TUNISIA
Da “PD Cittadini nel mondo”, ottobre 2014
TUNISI – Il risultato favorevole al partito Nida’a Tunis (Appello per la Tunisia) deriva dalla scelta dell’elettorato tunisino di premiare una visione laica della società, che si contrappone direttamente a quella confessionale che il partito En-Nahdha (Rinascita) ha più o meno moderatamente cercato di imporre a partire dalla vittoria alle scorse elezioni per l’Assemblea Costituente del 23 Ottobre 2011.
A seguito di tale affermazione, En-Nahdha aveva ottenuto la maggioranza relativa, che gli ha permesso – appoggiata da due partiti minori, CPR e da Et-Takatol – di formare dei governi di coalizione (Jebali e Laarayedh) fino alla metà del 2013, quando la difficile situazione securitaria del paese ha condotto alla creazione di un governo tecnico/di unità nazionale, guidato da Mehdi Jomaa.
Nida’a Tunis nasce intorno alla metà del 2012, lanciato dal suo leader Beji Caid Es-Sebsi, che aveva occupato il posto di Primo Ministro nel secondo governo transitorio post-rivoluzionario (Febbraio – Dicembre 2011), dopo il primo brevissimo premierato di Mohamed Ghannouchi. Il suo programma politico si pone come continuazione dell’operato di Habib Bouguiba, sulla strada della modernizzazione della società tunisina, nel rispetto della sua identità musulmana.
Punto qualificante del suo programma è la realizzazione di un processo di pacificazione nazionale, per definire le responsabilità del passato regime e definire chi possa partecipare alla vita politica. Tale posizione ha esposto Nida’a Tunis alla critica di essere un rifugio di ex-RCD (il partito di Ben Ali, evoluzione post 7 Novembre 1987 del Neo-Destur bourghibiano) , accusa che sembrerebbe in parte sostenuta dalla presenza nel partito di membri di secondo piano del passato regime.
In realtà – se da un lato l’accusa che viene rivolta è in parte vera – dall’altro è da notare che il partito è stato fondato da personalità del mondo dell’imprenditoria, da sindacalisti, da uomini di sinistra e da indipendenti che avevano già fatto parte del Governo Es-Sebsi.
Nel comitato fondatore sono presenti l’attuale Segretario Generale Taïeb Baccouche, personalità di sinistra e ex-segretario generale del sindacato più importante di Tunisia (UGTT-Union générale tunisienne du travail) già Ministro nel 2011, come Lazhar Akremi (portavoce di Nidaa Tunis), Slim Chaker (discendente da una nota famiglia di Destouriani) e Lazhar Karoui Chebbi. Da segnalare inoltre la presenza di Boujemâa Remili, militante del Partito Comunista Tunisino (divenuto poi Et-Tajdid) e vice segretario del partito Voie démocratique et sociale che è confluito in Nidaa Tunis e di Mohsen Marzouk, militante di sinistra e della Lega dei Diritti Umani.
L’analisi del risultato deve tenere conto di una serie di fattori. La Rivoluzione del 2011 è stata la diretta conseguenza del malcontento covato per decenni da parte delle popolazioni dell’interno e che ha trovato espressione nelle manifestazioni spontanee scoppiate nelle città della costa e che – nel giro di una settimana hanno portato alla caduta di Ben Ali.
La classe politica che ha colto i frutti della rivoluzione ha in gran parte disatteso le aspettative della popolazione. In particolare, En-Nahdha è sembrata più concentrata nello sforzo di riesumare l’identità islamica del paese, messa in secondo piano da trent’anni di Bourghibismo, senza proporre soluzioni adeguate ai problemi di sviluppo dell’interno del paese ed alla mancanza di prospettive per i più giovani. La media borghesia cittadina non sembra avere superato il trauma della Rivoluzione. Malgrado abbia partecipato in massa ai moti, la disillusione che ne è seguita è stata cocente.
Tutti i fattori che seguono hanno influito nell’orientamento dell’elettorato cittadino e borghese verso Nida’a Tounes: la crisi economica e la riduzione del potere d’acquisto, l’insicurezza per l’aumento della microcriminalità, il generalizzarsi del fenomeno del terrorismo interno (numerosi attacchi e vittime nelle forze dell’ordine a Jebel Chaambi/Kasserine, Goubellat – cellule terroristiche neutralizzate nei sobborghi di Tunisi – l’ultimo e giorni fa a Oued Ellil, che ha fatto 7 morti), il tentativo soft d’imporre un modello di vita in contrasto con quello pre-rivoluzionario (es. il ruolo delle donne), la spinta verso l’arabizzazione/islamizzazione della scuola e dell’università, la presenza – tollerata – di imam fondamentalisti nelle moschee e il reclutamento di giovani da parte di sedicenti organizzazioni caritative per partecipare al jihad in Siria.
Da parte sua , En-Nahdha non è risultata credibile nei suoi tentativi di smarcarsi da posizioni islamiste estremistiche. Già dalle prime settimane dopo il suo incarico, l’allora premier nahdhaoui Jebali, aveva – durante un comizio ad Hammamet – annunciato i suoi sforzi per la creazione del quinto Califfato, suscitando vibranti reazioni da parte di quasi tutta la società civile tunisina. In effetti, sembra che la tendenza ad affermare posizioni moderate in pubblico e di fronte ad interlocutori stranieri, venga smentita da dichiarazioni di tutt’altra natura nel momento in cui l’uditorio è di più stretta osservanza nahdaoui.
Dalle passate elezioni, predicatori fondamentalisti si susseguono in Tunisia accolti come eminenti personalità e ci ricordiamo in particolare modo un predicatore che affermava che l’infibulazione era un’operazione estetica a vantaggio delle donne.
Lo scontro tra le due visioni della nuova Tunisia si è reso evidente anche durante la crisi della Facoltà della Manuba e l’occupazione violenta dei salafiti dell’Università per mettere in crisi i fondamenti laici di questa istituzione.
Il tentativo di marginalizzare gli intellettuali, di confinare le donne in un ruolo, di estremizzare i giovani sostituendo la rivendicazione sociale alla rivendicazione politico-identitaria specie nei quartieri meno abbienti, gli atti di violenza e vandalismo contro artisti, intellettuali, giornalisti e politici di sinistra ecc. sono stati il segno inequivocabile di una tendenza al radicalismo più accentuato, nel silenzio dei governanti del momento. Ma che cosa significa un islamismo moderato? Ci sono dei musulmani moderati che aderiscono o meno ad un credo politico senza rinnegare la loro appartenenza culturale o personale ma non esiste un pensiero moderato quando questo è l’espressione autocratica di un’identità che si impone come modello di costruzione politicoidentitaria.
Per concludere non crediamo assolutamente che Nidaa sia l’espressione del conservatismo mentre Ennadha sarebbe l’espressione della moderazione: il giudizio è certamente meno netto e si presta a numerose interpretazioni, anche di segno contrario.
Il vero problema oggi che si pone è la scelta di quale tipo di società vogliamo che s’instauri in Tunisia? Una società democratica, basata sui diritti universali o una società teocratica basata sull’appartenenza religiosa? (Silvia Finzi e Nino Trimarchi* – PD Cittadini nel mondo /Inform)
* Silvia Finzi è direttore del “Corriere di Tunisi, Nino Trimarchi è segretario del PD a Tunisi