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INFORMAZIONI DEL GIORNO – NEWS PER GLI ITALIANI ALL'ESTERO

Presentato al Senato il libro della Fondazione Migrantes sui connazionali in Australia: “88 Giorni nelle Farm Australiane: un moderno rito di passaggio”

ITALIANI ALL’ESTERO

 

Vignali (Maeci – Dgit) La migrazione dei nostri giovani verso una terra lontana come l’Australia è una prova di coraggio, di determinazione e d’impegno

Giovanni De Robertis (Migrantes): Nel momento in cui l’attenzione è posta soprattutto sull’arrivo dei migranti si dimenticano le partenze dall’Italia, che sono invece molto consistenti: in ogni caso è bene ricordare che il migrante è anzitutto una persona

 

ROMA – E’ stato presentato, al Palazzo Aquiro del Senato della Repubblica, il volume “88 Giorni nelle Farm Australiane: un moderno rito di passaggio”, di Michele Grigoletti e Giuseppe Casarotto: il libro segue l’omonimo cortometraggio di Matteo Maffesanti del 2016 vincitore del 2017 NSW Premier’s Multicultural Media Awards.  La ricerca del gruppo di studiosi “Australia Solo Andata” è stata pubblicata dalla Fondazione Migrantes, Organismo Pastorale della Cei, patrocinata dal Comites NSW ed edita dalla Tau Editrice. Ha introdotto e moderato Isabella Liberatori dell’Agenzia 9 Colonne. E’ intervenuto alla presentazione del volume il Direttore Generale del Maeci per gli Italiani all’Estero e le Politiche Migratorie, Luigi Maria Vignali, che ne ha altresì realizzato la prefazione, evidenziando come il presente lavoro s’inserisca in piena continuità nel percorso intrapreso tre anni fa con “Giovani italiani in Australia”.

Nel corso del dibattito Direttore Generale Vignali ha sottolineato il concetto di consapevolezza del fenomeno della nuova mobilità come appunto quella nelle farm australiane. “C’è da un lato poca attenzione ai giovani, mentre d’altra parte si continua ad ascoltare la retorica della fuga dei cervelli che ha un po’ invaso il tema della nuova migrazione dei nostri giovani. Qui però c’è ben altro: c’è la voglia di trovare se stessi e la voglia di cambiare, forse una necessità di mostrare di che pasta si è fatti. La migrazione verso una terra lontana come l’Australia è una prova di coraggio, di determinazione e d’impegno analogamente a quanto fanno anche altri giovani europei”, ha affermato Vignali evidenziando come “nostalgia e riscatto”, caratterizzino gran parte della storia della nostra emigrazione. “Di fronte a questo fenomeno fatto di giovani bisogna provare a immaginare le risposte di questo Paese e delle sue istituzioni; per esempio andrebbe rinforzato lo strumento del visto vacanze-lavoro in Australia prevedendo anche la possibilità di ulteriori rinnovi e ampliando gli ambiti geografici: stiamo negoziando con il Canada, più in là lo faremo con la Nuova Zelanda.

C’è una forza di aggregazione e di comunità molto forte tra questi giovani all’estero: la nostra rete tenga conto di questo e cerchi un dialogo con loro, non facendoli sentire dispersi e anzi mettendoli maggiormente in comunicazione con l’associazionismo italiano”, ha aggiunto Vignali.

 

Francesco Giacobbe, Senatore eletto per il Pd nella ripartizione Africa, Asia, Oceania, Antartide, ha ricordato di essere arrivato in Australia nell’ormai lontano 1984. “Oggi i nostri connazionali all’estero sono oltre il 10% dell’intera popolazione italiana e rappresenterebbero una delle prime regioni d’Italia. In passato si emigrava in modo permanente alla ricerca di mestieri manuali; oggi è privilegiata la ricerca di lavori specializzati, per lo più con una residenza temporanea. Il fatto di muoversi spesso da un posto all’altro comporta problemi nella copertura previdenziale, negli adempimenti fiscali, nell’accesso a diritti e servizi: per esempio in Italia la concessione del reddito di cittadinanza è soggetto a due anni di residenza nel territorio nazionale. C’è poi la questione del riconoscimento delle qualifiche professionali e dei visti a lungo termine: insomma, occorre una maggiore reciprocità tra gli Stati. Il movimento di persone tra Paesi è una realtà del mondo moderno che nessuno può fermare; spetta ai legislatori occuparsene mettendo al centro il rispetto della persona”, ha proseguito Giacobbe parlando di questa pubblicazione che ha definito come una ricerca partecipata e condivisa, con un messaggio positivo sulla mobilità giovanile, realizzata attraverso una metodologia quantitativa e qualitativa. “Nel libro si parla di valori come meritocrazia, integrazione, mondo del lavoro aperto ai giovani: essi vogliono la sicurezza di un lavoro e un’Italia migliore che non li costringa ad andare via”, ha aggiunto Giacobbe.

 

Don Giovanni De Robertis, Direttore Generale della Fondazione Migrantes, ha parlato della mobilità giovanile come di “un tema caro alla Chiesa italiana, nonché allo stesso Papa Francesco, nel momento in cui l’attenzione è posta soprattutto sull’arrivo dei migranti si dimenticano le partenze dall’Italia, che sono invece molto consistenti: in ogni caso è bene ricordare che il migrante è anzitutto una persona”, ha commentato De Robertis. “Le storie dei progetti migratori sono fatte di situazioni belle ma a volte anche di delusioni. C’è un aspetto interessante di questa ricerca ed è nell’immagine dell’Italia a confronto con quella dell’Australia. Per i nostri migranti l’Italia è associata ai concetti di casa, famiglia, cultura e cibo ma allo stesso tempo essa è vecchia, arretrata e paradossalmente chiusa. Dunque ne emerge come l’Australia sia un progetto di opportunità, serenità, meritocrazia e multietnicità. Si parla evidentemente di due Paesi agli antipodi tra loro e non solo geograficamente. Dopo una prolungata permanenza in Australia, però, a volte affiora un senso di solitudine e di emarginazione .. Altre difficoltà sono legate alla lontananza e alla nostalgia nonché allo sfruttamento lavorativo”, ha aggiunto De Robertis.

