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INFORMAZIONI DEL GIORNO – NEWS PER GLI ITALIANI ALL'ESTERO

A Roma la presentazione del volume “Italiani in movimento. Ripensare l’emigrazione italiana in Argentina”, curato da Elena Ambrosetti e Donatella Strangio

ITALIANI ALL’ESTERO

All’Università Sapienza un’iniziativa dedicata alla diaspora  italiana

Zin (Maie): “Gli italiani hanno costruito l’Argentina e qui ho avuto molte opportunità, che non so se avrei avuto in Italia”

Marino (Pd): “Sbagliata la paura di una colonnizzazione culturale. Siamo sempre stati caratterizzati dalla mescolanza, una peculiarità che ci ha arricchito invece che impoverirci”

 

ROMA – È stato presentato ieri all’Università Sapienza di Roma il libro “Italiani in movimento. Ripensare l’emigrazione italiana in Argentina” curato da Elena Ambrosetti e Donatella Strangio, una riflessione sull’emigrazione italiana, indagata sino alle sue propaggini più recenti nell’area sudamericana e da cui provengono spunti di approfondimento a più ampio raggio sul presente. In particolare, sottolinea la docente dell’ateneo Giovanna Motta, sul ruolo delle istituzioni nello scongiurare “l’impatto traumatico di flussi migratori importanti nei Paesi di immigrazione”, condizione sempre più spesso dibattuta sui media italiani.

A salutare i presenti il prorettore agli Affari generali dell’Università Sapienza Antonello Biagini, che ha ricordato le condizioni spesso difficili che hanno contraddistinto in passato il viaggio e l’approdo di tanti connazionali in Argentina, un viaggio che prefigurava di fatto un abbandono di un mondo conosciuto per “un altro mondo”. Richiamata anche la “rimozione” di cui fu oggetto in Italia l’emigrazione, che coinvolse invece moltissimi connazionali – 27 milioni – appartenenti a tutte le classi sociali, in una diffusione quanto mai “planetaria”, “un dato oggettivo che in alcuni casi è tornato invece molto utile al nostro Paese – evidenzia il prorettore, auspicando che i forti legami intessuti attraverso la nutrita presenza italiana con l’Argentina possano dare origine ad una collaborazione solida e duratura anche tra le Università. Di seguito è intervenuto Manuel Castello, presidente dell’Accademia internazionale di pediatria, nipote di un emigrato italiano a Buenos Aires, che ha rimarcato la peculiarità della presenza italiana in loco: “gli italiani – ha detto – diventavano argentini già alla prima generazione nata in loco, a differenza dei tedeschi, per esempio, che per molto tempo hanno mantenuto e parlato la loro lingua”. “Questa immediata integrazione – aggiunge – non ha significato però la perdita del legame con la madre patria, né tanto meno una rapida e facile ascesa anche a livello di classe politica, se pensiamo che il primo presidente argentino di origini italiane e con forti legami con la sua terra di origine – Gubbio – è stato Arturo Frondizi, presidente dal 1958 al 1962”. “Molto è cambiato comunque negli ultimi anni, oggi non vi è più difficoltà ad entrare nella politica e gli italiani hanno acquisito sempre più importanza negli ultimi 50 anni – conclude Castello.

Altro esempio di emigrazione ed integrazione italiana in Argentina Claudio Zin, senatore eletto per il Movimento Associativo Italiani all’Estero nella ripartizione America meridionale, nato a Buenos Aires da genitori di origine italiana, medico e poi ministro della Sanità della Provincia di Buenos Aires prima di entrare nel Parlamento italiano. Zin ha ricordato come i connazionali emigrati abbiano costruito l’Argentina, un Paese “che aveva bisogno di noi e che, in cambio, mi ha dato molte opportunità – ammette, – che non so se avrei avuto in Italia; per questo – aggiunge – capisco i giovani italiani, sempre più numerosi, che anche oggi scelgono di andare all’estero. Alcuni di essi – rileva – anche in Argentina, nonostante la forte crisi economica del 2011”. Zin concorda sul fatto che la presenza italiana nel Paese sudamericano abbia acquisito molta importanza negli ultimi 50 anni, che essa sia oggi fortemente integrata e molto ben rappresentata anche a livello politico: di origini italiane, segnala, alcuni dei candidati alla prossima presidenza della Repubblica; tra essi Daniel Scioli, che Zin si augura possa diventare il nuovo presidente, “per il cambio di gestione politica di cui l’Argentina ha bisogno, anche per poter meglio accogliere i nuovi cittadini, mi auguro anche italiani”.

