INTERNAZIONALIZZAZIONE
L’iniziativa promossa dal Comitato per gli italiani nel mondo e la promozione del Sistema Paese di Montecitorio in collaborazione con Assocamerestero per far conoscere buone pratiche già realizzate in ambito internazionale a sostegno di nuovi percorsi di proiezione estera di imprese e sistema economico italiano.
Il presidente Fabio Porta: “Nostra finalità formulare indicazioni e proposte a Parlamento e Governo per migliorare la capacità competitiva del nostro sistema” e “aiutare la classe dirigente e l’opinione pubblica del nostro Paese a rendersi concretamente conto delle opportunità che esistono nella vasta e articolata rete di riferimenti che la diaspora italiana ha costruito nel mondo”
Tra gli interventi quello del sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova e dei parlamentari Pd eletti nella circoscrizione Estero Francesco Giacobbe e Marco Fedi (Pd, ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide), Laura Garavini (Europa) e Francesca La Marca (America settentrionale e centrale). Le conclusioni affidate al vice ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali, Andrea Olivero
ROMA – Si è svolto questa mattina nella Sala della Commissione Attività Produttive della Camera dei Deputati il convegno “La rete delle comunità d’affari italiane all’estero per una nuova internazionalizzazione”, iniziativa promossa dal Comitato per gli italiani nel mondo e la promozione del Sistema Paese di Montecitorio in collaborazione con Assocamerestero – l’Associazione delle Camere di commercio italiane all’estero – per valorizzare le buone pratiche già poste in essere su questo fronte e a cui concorre anche l’ente camerale. La struttura riesce infatti a garantire una diretta conoscenza del territorio, necessaria all’avviamento di un’attività, e a stabilire una rete di contatti utili a intercettare le opportunità di investimento sia in Italia che all’estero. Una potenzialità riconosciuta dal Comitato organizzatore, come sottolineato dal presidente Fabio Porta (Pd, ripartizione America meridionale), segnalando come il dialogo intrapreso in proposito sia dovuto proprio al “riconoscimento delle Ccie quali efficaci strumenti di penetrazione economica nei mercati esteri”. L’obiettivo è quello di valorizzare il ruolo delle comunità d’affari che ruotano intorno a tali strutture camerali, offrendo uno spaccato di esperienze virtuose già maturate così da arricchire di indicazioni e suggerimenti operativi il compito svolto dal Comitato. “Vorrei chiarire – precisa Porta – che non intendiamo prefigurare una nuova sede di indirizzo e di coordinamento delle politiche di internazionalizzazione, che sono già incardinate nelle sedi istituzionali proprie e che, comunque, da questo Governo hanno ricevuto un’attenzione importante, tradottasi in impegni finanziari significativi”. La finalità è invece quella – ribadisce – “di formulare indicazioni e proposte nei confronti del Parlamento e degli organi di Governo per migliorare la capacità competitiva del nostro sistema” e “aiutare la classe dirigente e l’opinione pubblica del nostro Paese a rendersi concretamente conto delle opportunità che esistono obiettivamente nella vasta e articolata rete di riferimenti che la diaspora italiana ha costruito nel mondo, ad iniziare dalle realtà che hanno trainato la storia del secolo passato e da alcune di quelle che stanno disegnando il futuro della società internazionale”. Il presidente parla poi di “un indiscutibile ritardo da colmare” per quanto attiene la valorizzazione di questa diaspora, esigenza tanto più forte visto l’impulso che occorre dare oggi alla ripresa economica e da cogliere proprio ora che “il quadro complessivo delle politiche di internazionalizzazione sta positivamente cambiando per la decisione del Governo di destinare risorse importanti al loro sostegno e per una maggiore responsabilizzazione delle nostre ambasciate e dell’Ice nell’individuare situazioni in cui gli interventi possano rivelarsi più efficaci e produttivi”. Per Porta di tratta di un percorso positivo “a condizione – ammonisce – che l’impegno politico e finanziario in tale direzione sia costante anche negli anni a venire e che il quadro degli strumenti e delle modalità di intervento si arricchisca e articoli con riferimento ai diversi soggetti che hanno dimostrato sul campo di poter dare un concreto contributo al coinvolgimento delle forze che possono sostenere la proiezione dei nostri interessi nel mercato globale e lo scouting dei possibili investitori in ambito nazionale”. Si ricorda come l’Italia sia “il secondo Paese manifatturiero d’Europa e la nona potenza esportatrice nel mondo” e come tale successo si sia rivelato sempre più essenziale in questi anni di crisi. Ora, con l’inasprirsi della competizione globale, occorre però “coniugare linee innovative con la nostra storia e intercettare nuove tendenze di consumo e nuove opportunità di crescita per le nostre produzioni tradizionali, a partire dal made in Italy che si dimostra un richiamo forte per un crescente pubblico di italici e di coloro che amano lo stile italiano”. “Nella nuova globalizzazione – insiste Porta – un ruolo centrale può essere svolto dalle comunità di persone e di affari che, con le loro reti di relazioni, il radicamento nei contesti locali-esteri, il ruolo in istituzioni e territori di altre nazioni possono rappresentare un fattore propulsivo per una diversa politica di promozione dll’Italia nel mondo, che affianchi ed integri quella più tradizionale dell’immagine-paese, più direttamente basata su riferimenti nazionali”; una politica diversa da quella dell’approccio “uni-direzionale o gerarchico”, ma che sappia invece coniugarsi con il network di “persone e business communities che caratterizzano la presenza italiana nel mondo”. Per questo “insistiamo sulle potenzialità che le Ccie hanno in questa rinnovata prospettiva, per il fatto – conclude Porta – di aggregare le comunità di affari italiane e locali che guardano all’Italia e di essere già da tempo organizzate come una rete non solo bilaterale, ma sempre più multilaterale, anche attraverso l’azione di supporto e orientamento di Assocamerestero”.
