SENATO DELLA REPUBBLICA
“La nostra risposta: unità e determinazione nel difendere la nostra sicurezza e nel confermare i pilastri della nostra libertà. Nessun governo europeo parla di sospendere il sistema Schengen. Sacrificare la libertà di circolazione, per la quale ci siamo battuti per decenni, sarebbe un prezzo inaccettabile da pagare al terrorismo”
ROMA – Il ministro degli Esteri della Cooperazione Internazionale Paolo Gentiloni è intervenuto nell’Aula del Senato di Palazzo Madama sulle vicende terroristiche correlate all’attentato di Parigi al periodico satirico “Charlie Hebdo”.
“Il Governo – ha esordito Gentiloni – coglie anche questa occasione per unirsi al dolore dei familiari delle vittime colpite da questo ignobile atto di terrore. La marcia repubblicana di milioni di parigini e leader di governo provenienti da tanti Paesi ha mostrato, credo, con forte solennità, quale sarà la nostra risposta: unità e determinazione nel difendere la nostra sicurezza e nel confermare i pilastri della nostra libertà….A Parigi, – ha proseguito Gentiloni – i ministri degli Interni europei, con i rappresentanti degli Stati Uniti, del Canada e dell’Unione europea, hanno approvato una dichiarazione comune per rafforzare, specie sul piano dello scambio delle informazioni, l’ancora troppo fragile concetto di sicurezza comune europea; lunedì a Bruxelles ne discuteremo in un incontro dei ministri degli Esteri, che avrà all’ordine del giorno il contrasto al terrorismo. Saranno adottati alcuni interventi sul piano normativo. Parlo di azioni mirate e incisive, non di generici riferimenti a legge speciali. In particolare, mi riferisco, sul piano europeo, all’intesa sui dati relativi ai passeggeri delle compagnie aeree, su cui è urgente il via libera del Parlamento europeo”.
“Quanto a Schengen, – ha poi precisato il ministro – di cui si è discusso in questi giorni, deve essere chiaro che nessun Governo europeo parla di sospendere il sistema Schengen o di ristabilire controlli alle frontiere dei Paesi dell’Unione. Sacrificare la nostra libertà di circolazione, per la quale si è lavorato e ci siamo battuti per decenni, sarebbe un prezzo inaccettabile da pagare al terrorismo e alla sua iniziativa. La discussione, che peraltro è in atto da alcuni mesi, riguarda semmai la possibilità di consultare il cosiddetto Sistema di informazione Schengen (SIS) in occasione dell’attraversamento della frontiera esterna all’Unione da parte di alcuni residenti in Paesi dell’Ue. Non si sta, quindi, discutendo di sospendere Schengen, di ripristinare frontiere tra i Paesi dell’Unione; si sta discutendo eventualmente di come utilizzare il sistema informativo tra i diversi Paesi dell’Ue per chi vuole abbandonare la frontiera esterna dell’Unione stessa”.
Gentiloni, dopo aver sottolineato la necessità di seguire con attenzione anche in Italia il fenomeno dei cosi detti “foreign fighters”, cioè le persone provenienti da paesi europei che si addestrano e combattono all’estero con i terroristi, ha evidenziato l’esigenza di conoscere meglio la minaccia terroristica, che si presenta in maniera diversificata da paese a paese, e di verificare la strategia internazionale messa in campo per combatterla.
“Il cosiddetto califfato del Daesh – ha proseguito Gentiloni – rappresenta una minaccia particolare, su cui credo dobbiamo concentrare la nostra attenzione. Si tratta infatti di una minaccia completamente nuova. È il terrorismo che si fa Stato, che controlla un territorio molto esteso, che possiede risorse, perché si è impadronito di depositi bancari, perché fa contrabbando illegale di petrolio, perché acquisisce denaro attraverso la vendita addirittura di beni culturali. È al tempo stesso incubatore e magnete di altro terrorismo, anche per la sua forza simbolica, capace di reclutare, attraverso le rete, sia “foreign fighters” che cosiddetti lupi solitari. Questo Daesh si è affermato nello stallo della crisi siriana e nel vuoto creato in Iraq per la dissoluzione delle strutture preesistenti, sostituite, dopo l’intervento militare, da un Governo, non parlo dell’attuale ma del precedente Governo iracheno, caratterizzato dall’esclusione settaria tanto delle comunità sunnite quanto delle minoranze curde. Oggi c’è una coalizione di oltre 60 Paesi a guida americana impegnata nella lotta contro il Daesh; ne ha bloccato l’espansione e ha ottenuto alcuni importanti successi sul terreno”. Il ministro ha poi segnalato come l’impegno dell’Italia su questo fronte, basato sulla risoluzione n. 2170 del Consiglio di sicurezza dell’Onu, si focalizzi innanzitutto sulla fornitura di armi e di addestratori (circa 290 militari nella base militare di Erbil) sia ai combattenti curdi, sia alle forze irachene. L’Italia è inoltre impegnata con diverse missioni di ricognizione basate in Kuwait, attraverso l’uso dei Tornado e dei Predator.