Di seguito è intervenuto il responsabile italiani nel mondo del Pd, Eugenio Marino, che si è soffermato su problemi e sulle paure spesso connesse a flussi migratori importanti nei Paesi di approdo, paure che sempre più spesso anche l’immigrazione suscita in parte dell’opinione pubblica italiana e richiamano fenomeni già sperimentati dai connazionali approdati all’estero. “Nessun Paese come il nostro ha avuto un’emigrazione così massiccia, duratura e diffusa a livello planetario – ribadisce Marino – per cui i nostri connazionali sono stati protagonisti di innumerevoli battaglie di integrazione, processo che non è mai semplice e che sfocia a volte anche in scontri violenti, determinati da pregiudizi e paure legate all’identità e al rischio di sopraffazione culturale”. “La paura di una colonizzazione culturale credo che sia sbagliata, perché siamo sempre stati caratterizzati dalla mescolanza, una peculiarità che ci ha arricchito invece che impoverirci – afferma Marino, segnalando come una delle componenti più vitali e conosciute della cultura argentina sia oggi nel mondo quella del tango, ballo del quartiere degli immigrati italiani di Buenos Aires, La Boca, e associato ad una lingua, il lunfardo, derivante da uno dei dialetti portati dai connazionali in loco. Tra le questioni affrontate nel testo e richiamate dall’esponente democratico, anche la componente di lungo periodo dell’emigrazione italiana, che non comincia con l’Unità d’Italia, e il forte senso di appartenenza, spesso caratterizzato regionalmente, mantenuto dalla collettività italiana emigrata, alimentato soprattutto dalle associazioni di mutuo soccorso, che garantivano una sorta di welfare a beneficio dei connazionali. Un senso di appartenenza che però – avverte Marino – si sta gradualmente perdendo.

A richiamare alcune caratteristiche dell’emigrazione italiana in Argentina anche Stefano Pelaggi, che coordina insieme a Gian Luigi Ferretti la collana Studi storici e sociali sull’emigrazione in cui è stata inserita la pubblicazione. In particolare egli ha ricordato come l’Argentina sia sempre stato il Paese con il maggior numero di connazionali emigrati e in cui “cultura italiana e argentina si sovrappongono tanto da non apparire più distinguibili”. “Sino ai primi anni del Novecento si sceglie l’Argentina – spiega – perché offre maggiori possibilità di mobilità sociale e condizioni che ben si prestavano a rispondere a problemi italiani come la sovrappopolazione e la necessità di una riconversione industriale: l’Argentina aveva bisogno di popolazione e le istituzioni favorirono l’emigrazione italiana, operando una scelta tra le popolazioni determinata da motivi di affinità, anche religiosa”. Per Pelaggi, inoltre, la rapidità dell’integrazione dei connazionali in loco si deve anche al fatto che il Paese stesso cercò tale risultato piuttosto che soluzioni multiculturali preferite da Canada o Stati Uniti. Infine, egli sostiene che l’Italia, dopo un lungo percorso di politiche rivolte alla sua emigrazione, abbia fallito nel recupero di un legame con le terze e quarte generazioni di emigrati, che, emigrando a loro volta a causa della crisi economica del 2011, hanno trovato accoglienza in altri Paesi, scegliendo più spesso la Spagna, per esempio, per affinità linguistica.

Tra le particolarità del testo segnalate da Motta, invece, il rapporto disegnato tra emigrazione e sviluppo economico, analisi svolta e supportata dalle autrici con dati numerici, un certo coordinamento tra i due Stati che ha contribuito alla tutela dell’emigrazione italiana, “favorita anche per conformità che hanno senza dubbio reso meno difficile l’integrazione”, e il cambiamento di “connotazione antropologica” dei connazionali, che “partirono contadini, ma entrarono ben presto anche a far parte dell’industria del Paese”. “L’emigrazione è comunque sempre un dolore che non si cancella e solo l’integrazione decreta il successo di un percorso – afferma Motta, segnalando i sentimenti di “nostalgia, ma anche rabbia per il sentirsi abbandonati dall’Italia” provati dai connazionali e ribadendo il ruolo delle istituzioni nel processo di integrazione. “Lo Stato – rileva – deve farsi mediatore ed impedire una guerra tra poveri”. Ha segnalato come la storia dell’emigrazione italiana possa aiutarci a riconsiderare anche l’immigrazione in Italia Alessandro Pistecchia dell’Unar, l’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali, illustrando l’attività e le segnalazioni formulate all’Ufficio, mentre Nadan Petrovic ha rilevato come sia urgente che il nostro Paese si doti di politiche di integrazione, per evitare l’esplodere di un conflitto sociale sempre meno latente. “Sino ad oggi l’Italia ha reagito all’immigrazione in maniera resiliente, un approccio che può risultare sostenibile in un momento di crescita economica, ma che in periodi di crisi rivela tutta la sua fragilità – afferma Petrovic, che rileva come siano ormai superate le normative sull’immigrazione, “che considerano il fenomeno un fattore temporaneo” e che hanno creato esiti e storture anche non prevedibili.

Infine, Domenico Ierardo, dottorando in Storia dell’Europa, anch’egli protagonista di una vicenda di emigrazione, segnala come il senso di appartenenza all’Italia e all’Europa spesso si riveli più immediatamente agli italiani che vivono fuori dai confini nazionali e lamenta le opportunità non colte dal nostro Paese nel riconoscere la presenza italiana all’estero quale fattore importante per la conoscenza dei Paesi di accoglienza e la creazione di legami con essi. “Dalla fine degli anni Ottanta in poi questo legame con le collettività all’estero, veicolo di rapporti proficui con i Paesi dell’America latina, è venuto meno. L’Italia ha cominciato a privilegiare il Mediterraneo come area di più diretto sbocco, sbocco messo in crisi però dalla crescente instabilità politica. Recuperare il tempo perduto ora – conclude Ierardo – non sarà facile”. (Viviana Pansa – Inform)

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