Di seguito l’intervento del sottosegretario agli Affari Esteri Benedetto Della Vedova, che si è soffermato prima sull’esito del referendum relativo all’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, chiarendo come, a suo giudizio, sia stato un errore avviare il processo che ha portato alla consultazione di ieri. Condivise le parole del premier inglese David Cameron sul fatto che uscire dall’Unione, così come vuole la maggioranza dei votanti, comporterà più povertà, più insicurezza e il rischio irrilevanza in un contesto geopolitico profondamente mutato in termini economici e demografici. Della Vedova si conferma dunque un europeista convinto e crede che sia necessario modificare l’Unione dall’interno, per le tante criticità emerse. “Rispetto a questo mondo che cambia l’impegno del Governo è anche quello di lavorare per l’internazionalizzazione e lo stiamo facendo con un’efficacia ed una progettualità che prima non si erano viste – segnala il sottosegretario, richiamando tra gli interventi messi in campo la cabina di regia con il Ministero dello Sviluppo economico o i road show in corso in Italia per far conoscere in particolare alle piccole e medie imprese i servizi predisposti allo scopo, come il temporary manager export, un consulente previsto per sostenere l’azienda in un percorso di internazionalizzazione. Parla di circa 50 mila pmi italiane che potrebbero cogliere le opportunità offerte dalla globalizzazione ma le cui dimensioni hanno impedito sino ad oggi di intraprendere tale percorso. “I risultati non sono immediati, ma, proprio come l’Europa – conclude Della Vedova, – si tratta di un tema decisivo per il futuro del nostro Paese, a cui il Governo sta lavorando con impegno e risorse”.
Per Assocamerestero interviene il vice presidente, Federico Donato, che ribadisce il ruolo di tali strutture, e le virtù che ad esse derivano dal loro radicamento nel territorio. “Non siamo qui per chiedere finanziamenti, ma il riconoscimento di tale ruolo – spiega Donato, precisando poi come si tratti di un sistema che sostanzialmente si autofinanzia, attraverso i servizi alle imprese (il 70% del fatturato) e le quote dei soci (che rappresentano il 20%). Il contributo pubblico si limita dunque al 10% delle risorse del sistema, che ha compiuto in questi ultimi anni – segnala il vice presidente – anche un notevole sforzo di autoriforma. “Le Ccie costituiscono il terminale ultimo che sul territorio traduce le politiche in azioni locali e lo facciamo – aggiunge Donato – non in contrapposizione con gli altri soggetti. Concorriamo ad attrarre investimenti e ad un’azione di promozione dell’internazionalizzazione che può diventare sempre più forte”.
Coordinati dal segretario generale di Assocamerestero, Gaetano Fausto Esposito, sono intervenuti imprenditori o rappresentanti di aziende che hanno illustrato l’attività svolta, in particolare la crescita esponenziale – in termini di innovazione e giro d’affari – determinatasi dalla proiezione in contesti internazionali. Si tratta soprattutto di aziende italiane, talvolta anche molto piccole, ma molto innovative, che sono riuscite a calamitare l’attenzione di partner stranieri che hanno investito su di esse, incrementando la produzione e mantenendo una o più basi produttive in Italia. In questo modo l’investimento ha giovato non solo alla produzione nella Penisola, generando ulteriori processi di innovazione e ricerca, ma anche – rileva Esposito – allo sviluppo dei territori.
