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A colloquio con Giacomo Contin, giovane scienziato friulano

ASSOCIAZIONI

Da Friuli nel Mondo, luglio agosto 2015

Emigranti anche nel campo della ricerca

 

Giacomo Contin, 36 anni, di Palmanova, è uno di quei giovani che, da tempo, lavora all’estero impegnato nel campo della scienza. Dopo l’esperienza maturata al Cern di Ginevra ora è al Lawrence Berkeley National Laboratory, in California, vicino a San Francisco. È un ricercatore emigrato dall’Italia agli Stati Uniti a Berkeley ed è impegnato attualmente nella progettazione, nello sviluppo, nella costruzione di rilevatori di particelle al silicio, che sono poi utilizzati negli esperimenti di collisione tra particelle ad alta energia, in particolare fra ioni pesanti, come quelli che si svolgono al Cern di Ginevra.

È esagerato definirla scienziato?

«No, anzi diciamo che è anche il mio titolo nel contratto che si chiama Projet scientist, che equivale a scienziato a progetto. Quindi scienziato direi di sì. L’approccio è scientifico quindi sicuramente siamo scienziati».

Come vive il rapporto con il suo lavoro?

«È molto divertente. È un lavoro che lascia molta libertà nelle decisioni, nelle cose da fare. Ovviamente richiede un impegno sia intellettuale sia, nel mio caso, fisico perché io sono uno scienziato che lavora più sull’hardwere, quindi non tanto sulle analisi o sulla fisica teorica».

Un impegno fisico?

«La fisica sperimentale richiede un impegno fisico che va oltre l’orario di lavoro che può essere considerato normale. Impegna anche i week end, dalla mattina alla notte quando serve. Ciononostante l’impegno è libero e il lavoro interessante e quindi non si sente molto la fatica. Alle volte la domenica, quando sono a casa, sono contento di tornare a lavorare il lunedì, cosa che credo non capiti spesso».

Quindi non è un lavoro, ma una passione, una vocazione?

«Non lo definirei, nel mio caso, una vocazione, cioè non una cosa che si deve fare solo per il piacere di farla, senza una giusta retribuzione. È proprio un lavoro, solo che ha un enorme vantaggio che è quello della libertà individuale, di scegliere quello a cui dedicarsi, cosa che non capita in tutti i lavori. Quindi ha indubbiamente dei vantaggi, ma deve avere anche una prospettiva in termini di contratti e di lavoro futuro».

Il suo lavoro è autonomo o è concepito e organizzato in squadra?

«Nel mio caso è di squadra e quindi lavoro in equipe con altre persone che sono sia presenti nel luogo dove lavoro sia collegate tramite delle riunioni giornaliere in altre località del mondo dalla Francia al Texas a New York. Tutto si discute, tutto viene deciso di comune accordo. Io, ovviamente, ho un capo che detta le linee, ma ogni singola decisione viene presa insieme. Quindi il mio lavoro è molto libero, ma libero all’interno di una equipe».

Dovrebbe spiegare, nella maniera più semplice possibile, in cosa consiste il suo lavoro.

«Il mio lavoro consiste nel prendere alcuni dispositivi, che sono abbastanza simili a quelli che si trovano dentro una macchina fotografica. Sono dei piccoli pezzi di silicio in grado di catturare delle immagine. Questo pezzo di silicio può “leggere” quando passa una particella come i neutroni, i protoni. Poi, analizzando i dati rilevati durante l’esperimento, si può ricostruire dove sono andate queste particelle, quante erano, di che tipo di particelle si tratta e così si capisce qualcosa di come si evolve la materia, come era la materia al momento del Big Bang, quando è nato l’universo. Ottieni informazioni proprio per capire l’essenza della materia. Il mio lavoro, in particolare, sta nello sviluppare questi pezzettini di silicio, di capire se funzionano, farli funzionare, organizzarli in un sistema utilizzabile poi da altri per ricavarne dei dati. E’ come tirare fuori i pezzi dalla macchina fotografica, quelli che servono per imprimere la foto e metterli insieme. Ne servono 400 insieme in modo che funzionino in maniera simultanea, quando lo vogliamo noi, quando passano le particelle. Poi si aspetta e si scattano delle immagini che vengono studiate».

Si incontrano dei problemi?

«Il problema di queste attrezzature è che mai nessuno le ha usate prima e ti devi inventare l’oggetto e la maniera di utilizzarlo al meglio. Quello che noi facciamo è questo: per la prima volta usiamo un tipo di dispositivo, che abbiamo visto che effettivamente funziona. Questo è il lavoro dell’ultimo anno. Abbiamo ottenuto i primi dati e li abbiamo trovati soddisfacenti».

Qual è l’obiettivo? Dove volete arrivare?

