IMMIGRAZIONE
La pellicola del regista curdo Fariborz Kamkari racconta la complessità dei fenomeni migratori ed è tra i vincitori del progetto “MigrArti” del Mibact
VENEZIA – Tra i film presentati alla 73ma Mostra internazionale d’Arte cinematografica di Venezia anche “Posso entrare?”, tra i vincitori del progetto “MigrArti” del Ministero dei Beni, Attività culturali e Turismo e ambientato negli ambulatori dell’Istituto Nazionale Salute Migrazioni e Povertà, ente pubblico del Servizio sanitario nazionale impegnato nell’accoglienza e assistenza sanitaria alle popolazioni migranti.
La pellicola, scritta e diretto dal regista curdo Fariborz Kamkari e prodotto dalla Far Out Films, affronta la complessità dei fenomeni migratori e dell’incontro tra differenti persone e culture, “una relazione di incontro/scontro difficile – afferma il regista, sottolineando come solo la conoscenza costituisca la “vera possibilità di relazione e integrazione”, processo precluso invece a coloro che semplificano e generalizzano. “Nella realtà – spiega – siamo tanti individui diversi: aperti, spaventati, generosi, diffidenti. Tra i migranti c’è chi fugge dalla propria cultura d’origine perché gli fa orrore, e chi invece sente il bisogno di ancorarsi alle tradizioni in un mondo dove altrimenti si sente spaesato”. E un retaggio inaccettabile per la nostra cultura sono le mutilazioni genitali femminili – nel film si parla dell’infibulazione, – considerate reato in Italia e le cui vittime sono spesso assistite in Italia da medici e psicologi dei Centri di Protezione dei diritti delle donne dell’Istituto. “È importante – afferma il direttore generale dell’Inmp, Concetta Mirisola – che anche il linguaggio cinematografico sia testimone e voce di una piaga sociale tragica quale è quella delle mutilazioni genitali femminili, di cui sono vittime tante donne e bambine. Questa pratica rientra nell’ambito delle violazioni dei diritti fondamentali all’integrità della persona e alla salute delle donne e delle bambine, ed è un fenomeno che va contrastato attraverso prevenzione, formazione e campagne di informazione agli immigrati provenienti dai Paesi in cui viene eseguita e che arrivano in Italia”. Un impegno per cui è nato nel 2011, all’interno dell’ambulatorio gestito dall’Istituto, il Servizio di Salute e Tutela della Donna, che si occupa di vittime di violenze.
“La violenza contro le donne, quindi anche il dramma delle mutilazioni genitali femminili, rappresentano una grave violazione dei diritti umani e il senso della nostra collaborazione a questo cortometraggio è portare avanti una battaglia di civiltà da cui nessuno può sentirsi escluso – conclude Mirisola, evidenziando come l’Istituto sia accanto a chi soffre per fare in modo che “ogni donna acquisti consapevolezza del suo corpo, della sua volontà, delle sue potenzialità, dei suoi diritti, in primis il diritto alla salute”. (Inform)