Per l’Investissement Quebec – agenzia che si occupa di attrazione degli investimenti in Canada – è intervenuto Louis Roquet, che ha anche sottolineato come i due Paesi abbiano un tessuto produttivo fatto principalmente di Pmi e come il Canada sia orientato a stimolare investimenti europei, perché più vincolati a stabilire una base in loco; per la Compugroup Medical Italia Spa – settore dell’informatizzazione medica, – l’intervento di Rino Moraglia, che ha illustrato l’attività dell’azienda e la sua esperienza; per la Fresenius Medical Care (Germania), Emanuele Gatti, che ha rimarcato il ruolo delle Ccie per l’attrazione degli investimenti in Italia; per Philips Morris, Nicolas Fogolin, che ne ha invece richiamato l’importanza anche per l’indicazione di soggetti istituzionali coinvolti nell’articolazione di contesti regolatori; Pierluigi Petrone è intervenuto per la Petrone Group (Singapore) – settore farmaceutico; Gianluca Renzini per Allfunds Bank – settore assicurativo e bancario, soffermandosi sulla necessità di intervenire in Italia per una normativa più semplice, una fiscalità più limitata, l’eliminazione dei monopoli e una maggiore diffusione della cultura finanziaria e della gestione del risparmio; Gianluca Landolina e Walter Spera per Cellnex (Spagna); Oivind Gustave Stenbold per la Valartis Gourp (Svizzera) – settore finanziario; Paolo Carbone, dell’omonima impresa presente in Brasile, ha illustrato le particolarità di quel mercato, ricordando la grande presenza in esso di oriundi italiani – quantificati in 32 milioni – e il grande appeal esercitato dal nostro Paese, anche in termini di cultura.
A rimarcare gli stretti rapporti tra rete consolare e Ccie è stato Vincenzo De Luca, direttore generale per la Promozione del Sistema Paese del Maeci, che ha ricordato come l’impegno di queste ultime sia indispensabile quando alla semplice esportazione segue un accesso diretto ai mercati, specie per l’ingresso delle pmi. “Per le piccole e medie imprese l’elemento associativo è essenziale e non va dimenticato l’effetto di trascinamento della loro presenza all’estero, effetto che coinvolge altre imprese italiane nello stesso percorso, anche nel lungo periodo – afferma De Luca, riconoscendo l’ambiente di condivisione e di esperienze maturato nelle Ccie e la loro azione di interlocuzione con le autorità locali (su questi temi il direttore generale ha appena svolto un’audizione al Comitato, vedi anche http://comunicazioneinform.it/la-farnesina-per-la-promozione-dellitalia-nel-mondo/). Del loro ruolo di complementarietà alle agenzie istituzionali che si occupano di internazionalizzazione parla anche Francesco Giacobbe (Pd), senatore eletto nella ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide, che sottolinea come tale ruolo debba essere riconosciuto e valorizzato anche in termini di risorse. Sollecitato dal parlamentare inoltre un “necessario coordinamento di risorse finanziarie e istituzionali” nell’ambito dell’internazionalizzazione, a partire da quello tra Maeci e Mise, ma allargato anche a Miur e Mibact, nella consapevolezza che la proiezione economica segue la promozione linguistica e culturale del nostro Paese. “Se riusciremo a realizzare questo coordinamento istituzionale credo che sarà possibile anche un coordinamento di risorse. Dobbiamo fare squadra – conclude Giacobbe – e le Ccie sono parte essenziale di questa squadra”.
La necessità di una politica di promozione orientata nello specifico all’Europa, in cui si dirigono il 60% delle nostre esportazioni nazionali, è stata condivisa dalla deputata Colomba Mongiello (Pd), che rileva anche la crescita del fenomeno di contraffazione di prodotti enogastronomici italiani, su cui occorre vigilare. Marco Fedi, deputato del Pd eletto nella ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide, rileva come sia nata una nuova concezione di internazionalizzazione che tiene insieme economia, innovazione, ricerca e made in Italy con la promozione di lingua e cultura, percorso che definisce “già avviato” e su cui chiede anche alle imprese di fare la loro parte. Si tratta di una concezione che richiede però “un coordinamento politico e istituzionale cui l’amministrazione si sta preparando, ma che non c’è a livello di governo, in cui le deleghe sono frammentate – afferma Fedi, evidenziando anche la necessità di migliorare la capacità di ascolto delle istanze che provengono dal territorio e aggiornare i modelli regolativi, come il sistema degli accordi bilaterali in campo fiscale, e coinvolgere i giovani in questo nuovo paradigma di presenza nel mondo. Anche Laura Garavini (Pd, ripartizione Europa) sottolinea l’importanza della rete camerale, ben inserita sul territorio, dotata di risorse umane, conoscitrice dell’Italia e del tessuto economico della comunità locale. “Si tratta – dice – di un valore aggiunto che può fare la differenza in un contesto come quello attuale in cui la globalizzazione è la normalità”. Nonostante le buone performance del nostro