IMMIGRAZIONE
Il quadro numerico di una realtà ormai strutturata nel nostro Paese – 5.014.437 gli stranieri residenti, l’8,2% della popolazione. La crescita delle presenze (90mila in più rispetto al 2014, +1,9%) dimostra il calo di attrattività subito in questi anni di crisi, sorte condivisa con la Spagna (-4,8%), anche se restiamo tra gli 11 Paesi al mondo con il più alto numero di migranti (primo posto agli Stati Uniti, 11ma l’Italia). Stabilità, staticità e stagnazione della presenza le caratteristiche segnalate
Nel corso della presentazione sono intervenuti anche mons. Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes, mons. Nunzio Galantino, segretario generale della Conferenza episcopale italiana e don Francesco Soddu, direttore della Caritas italiana. Focus sui minori stranieri: oltre 1 milione in Italia, il 21% della popolazione immigrata, 800 mila nelle scuole e 12 mila i non accompagnati
Il presidente dell’Anci, Piero Fassino: “L’integrazione necessaria, visto il carattere strutturale dell’immigrazione, è il frutto di politiche attive e non di spontaneità. Il modello italiano lega la dimensione delle pari opportunità al rispetto dell’identità”
ROMA – Compie 25 anni il Rapporto Immigrazione di Caritas e Migrantes, approfondimento e riflessione sul fenomeno migratorio in Italia, che ne ha seguito gli sviluppi da quando il nostro Paese si scopriva meta di un numero in crescita di immigrati e fino ad oggi, in cui la loro presenza ha superato i 5 milioni (nel 2015 sono 5.014.437, l’8,2% della popolazione residente).
Ancora una volta emerge il quadro numerico di una realtà strutturata, più volte evidenziato in questi anni per superare l’immagine stereotipata dell’emergenza o mediaticamente viziata dell’ “invasione”, retorica che resiste nonostante gli anni di crisi abbiano reso l’Italia sempre meno attraente: così come sottolineato questa mattina nel corso della presentazione del Rapporto alla Domus Mariae di Roma da mons. Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes, il saldo delle presenza registrate, positivo di circa 90 mila unità rispetto al 2014, configura una percentuale di incremento dell’1,9% che non giustifica in alcun modo l’allarmismo. A risultare più grave, anche alla luce delle risultanze emerse in questi 25 anni, è l’incapacità di superare l’ottica emergenziale, alimentata da ultimo dalla crisi siriana, dall’affacciarsi in Europa di profughi e richiedenti asilo e della paura del terrorismo.
A rimarcare lo “sguardo non banale né pregiudiziale” sull’immigrazione proprio del Rapporto è stato il coordinatore dei lavori Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, che ha segnalato “ricchezze e difficoltà sempre legate all’incontro di uomini”, difficoltà spesso ingigantite però, a suo avviso, da “una politica irresponsabile” e dall’assenza di una visione che consideri complessità e verità del fenomeno, data dai numeri ma anche dal “volto delle persone coinvolte” che il Rapporto non dimentica. Allo stesso modo mons. Perego ha rilevato la necessità di una lettura attenta dei dati, “perché troppo spesso ci si affida alla percezione” – e i sondaggi sulla percezione che i cittadini italiani hanno della percentuale di presenza straniera in Italia registrano una sovrastima triplicata del numero reale – e si diffondono “falsificazioni che non giovano alle politiche delle migrazioni”. Il direttore generale rileva poi come l’edizione di quest’anno riproponga la scommessa sulla “cultura dell’incontro”, “perché ogni chiusura, ogni esclusione indebolisce la vita delle città e della chiesa” ed evidenzia come l’integrazione sia “l’unica strada” e “un processo biunivoco”, in assenza del quale “si alimenta la violenza e non si prepara un futuro alle giovani generazioni dell’Italia e dell’Europa”. Mons. Nunzio Galantino, segretario generale della Conferenza episcopale italiana, si è soffermato sull’importanza del linguaggio utilizzato per rappresentare