GIORNATA DEL SACRIFICIO DEL LAVORO ITALIANO NEL MONDO
“Ripercorrere la storia di queste tristi vicissitudini deve stimolarci a riflettere sulle tragedie dei nostri giorni, sugli attuali flussi migratori dall’Italia, di giovani costretti a cercare lavoro all’estero e sulle scene drammatiche a cui assistiamo ogni giorno degli attraversamenti e dei respingimenti in mare degli immigrati”
ROMA- “Con la legge n. 1663 del 1947 l’Assemblea Costituente dava piena attuazione al Protocollo italo – belga del 23 giugno 1946 per il trasferimento di 50.000 minatori italiani in Belgio, un accordo che apriva la nuova stagione migratoria del dopoguerra”. Comincia così la riflessione sul dramma di Marcinelle del deputato del Pd Alessio Tacconi, eletto nella ripartizione Europa. “L’Italia, – ricorda Tacconi – stremata dal conflitto, straboccava di disoccupati e di braccia da lavoro con poca o nessuna qualificazione professionale. E’ in tale contesto che bisogna leggere i vari accordi firmati in quegli anni fra il nostro Paese e gli altri paesi europei, tra cui, appunto, il Belgio. Manifesti rosa tappezzavano le piazze e le strade dei comuni italiani per decantare tutti i vantaggi che avrebbe offerto il lavoro in miniera: ottimo salario, premi di produzione vari, assicurazioni previdenziali, assegni familiari, assenze giustificate per motivi di famiglia, carbone gratuito, biglietti ferroviari gratuiti, gratifica natalizia, ecc. Forse non ci sarebbe stato nemmeno bisogno di tanto in-coraggiamento, tanta era la miseria e la disperazione. Le modalità di reclutamento, in base all’Accordo, avrebbero dovuto essere competenza degli Uffici di collocamento presso ogni Comune; sappiamo che non sempre questo avveniva, ma che spesso erano le stesse compagnie carbonifere a reclutare direttamente i lavoratori privilegiando candidati politicamente inoffensivi o provenienti da una regione piuttosto che da un’altra, secondo vecchi pregiudizi e radicati stereotipi.
Il viaggio, – prosegue Tacconi – di duemila persone a settimana, era un’autentica odissea: dopo aver passato le visite mediche venivano avviati all’apposito centro di raccolta (gli odierni CARA?) presso i sotterranei della stazione di Milano in attesa del treno settimanale che li avrebbe portati a Mons o a Charleroi, non prima però di un’altra ispezione, al di fuori di ogni protocollo, da parte dei servizi di sicurezza belgi che di fatto avevano l’ultima parola per accettare o respingere persone considerate indesiderate. Arrivati a destinazione, ammassati in baracche fatiscenti, gelide d’inverno e torride d’estate, venivano sottoposti ad un’ulteriore visita da parte del medico della miniera: solo quelli ritenuti idonei al lavoro in profondità ottenevano il permesso di soggiorno di un anno, rinnovabile; gli altri, ove non fosse stato possibile occuparli in altri settori, venivano immediatamente rimpatriati. Non deve stupire che molti di quelli che ottenevano il permesso di soggiorno, con un vincolo di lavoro nell’attività mineraria per i successivi 5 anni, estremamente provati dalle disumane condizioni di lavoro, non riuscirono ad adattarsi alla dura vita di miniera e vennero quindi denunciati per violazione del contratto e rimpatriati. I lauti guadagni erano rimasti solo un sogno, perché il salario effettivo era legato alla produzione individuale e solo i più capaci e i più forti riuscivano ad estrarre una quantità di carbone tale da determinare un premio di produzione.
La mattina dell’8 agosto di 59 anni fa – continua il deputato del Pd – si consumava a Marcinelle la tragedia che è rimasta, nella nostra memoria collettiva, il simbolo del sacrificio e del lavoro italiano nel mondo: 262 minatori, di cui 136 italiani, rimasero intrappolati nei pozzi del Bois du Cazier. Si pensò in un primo tempo che la causa fosse stata un’esplosione di gas, il famigerato “grisù”, ma è stato successivamente accertato che l’incendio in uno dei pozzi della miniera fu causato da un errore umano e che i minatori morirono per asfissia da esalazioni di gas e fumo. Certo è che le condizioni di lavoro (cunicoli strettissimi, a volte non più alti di 50 cm., obbligavano i minatori ad avanzare carponi per strappare il prezioso materiale dalle viscere della terra), ma soprattutto le condizioni di sicurezza erano deprecabili: furono necessari 262 morti per rendere obbligatorie, poco alla volta, le maschere antigas, equipaggiamento che avrebbe potuto evitare la tragedia, almeno nelle proporzioni con cui la ricordiamo e la ricordano soprattutto i familiari di quei 136 minatori caduti in miniera, ma anche i familiari di quanti, pur sopravvissuti alla tragedia e al lavoro duro di tanti anni di sacrificio, portarono dentro di loro, fino ad una morte prematura, i segni del loro sacrificio, la terribile silicosi. L’emigrazione italiana in Belgio – prosegue Tacconi – seppe tuttavia integrarsi rapidamente trovando nel tessuto del Paese opportunità di crescita in ogni campo, sociale, culturale, economico e politico: un italiano di seconda generazione, Elio Di Rupo, è diventato primo ministro del Paese. Ripercorrere la storia di queste tristi vicissitudini, anche attraverso la celebrazione della Giornata del sacrificio e del lavoro italiano nel mondo, non può essere solo un vuoto esercizio di memoria di avvenimenti passati, ma deve stimolarci a riflettere sulle tragedie dei nostri giorni, sugli attuali flussi migratori dall’Italia, di giovani costretti a cercare lavoro all’estero spinti dal sogno di una vita migliore e, per contro, sulle scene drammatiche a cui assistiamo ogni giorno, di attraversamenti e respingimenti in mare o al di là delle frontiere: esse non sono dissimili da quelle vissute dai nostri migranti del secondo dopoguerra. Ora più che mai – conclude Tacconi – abbiamo bisogno di un sussulto di umanità intriso di sentimenti di riconoscenza per quelli che, attraverso il loro lavoro, il loro sacrificio e, a volte, la loro morte, hanno contribuito al nostro benessere e, allo stesso tempo, di accoglienza per quelli che, spinti dallo stesso desiderio di miglioramento della loro condizione umana, stanno ripercorrendo lo stesso sentiero. Le migrazioni sono una costante nella storia dell’umanità; attraverso di esse, come in un crogiuolo in perenne ebollizione, si è formata l’identità dei popoli con reciproco arricchimento di chi accoglie e di chi è accolto”. (Inform)