ITALIANI ALL’ESTERO
Termina oggi la tre giorni di riflessione organizzata dal Brooklyn College della City University e dalla Fordham University di New York.
L’apertura sabato 27 giugno con gli interventi di Peter Carravetta (Università di Stony Brook), Norberto Lombardi del Cgie su italofonia e strategie di promozione di lingua e cultura italiana nel mondo e Franca Sinopoli (Università Sapienza). Presentata in questa occasione l’antologia bilingue “Poets of the Italian Diaspora” curata da Giuseppe Perricone e Luigi Bonaffini
ORVIETO – Termina oggi ad Orvieto il convegno “Letteratura italiana nel mondo: nuove prospettive”, organizzato dal Brooklyn College della City University di New York e dalla Fordham University della Grande Mela e dedicato ai diversi aspetti della produzione letteraria della diaspora italiana all’estero.
In apertura, sabato 27 giugno, presso la Sala consiliare del Comune di Orvieto, anche i saluti del presidente del Consiglio comunale, Angelo Pettinacci e del sindaco della città, Giuseppe Germani, che hanno ribadito la vocazione internazionale e culturale della cittadina, vocazione – hanno rilevato – ben rappresentata da occasioni come questa tre giorni di riflessione cui partecipano tra i maggiori specialisti della letteratura di emigrazione, provenienti da diverse aree continentali e molteplici ambienti di studio. “Grazie per l’opportunità che date ad Orvieto, attraverso questo convegno, di vivere nel mondo – ha detto Germani, – proposito che la nostra amministrazione persegue coltivando costantemente i rapporti con altri Paesi”. Apprezzamento per l’apertura internazionale e l’accoglienza della città sono stati ribaditi dal moderatore della prima sessione di lavori, Paolo Valesio della Columbia University e da Giuseppe Perricone, della Fordham University, coordinatore dell’iniziativa insieme a Luigi Bonaffini, del Brooklyn College. Perricone e Bonaffini sono anche i curatori dell’antologia bilingue “Poets of the Italian Diaspora” presentata nella giornata di ieri, la raccolta più completa mai realizzata di espressioni poetiche in italiano in contesti di emigrazione.
Nella prima sessione di lavori anche l’intervento di Peter Carravetta dell’Università americana di Stony Brook, intitolato “Migrare necesse est” e che ha evidenziato come l’esperienza migratoria sia connaturata all’uomo. “L’uomo è da sempre homo viator e per questo dobbiamo andare oltre la nozione di radicamento. Siamo sempre soggetti in movimento, quello concreto, che indica lo spostamento da un luogo fisico ad un altro, ma anche quello astratto, del pensiero – ha affermato Carravetta, ricordando come si possa parlare oggi di 1 milione di soggetti migranti nel mondo, includendo anche coloro che si spostano all’interno di uno stesso Paese. Ha poi illustrato i diversi spostamenti di popoli nel corso della storia, segnalando come “l’identità esiste solo perchè esiste qualcuno che è differente da noi” e l’arbitrarietà dei percorsi con cui si ricostruisce il proprio passato, arbitrarietà che è alla base anche della costruzione degli Stati nazionali, che hanno innalzato confini e plasmato identità solo in questi ultimi secoli di storia. In questo modo egli suggerisce di andare oltre l’analisi semplicemente economica dei flussi migratori, perchè “il migrante è soggetto che ha coscienza, memoria e capacità di scegliere il proprio cammino”. Proprio la letteratura ci consente di comprendere queste dimensioni umane della migrazione, il rapporto di colui che si muove con la sua terra di origine, differente in base ai differenti contesti e circostanze in cui avviene la migrazione. Oltre alle dimensioni di sradicamento e spaesamento, la produzione letteraria ci consente di riflettere anche sulla “condizione umana al di là della frontiere e delle appartenenze culturali”- rileva Carravetta, – sulla “comune appartenenza alla terra e alla vita”.