il fenomeno migratorio, segnalando come i recenti fatti di Dacca rischino di alimentare “l’equazione degli imprenditori della paura: immigrazione uguale terrorismo”, facili sentenze come l’accostamento della stessa all’impoverimento e smentito da ultimo – ricorda – dal Fondo monetario internazionale che ha rilevato come l’immigrazione sia un fattore economicamente importante e di cui abbiamo bisogno. “Le politiche migratorie sono invece falsate da una lettura economicistica errata, ossia sul fatto che si accusa l’immigrato di rubare il lavoro – afferma mons. Galantino, ricordando poi come il fondamentalismo e la lettura integralista dell’Islam impediscano l’incontro e come ad essa si rischi di contrapporre “una lettura altrettanto integralista o ideologica del Vangelo”. “L’immigrazione ci costringe a guardare la storia dal punto di vista di chi non ce la fa, dei profughi impauriti, volti e storie – prosegue il segretario generale della Cei – che dovremmo almeno cercare di immaginare, tenendo presente che il percorso migratorio è solo un aspetto della vita di queste persone e della loro volontà di ricongiungersi alle proprie radici, proprio come è avvenuto e avviene per tanti italiani emigrati all’estero”. Per mons. Galantino resta possibile un’alternativa allo scontro ideologico, ma “non è la strada che sta percorrendo negli ultimi tempi questa nostra vecchia Europa”. Egli sollecita in particolare coloro che invocano la costruzione di un’Europa dei valori di impegnarsi concretamente a dare vita ad un’Unione diversa, che non sia “costruita su supremazie ma sul rispetto di tutti gli Stati membri” e di modificare “uno sguardo miope che alimenta la cultura dello scontro a scapito dell’Europa dell’incontro e della solidarietà”.
Ad illustrare i principali dati contenuti nel Rapporto è Oliviero Forti, dell’Ufficio Immigrazione della Caritas italiana, che ha ribadito il carattere strutturale della presenza straniera in Italia, cresciuta senz’altro meno impetuosamente degli anni scorsi e soprattutto per nuove nascite, dal momento che “non vi sono oggi canali di ingresso regolari in Italia”. Egli ha rimarcato come il numero dei migranti sia notevolmente cresciuto negli ultimi anni anche a livello globale – da 173 milioni nel 2000 a 243 milioni nel 2015, +41%, – residenti in Europa in primo luogo (35 milioni, il 31%), Asia (30,8%) e Nord America (22%, il Paese con il più alto numero di migranti sono gli Stati Uniti; il primo Paese europeo – e secondo al mondo – è la Germania, seguita da Russia, Arabia Saudita e Regno Unito; l’Italia è all’undicesimo posto, dopo la Spagna). Forti segnala come Italia e Spagna abbiano perso negli anni della crisi molta della loro capacità attrattiva, subendo un rallentamento importante dei flussi (la Spagna una diminuzione del 4,8%). Segnale negativo anche per la Grecia (-3,9%) Paese che ha registrato l’emigrazione di oltre 800 mila cittadini nel 2015.
Il totale delle rimesse – il denaro che gli immigrati inviano nei loro Paesi di origine – è quantificato nel 2015 in 432 miliardi di dollari, cresciute nell’ultimo anno con il tasso più basso dall’inizio della crisi (+0,4%). Dall’Italia le rimesse inviate all’estero sono 5,3 miliardi di euro, in calo dl 3,1% rispetto all’anno precedente, sia per la crisi che per “l’effetto tempo”, ossia il fatto che il flusso di denaro inviato diminuisce con l’aumentare della permanenza in Italia, poiché mutano gli stili di vita per una prospettiva di presenza di più lungo periodo (la formazione o il ricongiungimento delle famiglie, l’acquisto di abitazioni, etc.). Al 1° gennaio 2015 risultavano concessi nel nostro Paese 3.929.916 permessi di soggiorno, il 42,8% dei quali di lungo periodo. I Paesi più rappresentanti sono Romania, Albania, Marocco, Cina, Ucraina, Filippine, ma vi sono in tutto 198 nazionalità diverse. 129.887 le nuove cittadinanze attribuite, il 46% delle quali per residenza, il 14% per matrimonio.
