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INFORMAZIONI DEL GIORNO – NEWS PER GLI ITALIANI ALL'ESTERO

Brasile, tra ecologia e multiculturalismo

ITALIANI NEL MONDO

Dal Messaggero di sant’Antonio per l’estero, ottobre 2019

La presenza degli italiani in Brasile ha rilievo a partire dai primi flussi in entrata del XIX secolo. Forse come poche altre esperienze migratorie all’estero, quella italiana fu contraddistinta dal bagaglio di idiomi, usi e tradizioni regionali, soprattutto religiose, che essi portarono con sé, che coltivarono e tramandarono, tanto che, nei decenni, sono state assimilate dall’identità nazionale multietnica del Brasile.

«L’emigrazione italiana si diresse principalmente verso lo Stato di San Paolo perché quella regione, nel tardo Ottocento, era divenuta il cuore economico del Brasile – ricorda il professor Vittorio Cappelli, storico, scrittore e curatore, con Alexandre Hecker, del volume Italiani in Brasile. Rotte migratorie e percorsi culturali (Rubbettino Editore) –. Le floride fazendas di quel vastissimo territorio avevano prodotto un vero e proprio boom della lavorazione del caffè, affidata agli schiavi di origine africana». L’abolizione della schiavitù, nel 1888, spinse il governo a promuovere l’immigrazione dall’Europa, in particolare dall’Italia, per sostituire gli afro-brasiliani resi liberi.

Tuttavia «la nostra emigrazione in Brasile ebbe un carattere pervasivo e molteplici connotati economici e sociali – precisa Cappelli –. Decine di migliaia di immigrati, per lo più contadini provenienti dal Veneto, scelsero di recarsi nel Sud del Brasile, soprattutto per colonizzare le spopolate regioni rurali del Rio Grande do Sul; oppure si recarono nella piccola regione di Espirito Santo». Un numero considerevole di immigrati scelse di recarsi anche nelle città e non nelle campagne. Non solo a San Paolo, divenuta la capitale economica del Brasile, ma anche altrove come a Rio de Janeiro, la capitale politica dove, tra Otto e Novecento, risiedevano quasi 30 mila italiani. E persino nel Nord dell’Amazzonia, su cui oggi la Cina vorrebbe veder sorgere, a danno degli indios, milioni di nuovi ettari di piantagioni di soia necessarie a soddisfare il suo crescente fabbisogno. Allora le città di Manaus e Belém si svilupparono a ritmi impressionanti per via del boom del caucciù, tanto che vi approdarono alcune migliaia di italiani. È interessante notare che questo massiccio flusso migratorio produsse il cosiddetto fenomeno del «tropicalismo» della cultura occidentale, e della «fagocitazione» di quella italiana da parte della cultura brasiliana.

«Il concetto di “tropicalismo” è stato elaborato dallo scrittore e sociologo Gilberto Freyre, a partire dagli anni Trenta del Novecento – puntualizza Cappelli –, e poi ripreso in campo musicale, negli anni Sessanta, da personaggi come Caetano Veloso e Gilberto Gil. Si tratta, per il Brasile e per i brasiliani, di un modo di intendere e di comprendere orgogliosamente se stessi, in termini di plastica capacità di assimilare, sottraendosi al modello logico-geometrico “occidentale”, razionale, protestante, e affermando invece stilemi e forme curvilinee, morbide, emotive. Il “tropicalismo” può essere visto anche come frutto maturo della cosiddetta “antropofagia”, formulata dai modernisti brasiliani, intellettuali e artisti, negli anni Venti del Novecento, per esaltare la capacità di fagocitare le alterità culturali, “brasilianizzandole”». Negli ultimi due secoli c’è stato un processo storico di ibridazione culturale tra Brasile e Italia, a cominciare dalle relazioni politiche ed economiche «culminate nel matrimonio, nel 1843, tra l’imperatore Pietro II e la principessa napoletana Teresa Cristina di Borbone, la quale arricchì fortemente l’immagine dell’Italia nella cultura brasiliana attraverso la musica e l’archeologia». Tra Otto e Novecento, si è registrata una notevole presenza di intellettuali e artisti italiani in Brasile, che hanno contribuito alla costruzione di un’immagine dell’Italia, peraltro idealizzata, come patria dell’arte, dell’ingegno creativo, del buon gusto e del buon cibo.

