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INFORMAZIONI DEL GIORNO – NEWS PER GLI ITALIANI ALL'ESTERO

“Amigdalus”, radici, natura e colori della nostra terra, secondo Bruna Bontempo

MOSTRE

Un articolo di Goffredo Palmerini

A Santo Stefano di Sessanio, dal 13 al 23 dicembre, la mostra personale a Palazzo dell’Opificio

 

L’AQUILA – Un tempo, prima che la grande emigrazione prosciugasse di braccia queste aride terre dell’Abruzzo montano, l’altipiano che si snoda dai resti dall’antica città vestina di Peltuinum fino al magnifico borgo di Navelli, era un giardino di mandorli in fiore, a primavera. Perle bianche tenuamente tendenti al rosa ingioiellavano i campi distesi sull’acrocoro. E più ancora gli acclivi che nei due lati ne erano cornice, trapuntati di borghi dalle splendide architetture e vestigia d’antichi castelli e fortezze sulle sommità dei colli, a presidio di quelle comunità. Sulla piana, in sequenza, magnifiche chiese di pietra, le facciate squadrate, indorate dal sole. Correva, lungo l’altipiano dove da secoli si coltiva l’oro rosso più buono del mondo, l’antico “tratturo magno”, la grande via della transumanza. Era largo oltre centodieci metri. Prendeva avvio dai contrafforti amiternini, già patria di Caio Crispo Sallustio, superando di lato il colle dove nel 1254 venne fondata L’Aquila, e si dispiegava come “un erbal fiume silente” fino alla Puglia, alla Capitanata di Foggia, dove le greggi dai monti andavano per otto mesi a svernare. Dunque su quel tratturo, dalle terre dei Sabini e dei Vestini – gli antichi popoli italici di questa parte d’Abruzzo -, per oltre due millenni e fino a qualche decennio fa, i pastori hanno scritto storie di fatica, sofferenze, relazioni umane e commistioni di culture, accompagnando le loro greggi verso le campagne del Tavoliere pugliese. Vita dura, grama, specie in queste terre sassose dell’Abruzzo interno da cui negli scorsi due secoli fiumi d’emigranti sono partiti per le Americhe, poi per l’Europa e l’Australia. E con loro sono partite le braccia, quelle stesse che dalle balze inerpicate verso l’imponente catena del Gran Sasso prima carpivano dai sassi scampoli di terra da coltivare, per il parco nutrimento di famiglie ricche solo di bimbi, o che pascevano le greggi dei grandi armentari.

La lunga falda che dal tratturo sull’altipiano arrampicava verso la grande catena montuosa, nel suo versante meridionale, era territorio dell’antica Baronia di Carapelle, un ampio dominio feudale nato a cavallo tra il Duecento e Trecento e comprendente i borghi di Carapelle Calvisio, Santo Stefano di Sessanio, Calascio e la sua Rocca, Castelvecchio Calvisio, Castel del Monte e Barisciano. Un territorio florido per la pastorizia, che per quattro mesi nutriva le greggi sui pascoli in quota del Gran Sasso, per gli altri otto alimentava la transumanza verso la Puglia. Decine di migliaia di pecore, alcune di razza “carfagna”, così pregiate per la loro particolare lana scura da spingere nel 1579 i Medici di Firenze ad impiantare una cospicua presenza a Santo Stefano di Sessanio per controllare in loco la produzione della lana, poi lavorata in Toscana ed avviata ai mercati di tutta Europa. Un territorio che, dopo gli anni del prosciugamento migratorio e dell’abbandono, oggi finalmente riparte offrendo meraviglie architettoniche, artistiche e ambientali.