Ancora molto segmentato il mercato del lavoro – rileva Forti – con 2.360 mila lavoratori stranieri, maggiormente rappresentati nei lavori con qualifiche più basse e con un differenziale salariale di 965 euro contro i 1357 euro dei lavoratori italiani. Richiamato anche il dato preoccupante dei working poor, lavoratori che hanno una retribuzione inferiore ai 2/3 del salario medio calcolato su base oraria e sono soprattutto donne immigrate. Un capitolo è dedicato anche al numero dei detenuti stranieri nella carceri italiane: 17.340, un terzo dei detenuti, un dato che, nonostante il calo del 4% rispetto all’anno precedente, rivela come essi siano sovrarappresentati tra la popolazione carceraria. I reati maggiormente loro ascritti sono furto, spaccio, lesioni e reati connessi all’immigrazione. Solo 95 i detenuti stranieri al 41 bis – per reati di stampo mafioso, – su un totale di 6.887.
In definitiva, sono tre i fattori che emergono in questa XXV edizione del Rapporto: la stabilità della presenza straniera in Italia – numeri sostanzialmente invariati, lungosoggiornanti, nuove cittadinanze e crescita del numero degli studenti stranieri nelle scuole italiane; la sua staticità – non vi sono quote di ingresso, si attende ancora la riforma delle legge sulla cittadinanza e non c’è un piano di integrazione; la stagnazione dovuta ad alcune criticità non risolte, come dimostrano i dati del mondo del lavoro, lo sfruttamento, la presenza nelle carceri, etc.. Il suggerimento di Forti verte anche sull’elaborazione di un piano europeo per l’integrazione, che potrebbe contribuire a sanare le disuguaglianze nelle condizioni degli stranieri presenti nei diversi Paesi membri.
Un capitolo è anche dedicato alla presenza di minori stranieri in Italia e nelle scuole in particolare. Ad illustrarlo la stessa curatrice, Elena Besozzi, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi dell’Università cattolica del Sacro Cuore di Milano, che si sofferma sulla “visibilità ed eterogeneità” di tale presenza. I minori stranieri sono nel 2015 1.085.000, il 21,6% della popolazione straniera (erano 51 mila nel 1991). “L’emergenza di oggi – segnala Besozzi – sono i minori stranieri non accompagnati, quantificati in 12 mila al 31 dicembre 2015, ma già cresciuti in questi primi mesi del 2016 di decine di migliaia di unità, una questione non solo italiana, ma europea, perché essi non hanno sostegno, né punti di riferimento”. Gli alunni stranieri nelle scuole italiane sono 814 mila, il 9,2% della popolazione scolastica (erano 360 mila 10 anni fa, il 4%). 445 mila, cioè il 55%, sono nati in Italia da genitori stranieri ed evidenziano problematiche differenti da coloro che sono arrivati dall’estero ed hanno in prima battuta problematiche legate all’apprendimento linguistico. Nel capitolo si considera la complessità di questa presenza, le loro differenti problematiche, connesse spesso a contesti familiari più fragili e a rischio di dispersione scolastica o difficoltà di inserimento lavorativo. Sono inoltre maggiormente spinti a percorsi di formazioni professionale che precludono spesso sviluppi professionali maggiormente qualificati. Enzo Pace, invece, docente di Sociologia della religione all’Università di Padova, segnala come il Rapporto abbia descritto il percorso compiuto in questi anni di dialogo tra differenti culture e religioni nel nostro Paese, un dialogo che è divenuto un “esperimento collettivo, sociale e culturale”, con investimenti e il coinvolgimento delle realtà locali in “occasioni di incontro concreto che hanno consentito al Paese di reggere sino ad oggi” l’urto della crisi e delle tensioni allargate del terrorismo internazionale. Si sofferma sull’importanza della cultura dell’incontro, tema scelto quest’anno per l’impostazione del Rapporto, mons. Guerino Di Tora, presidente della Fondazione Migrantes, che segnala l’attenzione all’altro che ne è alla base, ricordando come il migrante non sia solo un lavoratore, ma persona e componente di una famiglia che va tutelata in quanto nucleo della società. Per il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, interviene Rosa De Pasquale, che sottolinea l’impegno del Miur per l’inclusione scolastica e l’integrazione degli stranieri, senza dimenticare le diverse esigenze delle seconde generazioni che vanno ugualmente accompagnate in un percorso di protagonismo. “Gli alunni stranieri sono diventati una realtà strutturale della nostra scuola, modificandone il paesaggio culturale e sociale; inizialmente possono aver creato uno spaesamento e posto questioni nuove cui abbiamo cercato e cerchiamo costantemente e quotidianamente di rispondere – afferma De Pasquale, richiamando anche l’Osservatorio sull’integrazione degli alunni stranieri attivato nel 2014 e che sarà chiamato ad un rinnovato impegno sui temi dell’inclusione e della interculturalità. Sulle esperienze di accoglienza dei territori si sono soffermati don Gianni De Robertis, direttore regionale della Migrantes Puglia e don Giovanni Perini, delegato regionale di Piemonte e Valle D’Aosta, che non hanno nascosto criticità riscontrate per la paura del diverso, anche all’interno delle comunità parrocchiali. Don Perini in particolare ha richiamato la “necessità di una conversione a livello umano” per riconoscere nello straniero un nostro fratello e riflettere su come i drammi vissuti, a monte della fuga, siano dovuti agli effetti di “un colonialismo politico che è diventato culturale ed economico” ed chiama in causa dunque anche le nostre società.
