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INFORMAZIONI DEL GIORNO – NEWS PER GLI ITALIANI ALL'ESTERO

“Migrazioni dall’Italia e verso l’Italia, definizioni e categorizzazioni”, la sessione pomeridiana del seminario online del Centro Studi Emigrazione di Roma

MIGRAZIONI

(fonte foto CSER)

ROMA – “Migrazioni dall’Italia e verso l’Italia, definizioni e categorizzazioni”, questo il titolo di un seminario online dello CSER che ha visto aprire la sessione pomeridiana dell’evento dall’intervento di Padre Lorenzo Prencipe (Direttore CSER). (Per la sessione della mattina vedi Inform “Migrazioni dall’Italia e verso l’Italia: definizioni e categorizzazioni”, seminario online del Centro Studi Emigrazione di Roma | www.comunicazioneinform.it). Prencipe ha parlato dell’assistenza della Chiesa come pastorale emigratoria anzitutto attraverso l’opera di ordini come quello scalabriniano.  Un modo per rispondere sia alla perdita della fede che alle questioni sociali tra difficoltà di inserimento e situazioni di discriminazione. Gli stessi Papi, su tutti Pio XI, – ha ricordato Prencipe – invocarono l’assistenza a profughi e richiedenti asilo in diverse parti del mondo. Pio XII ad esempio istituisce la Pontificia commissione di assistenza ai profughi. “I migranti, soprattutto all’inizio dell’inserimento, sono legati alle proprie radici e hanno bisogno di trovare nel missionario, che parli la sua stessa lingua, l’aiuto necessario”, ha spiegato Prencipe sottolineando l’importanza degli organismi internazionali nella tutela dei migranti che sono “coloro che fanno dialogare popoli diversi in un arricchimento reciproco per la costruzione della famiglia dei popoli”, ha aggiunto il Direttore CSER invocando degne condizioni di vita e di progresso per chi emigra che necessita di un benessere integrale. Prencipe ha auspicato a livello europeo una politica migratoria che non riduca la questione soltanto alla contrapposizione tra migrazione regolare o irregolare. “Chi non ha diritto a venire in Europa, sarà rimandato indietro”, questa è la filosofia che sta dietro all’idea dell’UE riguardo all’immigrazione secondo quanto sottolineato da Prencipe che ha però ricordato come già Giambattista Scalabrini a suo tempo definisse l’emigrazione come “una parte della complessa questione sociale e non se ne può uscire se non attraverso la soluzione di questa: pertanto le leggi da sole non bastano a sanare le piaghe che affiggono l’emigrazione e le misure di polizia non arrestano bensì deviano dai nostri ad altri porti le masse migratorie”. Il ricercatore Mattia Vitiello (CNR) ha parlato dello status giuridico dei migranti storicizzando queste categorizzazioni. Le grandi migrazioni del passato non si muovevano infatti in un vuoto giuridico. “Gli USA già all’epoca selezionavano chi poteva o non poteva entrare nel proprio territorio”, ha spiegato Vitiello evidenziando come questo aspetto si sia nel tempo strutturato in diversi Paesi all’interno delle politiche destinate all’emigrazione. Maddalena Colombo (Università Sacro Cuore di Brescia) ha trattato il tema dell’integrazione delle persone migranti nel Paese d’accoglienza. Colombo ha parlato dell’immigrazione come di un ‘sistema’ fatto di complessità, interdipendenza, rischio e imprevedibilità. La ricercatrice ha menzionato diversi ‘indicatori d’integrazione’: partecipare alla vita socio – economica del Paese d’accoglienza, disporre della titolarità di diritti e doveri, avere quindi un’integrazione civica e culturale. Infine si è soffermata sul problema dell’integrazione messa alla prova dal populismo da cui emerge un rifiuto di leggere i dati della realtà. Cinzia Conti (ISTAT) ha parlato del tema delle seconde generazioni ossia i ragazzi con background migratorio. Quando si parla di ‘seconde generazioni’ in senso stretto si fa riferimento alle persone nate in Italia da genitori stranieri; in realtà la situazione è molto più complessa perché molti appartenenti a quelle seconde generazioni sono nel frattempo divenuti adulti in Italia e molti hanno la cittadinanza. Conti ha proposto un dato che è quello degli stranieri residenti: nel 1991 erano poco più di 350mila, oggi invece siamo di poco oltre i 5 milioni. Al 1 gennaio 2020 i ragazzi minorenni di seconda generazione in senso stretto risultano essere oltre 1 milione e il 22% (circa 228mila) ha acquisito la cittadinanza. I ragazzi stranieri che frequentano le scuole secondarie sono suddivisi tra coloro che si sentono italiani (38%) e coloro che si sentono stranieri (33%) mentre il restante non ha un’idea ben chiara. Conti ha infine rievocato il problema delle identità sospese di quegli italiani ormai di fatto che però ancora non lo sono per lo Stato. Emerge anche come molti giovanissimi stranieri sognino di vivere da grandi in altri Paesi. Il ricercatore Corrado Bonifazi (CNR) ha parlato del passaggio dall’emigrazione agricola a quella industriale e del terziario. Così nel 1861 prevalevano coloro che erano impiegati nel settore dell’industria agricola e manifatturiera. Dai dati relativi agli anni 2009-2020 emerge invece come i settori lavorativi siano maggiormente diversificati vedendo un impiego elevato nell’industria in senso stretto ma anche nel commercio e nei servizi alle imprese. La ricercatrice Daniela Trucco (Scuola francese di Roma) ha parlato del percorso verso la cittadinanza. “La cittadinanza è vista come un qualcosa di positivo ossia un qualcosa verso cui tendere, come emancipazione individuale”, ha spiegato Trucco sottolineando come, al contrario, potrebbe però trasformarsi in una sorta di lotteria escludente o di una condanna per chi non la possiede. Trucco ha anche illustrato tutta la serie di passaggi formali e burocratici che portano all’ottenimento della cittadinanza. Ha poi preso la parola il Consigliere Giovanni Maria De Vita (Dgit- Maeci) che ha sintetizzato alcuni spunti emersi nel corso dell’incontro come ad esempio il fatto che il fenomeno dell’immigrazione sia presente da molto tempo in Italia ed abbia avuto un’evoluzione simile, anche se con proporzioni diverse, quello l’emigrazione italiana all’estero. “E’ interessante anche il dato – ha rilevato De Vita – che il numero della popolazione residente in Italia  non in possesso della cittadinanza italiana, sia pari a circa due terzi della popolazione italiana residente all’estero”. Dopo aver ricordato che la storia dell’emigrazione italiana all’estero ha avuto momenti drammatici, tragedie sul lavoro ed episodi di discriminazione che hanno coinvolto anche esponenti di spicco delle nostre comunità, De Vita ha rilevato come ancora oggi l’emigrazione italiana rappresenti un’emergenza sia dal punto di vista sociale, con lo spopolamento dei territori, sia dal punto di vista economico, in quanto spesso vanno perse le risorse utilizzate per la formazione dei diplomati e dei laureati che emigrano e che non fanno ritorno in Italia. Per quanto riguarda la presenza delle donne in emigrazione De Vita ha segnalato come il Ministero degli Esteri abbia cercato di valorizzare la componente femminile delle nostre comunità finanziando dei progetti specifici promossi dai Comites, come ad esempio quello sul business al femminile in Usa (Comites San Francisco) o sugli effetti della pandemia da Covid sulle componenti femminili della comunità (Comites di Brisbane). Il Consigliere ha anche rilevato gli sforzi compiuti dai Comites e dagli uffici  consolari per promuovere iniziative di accompagnamento all’insediamento dei nostri connazionali. Attività che spiegano ai nuovi arrivati, ad esempio attraverso sportelli infornativi,  i problemi relativi al lavoro e alla casa di un paese che non conoscono.