“Italofonia nel mondo: radicamento, trasformazione, prospettive” il titolo dell’intervento di Norberto Lombardi del Comitato di presidenza del Consiglio generale degli italiani all’Estero, che ha evidenziato come un approccio non convenzionale sia necessario al “profondo cambiamento di fase che l’italofonia ha subito a livello mondiale”, “mutamento – rileva – che ha reso indifferibile una riorganizzazione, coerente con tale processo, del suo sistema di promozione e di organizzazione culturale e didattica”. Richiama poi alcuni dei canali attraverso cui è avvenuta “l’espansione della pratica e dello studio della nostra lingua nel mondo”: “la spinta delle diverse ondate emigratorie, che hanno reso l’Italia, dopo la Cina, il paese con il maggior numero di migranti reinsediati in altre aree del pianeta; il richiamo della cultura italiana di tradizione, che ha una particolare forza attrattiva in campi come la conoscenza della classicità, l’arte e la musica; l’apporto della Chiesa cattolica che ha favorito per lungo tempo, attraverso le funzioni religiose in italiano e la rete delle missioni all’estero, una legittimazione e una persistenza della nostra lingua a livello popolare; l’esperienza storica del colonialismo, i cui esiti sono stati ormai ridimensionati dal passare del tempo e contraddetti dai radicali mutamenti politico-culturali intervenuti in quelle realtà; la capacità espansiva del made in Italy che in breve tempo, soprattutto nei settori del design e del cibo, ha rafforzato le sue caratteristiche di modello culturale e di stile, imponendo universalmente anche un suo codice espressivo e identificativo”. A ciò si affianca “un sistema di sostegno e di promozione dell’italofonia che a sua volta si è strutturato nel tempo ed è il frutto di una prolungata sedimentazione di provvedimenti normativi, di misure organizzative e di esperienze costruite sul campo”, per una stima di “400/450.000 soggetti che hanno un contatto didattico con la lingua italiana, in strutture formative di diverso ordine e grado e a diversi livelli e qualità di apprendimento”. “Un complesso impianto di insegnamento, di natura pubblico-privata” che risente però della “forte riduzione della spesa pubblica, che sulle voci relative alla promozione della lingua e della cultura italiana all’estero ha inciso anche con percentuali superiori al 70% – segnala Lombardi, indicando quali altri elementi di criticità “una normativa vecchia e fuori dai tempi, concepita in termini sostanzialmente assistenziali verso gli emigrati e le loro famiglie in vista di un ritorno in Italia dopo una limitata presenza di lavoro all’estero” e la “disarticolazione e mancanza di coordinamento tra diverse azioni e soggetti, centrali e periferici” afferenti a questo impianto. Necessaria dunque “una riforma di sistema”, per far fronte ad un “sempre più serrato mercato globale delle lingue”, in cui – ricorda – strutture come il Goethe Institut, il Cervantes, l’Alliance Française, il British Council, sono ben più attrezzate di noi, e non solo finanziariamente, e perché la cultura oggi rappresenta un vero e proprio “asset strategico per il rilancio del Paese”, che deve “armonizzarsi con gli altri fattori di internazionalizzazione, quali, ad esempio, la valorizzazione dei beni culturali e ambientali, il turismo, la promozione commerciale, la cooperazione allo sviluppo, la collaborazione scientifica, ed altro ancora”. E non è solo compito degli addetti ai lavori, ma spetta alle classi dirigenti saper cogliere – dice Lombardi – l’opportunità della crisi per delineare tale nuova prospettiva.
Funzionale all’articolazione di tale rilancio della promozione della nostra lingua e cultura è in primo luogo l’individuazione dei soggetti cui essa è rivolta – i cosiddetti “italofoni praticanti e potenziali” – il cui “nucleo centrale può essere indicato nei 4,5 milioni di cittadini italiani residenti all’estero, distinguendo tuttavia coloro che sono partiti dall’Italia e hanno ripreso a partire da quelli che hanno recuperato la cittadinanza in base alle elastiche normative in vigore basate sullo jus sanguinis, che in genere – rileva Lombardi – hanno una dotazione linguistica molto limitata”. Altrettanti sono i “nuovi italofoni”, “gli stranieri insediati in Italia, la cui presenza nelle scuole di diverso grado ammonta ormai a circa 900.000 giovani”, cui si possono aggiungere “gli stranieri che avanzano una domanda linguistica di tipo professionale, essendo coinvolti in processi di decentramento produttivo” e “gli italodiscendenti, certamente l’area più vasta, dislocata in paesi di storica immigrazione, tra i quali vanno distinti coloro che sono lontani diverse generazioni dai primi emigrati, da considerare potenziali italofoni o italofoni di ritorno, da quelli che sono cresciuti in famiglie formatesi nel secondo dopoguerra, in possesso di una dotazione