 

Michele Grigoletti, ricercatore specializzato nello studio della migrazione giovanile italiana in Australia, ha spiegato il fenomeno delle farm evidenziando come il Paese sia molto grande e non ci si debba limitare a considerare, come spesso accade, solo realtà metropolitane quali Sydney o Melbourne: l’Australia è infatti composta da numerosi piccoli paesini di poche migliaia di abitanti. Sono proprio in queste realtà più piccole che i nostri giovani hanno voglia di mettersi in gioco. “Il volume aiuta a capire quali valori siano stati riscoperti da questi ragazzi attraverso l’esperienza del lavoro duro nelle farm australiane”, ha spiegato Grigoletti già co-autore in passato di testi come “Australia solo andata: un secolo di emigrazione nella terra dei sogni” (2012) e “Giovani italiani in Australia: un viaggio da temporaneo a permanente” (2016). “Si parla dello strumento dei visti vacanza-lavoro o Working Holiday: l’Italia è al terzo posto tra i Paesi europei per utilizzo del rinnovo del visto, con una percentuale che sfiora il 25%, dietro solamente a Estonia e Irlanda”, ha aggiunto Grigoletti. Dunque il 25% degli italiani rinnova il visto dopo gli 88 giorni per un periodo di dodici mesi. “Ci sono zone dell’Australia dove già esiste una comunità di vecchia migrazione che s’incontra con la nuova mobilità”, ha concluso Grigoletti a dimostrazione di come il fenomeno migratorio italiano si ponga lungo un continuum tra passato e presente.

 

Giuseppe Casarotto, sociologo e psicoterapeuta,  ha raccontato come spesso abbia ascoltato dai ragazzi in Italia la mancanza di passione o di idee per il futuro, mentre in queste testimonianze dall’Australia si trovino voglia di vivere e di mettersi in gioco. “Spesso si tratta degli stessi ragazzi che qui avevano poche risorse e motivazione e lì invece stanno ore sotto al sole nelle farm. In Italia trascorrevano lunghi mesi ed anni a fare stage malpagati; lì acquisiscono una nuova consapevolezza e scoprono di valere molto di più. Mi piace definire questi giovani come delle Ferrari chiuse in garage; l’Australia diventa per loro un’autostrada libera dove esprimere le potenzialità. Certamente non mancano le difficoltà: non c’è più la protezione della famiglia, ossia il sostegno morale ed economico, ma c’è una maggiore libertà nella scelta del lavoro. Spesso è un’occupazione non in linea con il proprio percorso formativo ma in Australia il lavoro nei campi non viene denigrato: lì esiste una dignità del lavoro cosiddetto umile. Casarotto si è poi soffermato sul concetto di rito di passaggio. “E’ quel rito che sancisce il passaggio all’età adulta, per mettere alla prova la determinazione delle persone: esso è venuto meno nella società italiana mentre è ancora presente in molte società. Questo rito viene però riscoperto da chi va a fare esperienze come questi giovani in Australia”.

Anche Riccardo Giumelli, dell’Università di Verona, ha alle spalle un’esperienza di vita fuori dai confini nazionali. “Sono partito tanti anni fa dall’Italia, per tre anni, e poi sono ritornato: quindi la lettura del libro mi ha fatto provare delle emozioni. In Italia si dovrebbe parlare di emigrazione già nelle scuole; confrontandomi con alcuni italiani all’estero ho percepito spesso questa idea di essere considerati come italiani di una serie minore. Molti giovani che emigrano, come quelli che troviamo in questo volume, hanno voluto dare una svolta ad una vita che in Italia era piatta: c’è persino chi ha lasciato il posto fisso per andare in Australia e questo vuol dire che c’è anche dell’altro. Non è quindi solo un problema di lavoro ma di meritocrazia e addirittura di ricerca di una nuova zona di comfort”, ha spiegato Giumelli

Eleonora Camilli, giornalista di Redattore Sociale, ha lamentato come in Italia si parli soprattutto d’immigrazione e non si racconti l’aspetto dell’emigrazione dei giovani italiani. Ha chiuso l’incontro la testimonianza di Simone Cilea, uno dei protagonisti del volume, ossia un trentenne di Roma che ha trascorso quattrocento giorni alla Bothkamp Farm di Kununurra. “Piegato sui campi con 45 gradi di temperatura e quasi l’80% di umidità, avevo un forte senso di appartenenza all’Italia e una voglia di dimostrare che l’Italia è forte. Ho lavorato anche con 40 di febbre pur di non buttare via il raccolto. L’esperienza della farm è un rito importante: un rito non solo moderno ma direi necessario. Ho appreso un modello di vita opposto a quello che ho sempre avuto qui in Italia: come manager andavo a dormire alle 4 del mattino e lì invece a quell’ora mi svegliavo per lavorare nella farm. Di fronte a prove come quella della farm non pensi mai di alzare l’asticella delle tue prestazioni, bensì che l’asticella non esista proprio”, ha affermato Cilea. (Simone Sperduto/Inform)

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