INTERVENTI
ROMA – La vicenda della Grecia ha aperto una discussione politica all’interno dell’Unione Europea che, se si riuscirà a superare la fase critica che rischia di produrre gravi conseguenze, potrebbe sortire addirittura effetti positivi. Mai come in questo momento, infatti, l’Unione Europea, nel vivo della crisi greca, è stata attraversata da tensioni e passioni, mentre il resto dell’Unione è ancora alle prese con una fase di persistente recessione o, nella migliore delle ipotesi, di lenta uscita dalla più grave crisi economica dal dopoguerra. L’Europa, con le sue profonde contraddizioni ma anche con il suo grande potenziale economico, sociale e culturale è di fronte ad un bivio: avanzare lungo una strada di involuzione e depotenziamento oppure ridisegnare le sue prospettive di sviluppo e il suo futuro. Anche se i rischi sono tuttora reali, abbiamo di fronte a noi una grande e reale opportunità.
Un’Europa, toccata dal tarlo del nazionalismo, può ritrovare se stessa facendo uno sforzo comune per salvare la Grecia, rafforzare l’euro e dare nuovo slancio a quel disegno di “Europa politica” costantemente in costruzione. Nei mesi scorsi, nessun Paese escluso, abbiamo assistito ad un alternarsi di dichiarazioni sul futuro dell’euro, dell’Unione Europea e della Grecia, che nascevano da meschini interessi elettoralistici o dalla logica della paura. Lo stesso referendum greco, in qualche misura, rispondeva soprattutto a esigenze di politica interna: ottenere il massimo consenso possibile, indebolire le opposizioni, avere a disposizione un risultato da utilizzare per tutte le stagioni. La posizione intransigente di alcuni Paesi, rispetto alla presunta inaffidabilità della Grecia, anch’essa motivata prevalentemente da esigenze interne, ha rischiato a sua volta di alimentare le posizioni politiche di chi ogni giorno propone l’uscita dall’euro. Un rischio che neanche la Germania poteva correre.
Le reazioni, che nascevano da storie, analisi e punti di partenza opposti, di estrema destra e di estrema sinistra europea, convergevano sulla necessità dell’uscita dall’euro della Grecia, primo passo per altri paesi a seguire. Queste posizioni prefigurano un futuro di instabilità politica dell’Unione, logorata da discussioni di impronta nazionalistica e minacciata da un’opinione pubblica spaventata da incontrollabili flussi migratori, dal tema della sicurezza e da una crescita che stenta a decollare.
In Italia, la strana congrega Sel-Forza Italia-5 Stelle-Lega Nord ha inaugurato una nuova stagione di opposizione domestica, il cui comune denominatore è l’ostilità all’Unione Europea. Tutti impegnati a dimostrare che l’uscita dall’euro è la strategia politica di una sinistra alternativa, che l’abbandono dell’austerità targata Germania è essenziale, che il crollo dell’euro, dell’UE e delle forze politiche europeistiche porterà alla rinascita delle singole realtà nazionali. In realtà, queste forze sono riuscite unicamente a dimostrare, in maniera evidente, quale uso demagogico e strumentale della vicenda greca si sia fatto in Italia.
Eppure, in questa condizione di oggettiva difficoltà, la sinistra europea è tornata a farsi sentire, a dare un’idea di Unione Europea capace di superare le sue indiscutibili debolezze e di andare oltre gli stessi punti di forza di ciascuno, individualmente inteso. L’accordo raggiunto sulla Grecia ne è una dimostrazione. E la stessa cosa si può dire a livello internazionale, di fronte alle notizie positive sugli accordi con Teheran e con la Libia. La paura non prevale, la politica dell’Unione si rafforza anche in politica estera e le ragioni dell’Europa prevalgono sui nazionalismi dei singoli stati membri.
Se dovessi spiegare con un’immagine l’unione monetaria di oggi, direi che si tratta di soci in affari che, partecipando tutti equamente alla nascita di una società, si sono ritrovati indebitati non a causa della società ma dei debiti assunti privatamente, in famiglia e, per questo, hanno iniziato tutti, nessuno escluso, a fare ricorso al fondo comune. Alcuni soci, poi, hanno cominciato ad indebitarsi più di altri, a rinviare restituzioni e pagamenti, a chiedere maggiori aiuti. Il meccanismo di compensazione rischia di non reggere e quindi i soci, anziché pensare ad una fase nuova, ad una nuova politica societaria che consenta a tutti di uscire da questa logica perversa in tempi ragionevoli, di perseguire una politica di crescita di tutta la società e gradualmente uscire dalla situazione iniziale in base alla quale, per ripianare i debiti privati delle famiglie, hanno sacrificato la ripresa, decidono di buttare fuori dalla società uno di loro. Escludere, però, uno dei soci ha effetti devastanti non solo sul piano economico ma soprattutto su quello politico perché le famiglie, se non percepiscono l’utilità della società, possono uscirne anche loro. L’Unione Europea è più dell’unione monetaria e dei singoli trattati o della somma di tutti i trattati: è una grande e reale opportunità di crescita e sviluppo economico, culturale e politico. Dobbiamo essere all’altezza della sfida, con più politica, meno burocrazia, con maggiore solidarietà e con l’unico rigore possibile, quello che arriva da un progetto comune che oggi richiede maggiore e più lucido impegno. (Marco Fedi*- Inform)
* Deputato eletto per il Pd nella ripartizione dell’Africa, Asia, Oceania e Antartide