“Quello italiano – ha poi spiegato Gentiloni – è altresì un impegno politico che stiamo sviluppando nei confronti del Governo di Baghdad per incoraggiare, l’ho fatto anche personalmente in una visita dello scorso 23 dicembre, il nuovo esecutivo iracheno su una linea di maggiore inclusione sia nei confronti dei curdi, sia nei confronti dei sunniti. Allo stesso tempo, siamo impegnati nel teatro siriano a sostenere la linea delle Nazioni Unite che stanno cercando, come sapete, anche sulla base di una proposta che è giunta dall’Italia, di ottenere un congelamento della situazione di Aleppo che potrebbe essere un modello replicabile in altre zone della Siria. In questo ambito siamo anche attivi sul terreno umanitario. Da agosto, – ha aggiunto Gentiloni – nei confronti degli iracheni e dei rifugiati che scappano dai fronti di guerra nel Kurdistan, l’Italia è impegnata a sostegno delle minoranze cristiane, sradicate dalla Piana di Ninive e a sostegno delle comunità yazide, in particolare delle donne yazide, rapite, violentate e messe in difficoltà nel rientro nelle loro stesse comunità tradizionali, le quali hanno bisogno del nostro aiuto”.
Per quanto riguarda invece la crisi libica, un’area da cui nel 2014 sono partiti 141.000 migranti approdati poi nel nostro Paese, il ministro degli Esteri ha precisato come l’Italia non si possa rassegnare “alla prospettiva di una Libia divisa in due o più parti in guerra tra loro. Sarebbe una minaccia inaccettabile a due passi da casa nostra. Il contagio del terrorismo, che è già serio, anche se per ora, per fortuna, confinato in alcune città come Derna e in alcune altre zone del Sud della Libia, diventerebbe inarrestabile. L’Italia sta dunque collaborando sul piano politico, informativo e perfino logistico, con il tentativo dell’inviato speciale delle Nazioni Unite volto a mettere in piedi in questa settimana un primo incontro di riconciliazione nazionale da tenersi a Ginevra. Se partirà questo processo di riconciliazione nazionale sotto le bandiere dell’ONU, il Governo proporrà al Parlamento di sostenerlo anche con interventi di monitoraggio e peace keeping”.
“Di fronte ad una sfida inedita e complessa come quella che abbiamo davanti, – ha poi affermato Gentiloni – l’Italia deve agire con determinazione e senza ripetere vecchi errori. L’eliminazione di dittatori è sacrosanta, ma ogni intervento militare deve porsi il problema delle sue conseguenze, senza ignorare il rischio che i vuoti di potere siano riempiti da forze terroristiche e senza sottrarsi al difficile compito di mantenere o ricostruire la capacità statale dei Paesi in cui si interviene.
La globalizzazione ha cambiato anche la guerra rendendola asimmetrica e con questa nuova realtà dobbiamo, credo, fare i conti. Soprattutto, non dobbiamo commettere nuovi errori. Non dobbiamo confondere Islam e terrorismo e magari reagire non contro i terroristi ma contro i musulmani. Si tratterebbe di un errore molto pericoloso perché ci impedirebbe di collaborare con alleati indispensabili”.
“Il contesto in cui ci troviamo – ha infine concluso il ministro degli Esteri – deve naturalmente suscitare preoccupazione, non per segnalazioni specifiche, ma per la dimensione generale della minaccia che abbiamo di fronte, alla quale il Daesh, come sapete, unisce spesso riferimenti anche simbolici al nostro Paese… Al terrore e alla barbarie dobbiamo reagire senza paura e senza rinunciare ai capisaldi delle nostre libertà. Soprattutto, dobbiamo reagire uniti: con l’unità delle nostre istituzioni, con l’unità di tutto il popolo italiano”. (Inform)