Sarà stato l’eccezionale contesto ambientale ed urbano di Santo Stefano di Sessanio a far uscire dalla sua riservatezza artistica Bruna Bontempo Cagnoli, pittrice feconda, appassionata dai colori della nostra terra, ma finora mai lambita dal desiderio d’epifania. Nasce così AMYGDALUS, la prima Mostra personale di questa Artista sensibile e raffinata. Aprirà per l’appunto a Santo Stefano di Sessanio, dal 13 al 23 dicembre, presso il Palazzo dell’Opificio, in Via degli Archi. Vernissage alle ore 17 del 13 dicembre. L’amore per questi borghi, cresciuto con le assidue frequentazioni di Calascio e della sua magnifica Rocca – per National Geographic uno dei 15 castelli più belli del mondo – s’insediò nell’Artista dopo il tragico terremoto dell’Aquila, quando suo figlio, Franco Cagnoli, musicista e scrittore, vi andò a vivere. Molte le giornate passate lassù, in compagnia di Franco e Mimì, uno degli ultimi pastori calascini. Al pastore Mimì, e al suo gregge, l’Artista dedica infatti la sua esposizione. Quelle esperienze hanno accentuato in lei l’innata passione per la ricerca del colore, attinto dalla Natura al suo stato puro, in una percezione visiva di forte coinvolgimento. E la ricerca del colore en plain air e il suo tratto sulla grezza tela, a volte su semplice iuta, in Bruna Bontempo affondano radici nella storia di queste comunità montane, segnate nel bene e nel male dagli aspri luoghi delle greggi. Nella pastorizia e nelle faticose transumanze. Nella natura incontaminata e cangiante. Nei suoi ritmi e nelle impareggiabili cromie. I suoi dipinti rivelano il cordone ombelicale con la storia di queste terre d’Abruzzo, l’ancoraggio nell’ancestrale essenzialità della cultura rurale della gente di montagna.

Nascono così i tratti del colore sulle sue tele. Intensi. Una pudica espressione dell’anima. La sapida trascrizione del vissuto atavico di queste genti e dei loro antichi rituali quotidiani. Un’umanità forte e schietta. Semplice e gelosa della sua terra, che tra immani fatiche e laceranti solitudini aveva tuttavia la sapienza d’attendere il ritmo del tempo, conosceva rumori ed odori della natura, apprezzava come un dono il cambio delle stagioni vivendo le diverse declinazioni del lavoro. Infine, assaporava lo stupore per i salti cromatici che dal candore delle cime innevate volgevano alle esplosioni dei colori in primavera, quando proprio i mandorli in fiore anticipavano come una rivelazione l’imminente risveglio della natura. E poi la cornucopia di tonalità cromatiche che l’autunno contrappuntava all’estate. “Un mondo magico – dice l’Artista – che ha visto uomini e greggi immergersi nella natura incontaminata e cangiante, nei suoi colori e nei suoi ritmi. Un racconto di vita, di sostentamento e di bellezza, che la memoria non deve mai abbandonare o far cadere nell’oblio, ma tenere desta l’attenzione perché tutto possa vivere, raccontarsi come Amygdalus, che torna a fiorire a primavera, in una rinascita continua di colori, di stagioni e di bellezza”. 

La natura incorrotta. Selvaggia. Misteriosa. Sulle tele di Bruna Bontempo diventa scenario di gioco fantastico, poetico. Lirismo cromatico generoso e sensuale, eppure fine e delicato, come il rispetto verso luoghi e genti di questa terra. Una tacita narrazione di storie, d’umanità e di memoria, attraverso il colore. Il portato d’una densa sensibilità artistica e culturale, che sa attingere al vissuto intenso delle genti di questa incantevole porzione d’Abruzzo con l’umiltà di chi cerca l’autenticità vera, libera dai condizionamenti e dalle consuetudini delle comunità “evolute”, imprigionate dalle schiavitù della modernità. Ne deriva una pittura altrettanto libera da canoni estetici preordinati, dove il tratto cromatico rivela ogni volta spontaneità e il colore ostenta una sua purezza non formale. Questa – così credo di poterla descrivere, senza pretese critiche che esulano dalla mia competenza, ma solo quale manifestazione d’una emozione – mi pare l’indole artistica di Bruna Bontempo, formatasi nel crogiuolo culturale aquilano fatto di musica, teatro, cinema e cenacoli letterari, attraverso gli studi condotti tra la Facoltà di Lettere del nostro ateneo e l’Accademia di Belle Arti dell’Aquila. Un’indole, tuttavia, che riesce a spiccare il volo grazie alla versatilità d’un animo attento all’Uomo e ai suoi retaggi culturali. Un’attitudine sincera a ricercare e comprendere i valori veri della nostra gente, laddove essa vive da secoli. Un talento, quello di Bruna Bontempo, non sepolto nella terra per semplice conservazione, bensì espresso a piene mani nella ricerca premurosa della dimensione profonda dell’Uomo. (Goffredo Palmerini – Inform)

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