direttore responsabile Goffredo Morgia
Registr. Trib. Roma n.338/2007 del 19-07-2007
INFORMAZIONI DEL GIORNO – NEWS PER GLI ITALIANI ALL'ESTERO

A Trento la testimonianza di Oleg Mandić seguita in diretta da 3.000 giovani

FESTIVAL DELLA MEMORIA

L’ultimo bambino di Auschwitz agli studenti: “Abbattete il muro dell’indifferenza”

TRENTO – “Internato all’età di 11 anni, in mezza giornata persi il mio nome e divenni un numero”. Oleg Mandić è l’ultimo bambino di Auschwitz: fu lui a chiudere i cancelli del campo di sterminio il 27 gennaio 1945 dopo 8 mesi di prigionia. La sua testimonianza è stata ascoltata ieri da oltre 3.000 studenti e studentesse trentini e circa 5.000 coetanei del resto d’Italia, collegati con le loro classi allo streaming proposto nell’ambito di Living Memory, il Festival della Memoria creato dall’associazione Terra del Fuoco Trentino in collaborazione con la Fondazione Museo storico del Trentino e sostenuto dalla Provincia autonoma di Trento. Il testimone degli orrori nazisti, in collegamento dalla sua abitazione in Croazia, ha lanciato un appello ai giovani per contrastare i negazionisti della Shoah e interloquito con la giornalista Denise Rocca – che ha anche posto alcuni interrogativi formulati dai ragazzi – e il direttore della Fondazione Museo storico, Giuseppe Ferrandi. Stasera alle 20.30 attraverso il sito https://www.terradelfuocotrentino.org/living-memory-on-air sarà trasmesso in diretta un nuovo incontro con Mandić, dedicato a tutta la popolazione.

“Quando arrivai ad Auschwitz avevo già compiuto i 10 anni, ma rimasi comunque con mia madre e la nonna nell’area femminile. Dopo due mesi venni ricoverato nel reparto ospedaliero dell’angelo della morte Josef Mengele, dove restai fino alla liberazione da parte dell’Armata rossa. Qui trascorrevo il tempo realizzando fiori con le bende di carta crespa” ha raccontato Oleg, che sull’avambraccio sinistro ha tatuato il numero IT1894888. Sulla casacca che gli fecero indossare, era stato cucito un triangolo rosso con la punta rivolta verso il basso, che identificava i prigionieri politici. Il padre e il nonno di Mandic, che da bambino viveva a Fiume, al momento dell’occupazione tedesca si erano infatti uniti ai partigiani jugoslavi.

Mandić ha raccontato di come, caricato su un treno merci con altre centinaia di persone, non sapesse quale fosse la sua destinazione: “Il viaggio durò tre notti e due giorni. L’unico modo per chiudere gli occhi e riposarsi era appoggiare la testa sulla spalla del vicino. Aprirono i portelloni solo due volte per togliere la paglia infangata e darci dell’acqua: leggemmo la scritta ‘Auschwitz’, ma nessuno di noi sapeva cosa fosse. La quotidianità all’interno del campo era segnata dall’appello all’esterno delle baracche, dal lavoro sfiancante fino al rancio della sera: “Il lavoro per la stragrande maggioranza dei detenuti consisteva nel trasportare grosse pietre da un mucchio a un altro, percorrendo una distanza di circa 5-600 metri. Un’occupazione pensata per tenerci occupata la mente e affaticare il corpo fino alla morte naturale. ”Ogni giorno ad Auschwitz perdeva la vita oltre un migliaio di persone. Qui non c’era spazio per l’amicizia”.

Oleg Mandić ha indicato nei ragazzi che lo hanno ascoltato i nuovi testimoni della memoria: “Raccontare ad altri ciò che avete ascoltato sarà la vostra missione. Sarete chiamati ad opporvi alle chiacchiere di chi si dichiara negazionista dell’Olocausto e ad abbattere il muro dell’indifferenza”. (ab-Inform)

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail
Powered by Comunicazione Inform | Designed by ComunicazioneInform