la popolazione, con un’educazione millenaria, ha eseguito. Basti pensare che in Cina la quarantena è forzata e non fiduciaria come in Occidente. Certo, ci sono delle evidenti violazioni, però anche nelle nostre società esistono molti eccessi. In Cina, lo Stato ha sempre rivestito il ruolo del protagonista, con i cittadini che sono le membra di questo grande soggetto. Un arto isolato non ha nessun valore ma, all’interno di un’architettura corporea, ha un ruolo insostituibile. È questa l’idea della loro società. Non esistono civiltà uguali. Come diceva l’orientalista Tucci: «Le civiltà vivono, percepiscono e si muovono come le persone».

Da Montréal a Shanghai. Cosa cambia nell’attività di promozione della cultura italiana?

I cinesi hanno sempre avuto una profonda consapevolezza dell’esistenza della civiltà italiana. Basti considerare che, nelle fonti storiche cinesi sono menzionati due soli occidentali: Marco Polo e padre Matteo Ricci. La Cina e i cinesi hanno una vocazione amichevole, innata, nei confronti dell’Italia e della sua antichissima civiltà. E poi i cinesi sono incantati dal nostro Paese, dai nostri monumenti. Per loro l’Italia è una fucina di creatività. Nel Seicento i più grandi pittori e musicisti alla corte degli imperatori erano italiani. Noi in Cina non siamo nuovi, ci siamo sempre stati. (Vittorio Giordano – Il Messaggero di sant’Antonio, edizione italiana per l’estero /Inform)

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