“I cittadini italiani che oggi si trovano all’estero – ha segnalato  De Vita –  rappresentano per entità numerica la  seconda regione italiana, ma dieci anni fa erano meno della meta di quelli di oggi. Questo dato fa riflettere sulla nostra capacità di interagire con queste comunità, non soltanto dal punto di vista della fornitura dei servizi, ma anche per quanto concerne l’opportunità di utilizzare questo grande potenziale che abbiamo per un vantaggio comune delle comunità all’estero e dell’Italia”.  Per il Consigliere dal dibattito sono emersi tre punti su cui riflettere: innanzi tutto il ruolo delle interpretazioni storiche nella percezione dei fenomeni sociali da parte della popolazione. Un secondo elemento è che le emigrazioni di massa della storia moderna hanno tutte caratteristiche comparabili. Il terzo elemento è che l’emigrazione è un fenomeno di mobilità. Una mobilità che è tipica dell’essere umano e della storia dell’umanità. Quindi le migrazioni sono un fenomeno normale e non emergenziale. “Io spero – ha continuato De Vita – che riflessioni come queste possano uscire dalla dimensione accademica e scientifica e possano calarsi sempre di più nelle varie articolazioni della società a partire dalle scuole. Noi costatiamo che la storia dell’emigrazione italiana è sconosciuta alla grande maggioranza dell’opinione pubblica che la vede questo fenomeno attraverso stereotipi. Ma le comunità italiane sono altro, e la storia rileva che c’è una ricchezza che si è distribuita nel mondo e che vale la pena di conoscere. Noi abbiamo promosso – ha infine ricordato De Vita – un particolare segmento del turismo che si chiama turismo delle radici, Interessa di è cresciuto all’estero e vuole tornare in Italia per conoscere i luoghi degli antenati. Io credo che questa sia un’occasione unica per il nostro Paese per iniziare a promuovere una conoscenza fra comunità. Questo vuol dire, non soltanto opportunità per territori italiani che sono caratterizzati da dati economici problematici, ma soprattutto si può avere l’occasione di conoscere queste comunità e queste persone e vedere come avviare delle iniziative congiunte,  ovviamente sulla base di una reciproca convenienza”. (Inform)

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