«Ci sono più obiettivi. Quello a breve termine è costruire questo rilevatore di silicio, farlo funzionare, prendere i dati e passare questi dati a chi li deve studiare. L’obiettivo a lungo termine è di avere una conoscenza molto approfondita dei meccanismi a livello microscopico che avvengono nell’interazione fra particelle, nell’interazione della materia. Ovviamente nell’obiettivo a lungo termine lavorano migliaia e migliaia di persone. In quello a breve, in questo momento, siamo in quattro, quindi per costruire questo rilevatore c’è l’impegno di 4-5 persone che lavorano per una collaborazione con un grandissimo numero di scienziati».

L’Italia è presente in questo tipo di ricerca?

«L’Italia, in realtà è presente. È presente, per esempio, al Cern in maniera importante. Mi pare che sia italiano un terzo delle forze umane che vi lavorano, i finanziamenti anche sono molto grossi. Io prima lavoravo al Cern, sempre pagato dall’Italia e abbiamo ottenuto un successo. Anzi devo dire che i gruppi universitari italiani, con molte meno risorse di quelli che hanno per esempio i gruppi americani, realizzano delle cose non trascurabili. Un rivelatore di particelle, anche più impegnativo, è stato realizzato dal mio gruppo, quando lavoravo a Trieste, da uno sparuto numero di persone. Forse il problema dell’Italia è che non sa capitalizzare queste ricerche e realizzazioni. Le decisioni a livello governativo hanno sempre bloccato gli esperimenti facendo mancare il finanziamento».

Quindi ha lavorato dieci anni alla costruzione di un rivelatore, lo ha fatto funzionare al Cern, ha dato buoni risultati poi il progetto si è interrotto perché il governo non ha più messo a disposizione i fondi necessari?

«È per questo, sostanzialmente, che io non ho più avuto un contratto da un certo momento in poi».

Secondo lei perché l’Italia non è in grado di completare finanziariamente la ricerca?

«Perché certe decisioni sono lasciate molto più a persone che sono competenti in campo politico ma non scientifico. Sono scelte assolutamente politiche che non si basano certamente sulla conoscenza scientifica, quindi non sono in grado di tener conto che un progetto scientifico ha bisogno di un respiro ventennale, non biennale. Ogni due anni cambiare totalmente la strategia ovviamente non fa funzionare nulla in nessun campo, soprattutto in quello scientifico dove serve uno sviluppo di almeno dieci anni per avere i primi risultati».

L’Italia, dal punto di vista scientifico, come è vista all’estero dove lei lavora?

«L’Italia è vista come una nazione che ha sempre dato il suo contributo nel campo scientifico, anche in maniera importante, adesso soprattutto al Cern di Ginevra, in passato anche nei laboratori italiani. È vista però come una nazione abbastanza inaffidabile nella continuità, ovvero oggi c’è una collaborazione italiana ma non si sa se il prossimo anno ci sarà ancora perché il governo potrebbe cambiare, potrebbe ridiscutere non solo i finanziamenti, ma ristrutturare tutte le strutture scientifiche nel corso di un anno e poi ristrutturarle ancora dopo due anni. A un certo punto ho visto nei miei colleghi in Italia proprio una perdita di speranza e di voglia di fare perché non è un buon sistema di lavoro non sapere cosa succederà il prossimo anno. In America c’è una discreta pianificazione delle cose e mantengono fede agli impegni presi per almeno i successivi tre- sei anni».

Al giovane scienziato Giacomo Contin: cosa farà da grande?

«Buona domanda perché ci si abitua a essere sempre in una situazione di precariato, a essere sempre pronti a cambiare, a vivere un nuovo esperimento in una nuova città. Da un lato direi che questo è molto vantaggioso per il lavoro, perché uno non si siede mai, si è sempre chiamati a una nuova esperienza, a confrontarsi con dei nuovi sforzi, non si è mai legati a un posto per tutta la vita. Questo è molto positivo per il lavoro. Da grande mi piacerebbe continuare a fare quello che faccio, magari con una posizione più stabile. Non dico che un lavoro a tempo indeterminato sia il mio sogno, anzi quasi mi spaventa perché so che in una situazione del genere sarei meno incentivato a fare al meglio il mio lavoro. Però d’altra parte è molto faticoso non avere nessuna sicurezza. Ci vorrebbe una soluzione di compromesso in cui hai abbastanza respiro davanti, la prospettiva di un tempo più lungo, che però anche ti incentivi a essere sempre attivo per pensare a una prospettiva futura».

Ha il destino segnato?

«Direi di no. Penso che alla fine la vita dipenda più da scelte personali che dal lavoro e che ci si possa adattare a fare anche lavori che non sono proprio i preferiti pur di perseguire un obiettivo personale. Che i “cervelli” friulani debbano emigrare all’estero, non è una cosa del tutto esaltante». (Silvano Bertossi – Friuli nel Mondo, luglio agosto 2015 /Inform)

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