linguistica con forti connotazioni dialettali, indebolita per altro dall’uso corrente delle lingue locali”. Per le ultime generazioni si richiama inoltre “l’assidua frequentazione delle reti multimediali”, che consente di considerarli “terminali più aperti e diretti dell’offerta linguistica e culturale che circola in rete per iniziativa istituzionale e privata”. Infine, richiamati anche coloro che “sono attratti dall’Italia per la sua cultura e per la suggestione del modello di vita e di relazioni interpersonali degli italiani, che arrivano all’acquisizione della lingua per un processo di naturale simbiosi”. Si tratta quindi di “una platea variegata e segmentata” cui però l’offerta di cultura italiana deve guardare avendo “un indirizzo unitario” e proponendo “il volto di un’Italia moderna, dinamica e creativa, una cultura non solo del bello ma anche del nuovo”. Altro fattore da considerare è il protagonismo delle collettività, che non sono “semplici destinatarie di messaggi provenienti dall’Italia o al massimo oggetto di episodiche notazioni storiche e di costume”, ma “integrano le classi dirigenti dei loro paesi di residenza e sono protagonisti della vita culturale e civile di essi”. Lo sguardo che viene proposto deve quindi superare il “persistente vizio italocentrico e di unidirezionalità rispetto alle molteplici e spesso importanti espressioni culturali del cosiddetto mondo italico”, vizio che priva “la stessa società italiana di esperienze e impulsi di rinnovamento che possono venire da quelle realtà”. Un ragionamento che includerebbe quindi – come rilevato nel documento del gruppo di lavoro sull’italofonia formulato nel corso degli Stati generali della lingua italiana a Firenze – anche “la capacità di elaborare altre culture, di mettersi in relazione con altre lingue, di assimilare, trasformare e riproporre in italiano quello che altri elaborano e producono”.
Tali considerazioni fanno emergere implicazioni metodologiche utili ad un ripensamento della promozione dell’italiano all’estero, in base alle platee di riferimento: tra esse Lombardi cita l’integrazione dell’insegnamento dell’italiano nei sistemi formativi locali, l’assunzione di “metodologie e didattiche non assimilabili al canone dell’insegnamento di una lingua materna, ma propri di un insegnamento di una lingua straniera, anche quando ci si trovi a cospetto dei nuovi italofoni presenti nelle nostre scuole”, l’integrazione di percorsi formativi nello spazio europeo, l’avvio di un dialogo con i protagonisti delle “nuove mobilità” che “si orientano tendenzialmente verso permanenze di lunga durata o definitive sulla necessità di non disperdere, soprattutto per le successive generazioni, un patrimonio culturale e linguistico che ha comunque una notevole valenza in un’ottica interculturale”. Ulteriore tema di approfondimento anche “il ricorso a internet e alle risorse ad esso collegate”.
Tra le esigenze primarie della riforma di sistema da più parti sollecitata Lombardi richiama “quella di un maggior livello di coordinamento, finalizzato ad aumentare l’efficacia e la qualità degli interventi, evitando sovrapposizioni e dispersione di risorse” e “il superamento di un anacronistico centralismo che stride acutamente con il carattere poliedrico delle situazioni esistenti all’estero e non trova alcun riscontro nelle esperienze fatte dai nostri partner europei, fortemente impegnati nella competizione linguistica”. “I prossimi mesi – conclude Lombardi – saranno importanti per avere qualche risposta su queste questioni poiché nella riforma della scuola proposta dal Governo e all’attenzione del Parlamento vi è anche una delega all’esecutivo per la riorganizzazione del sistema scolastico e formativo operante all’estero”.
Si è soffermata invece su “La prospettiva transnazionale nello studio della letteratura italiana contemporanea: diaspore, canoni, storiografia” Franca Sinopoli, dell’Università Sapienza di Roma, che ha evidenziato come “il rapporto Italia-mondo, ossia la dimensione transnazionale della letteratura italiana” rappresenti “il recupero di un territorio che era prima considerato ai margini” da parte del mondo accademico. Un ambito in cui si delineano “appartenenze multiple a diversi contesti socio-culturali” che determinano un cambio di prospettiva rispetto a ciò che è stato definito dagli studiosi della materia “la tirannide del nazionale” o il paradigma centro-periferie. La messa in discussione di tali paradigmi lascia emergere un’identità di genere diverso, transnazionale, di appartenenze multiple che possono convivere un uno stesso individuo. Si tratta di applicare concetti prima trascurati ad un campo di studi che si arricchisce di nuovo materiale e nello stesso tempo dell’applicazione al materiale già conosciuto di categorie innovative, portatrici di nuove analisi e approfondimenti. (Viviana Pansa – Inform)