Paese, Garavini sottolinea il distacco ancora presente con realtà europee più dinamiche come quella tedesca e invita le Ccie a mettere a frutto il loro potenziale per l’attrazione di investimenti in Italia, oggi più credibile – sottolinea – per le riforme che sono state fatte. Tali investimenti per l’esponente democratica potrebbero giovare anche all’occupazione dei giovani italiani, considerando l’alta capacità formativa del nostro sistema scolastico. “Da parte nostra c’è l’impegno di mantenere e incrementare, ove possibile, gli impegni assunti – afferma Garavini, che invita le Ccie a continuare insieme il lavoro di sinergia. Sulla necessità di fare sistema insiste anche Francesca La Marca (Pd, ripartizione America settentrionale e centrale), che ricorda come il successo della diaspora sia dovuto alla grande capacità degli italiani di “rimboccarsi le maniche individualmente”. “Oggi le cose stanno cambiando – afferma, segnalando come i giovani italiani e italo-canadesi potrebbero essere coinvolti in esperienze in aziende nei due Paesi, per migliorare le loro competenze, e suggerendo l’organizzazione in Canada di un incontro per illustrare le opportunità di investimento in Italia. Matteo Lazzarini, rappresentante dei segretari generali delle Ccie, rileva come esse potrebbero contribuire a promuovere la partecipazione e l’assegnazione di progetti europei ad aziende del Sud Italia, che oggi sono solo 8% di quelle nazionali, mentre Giuseppe Tripoli, segretario generale di Unioncamere, ribadisce il ruolo delle collettività italiane all’estero e degli italici nella proiezione estera del sistema Paese. Esprime apprezzamento per il lavoro condotto dal Comitato anche Eugenio Marino, responsabile per gli Italiani nel mondo del Pd, che segnala di condividere le preoccupazioni già espresse da Fedi a proposito del coordinamento governativo del settore. “L’internazionalizzazione non è solo business, ma rientra in un più vasto ambito di politica estera, che include, e non secondariamente, settori come la lingua e la cultura. Il made in Italy è anche un gusto, uno stile di vita che sino ad oggi si è affermato anche attraverso il lavoro degli imprenditori, ma in modo spontaneo, mentre ora – aggiunge Marino – avrebbe bisogno di qualcosa di più”. “Il prodotto italiano è anche il racconto che si fa dell’Italia, per questo è necessario che vi sia chi questo racconto continua a farlo – conclude l’esponente democratico, sollecitando a questo proposito una riforma del sistema televisivo che sappia tenere presente, nella programmazione rivolta verso l’estero, i target di collettività, italici e di tutti coloro che sono incuriositi o ammirano il nostro Paese.
L’intervento conclusivo è affidato ad Andrea Olivero, vice ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali, che rileva come la Brexit imponga una riflessione seria sulla globalizzazione, “che abbiamo considerato sino ad oggi un processo inarrestabile e volto a semplificare”. “Di certo oggi qualcosa cambia e il punto centrale per noi è come l’Italia sta in questo mondo globalizzato, che temo si sia compreso sin’ora solo parzialmente – afferma Olivero, evidenziando come vi sia una rappresentazione che lega il nostro Paese a “qualità, valore aggiunto, connessione con una tradizione e i territori” e come sia questa rappresentazione a dover caratterizzare la nostra presenza e identità in un mondo globalizzato. “Se non comprendiamo che su questo tema il nostro è un discorso di qualità, difficilmente faremo passi avanti, così come non ci aiuta la nostra frammentazione, una caratteristica cui cerca invece di rispondere il sistema camerale – prosegue Olivero, che si sofferma sulle strategie di proiezione internazionale delle pmi, strategie che devono fare leva – afferma – sul racconto di cosa è l’Italia. L’obiettivo è agire di concerto per penetrare stabilmente sui mercati grazie alla reputazione acquisita. “Dobbiamo lavorare con grande determinazione e in questa logica costruire quella rete che anche a livello istituzionale non è ancora efficace come dovrebbe – afferma il vice ministro, che si dice certo che “complessivamente abbiamo al nostro interno tutte le risposte per avere successo in questo processo”. Le comunità di affari possono quindi aiutare a sostituire l’export con l’internazionalizzazione, a conoscere i territori, a presentarsi uniti e “fare massa critica”, per articolare una strategia di penetrazione in linea con i valori del made in Italy. Allo stesso modo, come testimonia il successo del settore agro-alimentare, le collettività sono importanti per la costruzione e la trasmissione di quelle idea di cultura e identità italiana che sono “il traino, il biglietto da visita del prodotto italiano”, inteso in tutte le sue declinazioni produttive. Per Olivero è dunque necessario “concentrarci su questo valore aggiunto per fare passi avanti, perchè non si blocchi una buona globalizzazione che è scambio di eccellenze e di saperi – conclude. (Viviana Pansa – Inform)