Il presidente dell’Anci, Piero Fassino, già sindaco di Torino, ha ricordato come “dolore, sofferenza e contraddizioni si verifichino in tutti le vicende connesse all’emigrazione”, e come “l’istinto, di fronte a ciò che non conosciamo, sia quello di mettere le mani avanti”. “L’integrazione che noi auspichiamo, visto il carattere strutturale dell’immigrazione anche oggi richiamato, è perciò frutto di politiche attive e non di spontaneità. Non basta dire che siamo tutti figli di Dio, anche se è vero – prosegue Fassino, – ma occorre impegnarsi a costruire conoscenze, relazioni, formazione, perché solo politiche attive possono aiutare a superare il conflitto”. Il presidente ricorda poi come il modello di integrazione italiano sia diverso dall’assimilazionsimo, perchè tiene alla dimensione delle pari opportunità così come alla salvaguardia dell’identità e debba tendere a generare il riconoscimento dell’identità di tutti. Si tratta di un riconoscimento che chiama in causa la politica, a suo dire, e non può essere demandato unicamente all’esito di una possibile prospettiva di ripresa economica. Egli rimarca inoltre le potenzialità di “un approccio diffuso all’immigrazione”, che può essere replicato con successo anche nella gestione dell’emergenza rifugiati. “La diffusione sul territorio di collettività straniere può favorire le possibilità di relazione e di conoscenza – conclude Fassino, sottolineando come molto abbiano fatto gli enti locali in tale percorso.
Per il Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo interviene Paolo Masini, che segnala tra le attività promosse dal Mibact il progetto “Migrarti” per la valorizzazione delle opportunità culturali legate all’immigrazione: attraverso il bando sono stati finanziati 46 progetti artistici – ma oltre 1000 sono stati quelli presentati – legati al territorio e che hanno coinvolto 5000 realtà associative, un’esperienza che annuncia verrà riproposta l’anno prossimo.
Le conclusioni sono state affidate a don Francesco Soddu, direttore della Caritas italiana, che ha rimarcato come sia “sempre una sfida raccontare quanto la nostra realtà sia multiculturale, molto di più di quanto si pensi”. Per evitare che si debba “ripartire sempre da capo”, egli sollecita un “cambio di prospettiva” a partire da una maggiore conoscenza della realtà e grazie ad un intervento della politica che potrebbe concretizzarsi – suggerisce don Soddu – a partire dall’approvazione della normativa sulla cittadinanza, ferma al Senato, e con il diritto di voto amministrativo agli stranieri che risiedono nelle nostre città. Sollecita inoltre azioni per il superamento delle disuguaglianze economiche e sociali evidenziate nel Rapporto e “l’attuazione del principio di solidarietà, inscritto nella nostra Costituzione, in Italia ed in Europa”. “L’integrazione avviene solo se tutta la società contribuisce a questo processo; l’intercultura non è folklore ma un’istanza politica la cui costruzione è nelle mani di tutti noi. Non basta convivere nella società – conclude, – occorre costruirla”. (Viviana Pansa – Inform)