Cattolicesimo e folklore

Un altro importante fattore che concorse a scrivere la storia dell’emigrazione italiana in Brasile fu quello dei mass media, anche cattolici. La stampa italiana in Brasile ebbe dimensioni considerevoli a causa probabilmente della grandezza del Paese e della frammentazione degli immigrati in città e regioni molto distanti, «il che acuì il bisogno di avere notizie dell’Italia lontana e delle comunità italiane in Brasile – osserva Cappelli –. La stampa etnica rispose a un forte bisogno di autodifesa identitaria, e raggiunse il suo vertice con il quotidiano Il Fanfulla, pubblicato a San Paolo, che ebbe vita lunghissima: dal 1894 al 1965. Ma anche a Rio de Janeiro e a Porto Alegre proliferarono i giornali italiani. A Rio la percentuale degli italiani alfabetizzati era piuttosto elevata, mentre a Porto Alegre e nello Stato del Rio Grande do Sul si faceva sentire una forte presenza religiosa che accompagnava i coloni veneti nelle campagne della cosiddetta Serra Gaúcha».

Il retaggio delle tradizioni religiose è stato di grande importanza per la conservazione dell’identità italiana, e soprattutto di quella regionale e locale, «in particolare nel caso dell’immigrazione veneta nel Sud del Brasile – incalza Cappelli –. Ma anche tra le altre comunità regionali il legame con i culti praticati nei luoghi d’origine è assai forte, ed è stato uno strumento di coesione delle comunità degli immigrati. Si pensi all’importanza di san Gennaro per i napoletani, di san Vito per i pugliesi, di san Francesco di Paola per i calabresi. Il caso più singolare e più vistoso è forse il culto della Madonna Achiropita, introdotto a San Paolo dagli immigrati di Rossano Calabro. Si tratta di un culto calabro-bizantino dal quale è nata, nel quartiere afro-italiano di Bexiga, a San Paolo, intorno alla chiesa dedicata a Nossa Senhora Achiropita, una grande festa popolare che si celebra ancora oggi». Rispetto al passato, ora l’ispirazione religiosa iniziale si è diluita in un evento in cui si mescolano un colorito «patriottismo», tradizioni enogastronomiche vagamente italiche, e aspetti folkloristici.

 

L’identità dei brasiliani

Ci sono elementi che accomunano l’emigrazione regionale in Brasile? Secondo il professor Cappelli «rimangono grandi differenze tra i luoghi di partenza delle migrazioni: i lombardo-veneti diretti in Brasile erano prevalentemente contadini che partivano perché assoldati all’interno di organizzati progetti migratori collettivi. Invece campani, lucani e calabresi – per lo più contadini, piccoli proprietari e artigiani, ma anche professionisti e artisti – organizzavano spontanee catene migratorie parentali». Oggi è difficile dire quanto sia rimasto di queste eredità culturali. «L’Italia è di sicuro presente nella complessa e fluida identità brasiliana odierna – conclude Cappelli –. Tra gli italo-brasiliani delle ultime generazioni si riscontra spesso una riemersione dei luoghi d’origine. Ma l’identità degli italiani di un secolo fa è più che altro argomento di telenovelas di successo, che hanno rappresentato più o meno efficacemente gli stereotipi dell’immigrante italiano. Quanto alla sedimentazione visibile e concretamente palpabile dell’esperienza migratoria, occorrerebbe un’indagine circostanziata, relativa al contributo dato dagli italiani agli usi, alle consuetudini, alla gastronomia brasiliana odierna, all’approccio al lavoro e alle questioni sociali»: un pezzo di storia ancora da indagare. (Alessandro Bettero – Il Messaggero di sant’Antonio, edizione italiana per l’estero /Inform)

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