TRENO DELLA MEMORIA 2013
Lacrime, angoscia, un pugno allo stomaco. Le reazioni dei ragazzi toscani alla visita di Auschwitz
OSWIECIM, Polonia – L’arrivo al campo madre di Auschwitz 1 è poco dopo le otto di mattina. Non nevica e c’è pure un timido sole: attorno, nell’ora e mezzo di strada, è tutto un paesaggio ammantato di bianco. Auschwitz 1 è il primo campo aperto nel 1940 dai tedeschi, all’inizio utilizzato solo per l’intellighenzia polacca, quindi campo di lavoro e smistamento e poi di morte. Per i 557 ragazzi toscani del treno della memoria, gli 82 insegnanti che li accompagnano e gli ospiti è il secondo giorno in Polonia.
A Birkenau hanno intuito la dimensione dello sterminio e lo sfinimento fisico. Ad Auschwitz, dove non solo si doveva morire ma si doveva morire con dolore e patimento, i ragazzi prendono coscienza dell’efficienza piegata al male. E più di uno piange. A guardare le foto e i filmati, gli oggetti requisiti ai prigionieri, i giocattoli rubati ai bambini. Orrori e pratiche sadiche si nascondono qui dietro l’apparente normalità di un ex caserma militare costruita dall’esercito polacco negli anni Venti, con i suoi edifici non in legno ma in mattoncini rossi, ordinata come tutte le caserme. Ed il colpo allo stomaco è forse ancora più duro e forte.
Un milione e mezzo di persone furono deportate e morirono ad Auschwitz e nei suoi sottocampi. In ottocento, in cinque anni, provarono a fuggire, ma in appena 144 ci riuscirono. Praticamente nessuno. Perché la storia non venga dimenticata e non si rischi di riviverla di nuovo, come una scritta ammonisce all’ingresso di una baracca, in tanti oggi visitano il museo, aperto appena due anni dopo la fine della guerra e diretto a lungo da un ex prigioniero. Nel 2011 sono state un milione e 405 mila persone: 78 mila erano italiani, 800 mila giovani.
Uno sterminio senza senso
Il corteo dei ragazzi toscani è silenzioso e ordinato. Davanti al muro della memoria, il muro dove i tedeschi fucilavano i prigionieri del blocco della morte, è stata appena deposta una corona. “Non ha senso quello che qui le SS hanno fatto” riesce solo a dire Matteo, studente di Livorno. Vicino c’è Manuel, coetaneo della stessa città: “ Ero preparato. Avevo letto. Sapevo. Ma non mi aspettavo così tanto. Deve essere stato davvero duro, fisicamente e psicologicamente”. Tra i ragazzi c’è chi prova ad immaginare le persone che un tempo indossavano i vestiti e le divise esposti, come Gianmarco di Prato. Francesco è colpito invece dall’organizzazione quasi fordista del campo: “Sembra la catena di montaggio dell’industria più efficiente”. C’è chi prova fastidio. C’è chi smette di fotografare, quasi temesse di violare l’intimità di donne, uomini e bambini rinchiusi e torturati nei lager. C’è chi invece di foto e video ne fa a più non posso, magari con le lacrime che gli rigano il volto e il groppo alla gola: ma lo fa e non smette un attimo, per non dimenticare, per provare a far capire a chi non è venuto e non ha mai visto.
“Sono ragazzi davvero preparati” dice sottovoce una guida, una delle tante del campo. La visita è faticosa, il programma dei tre giorni ha ritmi frenetici. Eppure i ragazzi sono sempre attenti, “sempre rispettosi e corretti nel comportamento”. “Per noi è una gioia” confessa ancora la guida.
Una tela come corona
Sei ragazzi del Buzzi, storica scuola di periti tessili di Prato, si avvicinano intanto al muro della memoria ed accanto a due corone di fiori depongono un drappo di tessuto della città preparato prima di partire, con i loro nomi. “Non vedo l’ora di tornare a casa e parlarne con i compagni, per trasmettere la mia testimonianza. Era il mio secondo obiettivo – confessa lì vicino un’altra ragazza – Il primo era quella provare a scoprire e capire”.
All’una e mezzo la visita è finita. Inizia a piovere acqua mista a fango. Poi tutti a mangiare. Ma la giornata non è finita. Nel pomeriggio i ragazzi incontreranno tutti assieme i sopravvissuti ai campi: le inossidabili sorelle Bucci, bambine scampate a Birkenau, e Marcello Martini, staffetta partigiana di Montemurlo a Prato deportato a quattordici anni a Mathausen. Non ci sarà invece Antonio Ceseri, il soldato militare catturato dei tedeschi all’indomani dell’armistizio. Indisposto, si collegherà telefonicamente. (Walter Fortini /Inform)