direttore responsabile Goffredo Morgia
Registr. Trib. Roma n.338/2007 del 19-07-2007
INFORMAZIONI DEL GIORNO – NEWS PER GLI ITALIANI ALL'ESTERO

Lavori della V Commissione del Cgie: intervento del presidente Franco Santellocco

CGIE

 

Nuova cooperazione, formazione professionale, nel contesto dello sviluppo globale. Attrarre investimenti e favorire l’export

 

ROMA – Gli avvenimenti verificatisi dall’altra parte delle sponde del Mediterraneo, quel meraviglioso mare, scenario di fatti fondamentali della nostra storia e di racconti di gesta di eroi, hanno cambiato gli assetti politici e commerciali in un mondo già in profondo cambiamento.

Anche dopo la “Primavera Araba” ci siamo resi conto che, a parte la Tunisia che riuscì quantomeno a conquistare il diritto a una Costituzione, negli altri Paesi l’oppressione non è finita, le insurrezioni sono state soffocate, lasciando nello sconforto chi con la speranza le combatteva, lasciando spazio solo a dolore. Di fronte a tutto ciò non possiamo rimanere indifferenti, perché questi eventi ci toccano da vicino: in migliaia, infatti, si sono riversati sulle nostre coste, scappati dal terrore di guerre civili, maltrattamenti e fame, in cerca di una vita migliore.

Più volte abbiamo auspicato di creare, unendo le forze attraverso il Sistema Paese, un “Progetto Mediterraneo” condiviso tra Stato e Regioni e politica internazionale e questo per portare avanti un’azione comune sull’area euro-mediterranea, con prospettive di sviluppo.

Il dibattito internazionale riguardante la cooperazione allo sviluppo ha fatto, in questo senso, importanti passi, anche grazie all’intervento delle Ong con l’aiuto delle organizzazioni pubbliche e private. Ci si è resi conto che lo sviluppo è possibile dove vengono applicate buone politiche nei progetti e che il miglioramento delle situazione dei PVS giova anche ai paesi dall’economia stabile.

In questi anni si è lavorato per rendere più forte la cooperazione allo sviluppo per i PVS dal punto di vista economico e commerciale. Il programma “INTEGRATED FRAME WORK” per esempio aiuta i PVS con multi donatori del sistema commerciale globale con l’obiettivo ad inserirsi e di promuovere la crescita economica e lo sviluppo sostenibile in modo tale da abbattere il più possibile la soglia della povertà. Con questo progetto, quindi, si cerca di far integrare nelle strategie dei 49 paesi più poveri al mondo appartenenti al programma delle strategie nazionali di sviluppo, anche nella realizzazione di strutture necessarie per fornire assistenza in materia commerciale e rendere questi paesi più autonomi nella capacità di commerciare.

A questo organismo sono associati grandi altri organi internazionali come il FMI, BM, OMC, UNDP, UNCAD e altri. Il “doha development agenda glabal trust found”,( DDAGTF) anche si impegna a ricevere contributi di bilancio supplementari da membri dell’OMC per finanziare piani TA. I costi di questo progetto sono supportati dal fondo fiduciario e del bilancio ordinario del “Word Trade Organiziation” (WTO): entrambi i progetti nello specifico, quindi, forniscono le risorse per i tirocinanti provenienti dai PVS, in modo particolare dall’area mediterranea, per acquisire esperienza commerciale multilaterale lavorando nella missione di Ginevra (intership programme ), oppure nel segretariato dell’OMC (programma trainee). Il DDATF, infine,  fornisce le risorse per facilitare gli scambi tra i partecipanti per fornire risultati preliminari alle esigenze nazionale riguardanti le agevolazioni degli scambi e le priorità nell’assistenza tecnica nel calcolare le risorse che possono essere necessarie.

Un talento, è decisamente più stimolato nello scrivere su riviste di settore e a creare brevetti, in un paese diverso da quello di provenienza.

Su questo scommettono i progetti dell’ “Integrated Frame Work”e del”DDAGTF”.

La globalizzazione stessa conduce il giovane talento a viaggiare per interagire con culture differenti e per confrontarsi con altri talenti con alti tipi di formazione e prospettive.

Nasce da questa visione la necessità di come attrarre questi talenti e soprattutto di decidere da dove attrarli: ogni paese ha da tempo intrapreso politiche in questo senso. Usa e Uk sono stati i primi ad intraprendere politiche d’investimento liberale senza distinguere tra impegno di capitali pubblici e privati o provenienti dall’interno del Paese o dall’estero. Sempre entrambi questi paesi hanno dato peso ai risultati dei “hightly skilled exchange rate”, cioè al rapporto  tra i flussi di entrata e di uscita della popolazione altamente qualificata di un Paese.

L’Italia in questa classifica, in confronto con USA, Uk, Spagna, Germania e Francia, è l’unico Paese che desta serie preoccupazioni perché registra un risultato negativo del -1,2%, con riferimento agli USA che riportano un +19,9% e una Spagna che segna con un secondo posto un +2,9% ,  una Francia che si trova al terzo posto e segna +2,8%.

Per lo Stato italiano questa perdita risulta anche avere un costo: uno studente italiano secondo l’OCSE costa annualmente allo stato italiano circa 6.500 euro l’anno che, se moltiplicato per il numero di studenti trasferiti all’estero, per esempio nel 2008, conta una perdita di 170 milioni di euro. Bisogna quindi analizzare le motivazioni di quest’emorragia e guardare ai progetti degli altri governi per operare politiche virtuose e in grado di promuovere opportunità per i nostri talenti.

Per questo la ns. Commissione ha auspicato di realizzare una rielaborazione rinnovata del sistema di formazione professionale degli italiani all’estero.

Occorre progettare programmi di formazione per una politica migratoria sia in uscita che in entrata attraverso le università e altre amministrazioni. Ad esempio a Lima, in Perù, si sta aprendo, con l’aiuto di fondi dell’UE, un corso di italiano gratuito per peruviani attraverso un progetto della cooperativa sociale onlus “Ermes”, il che si propone come obiettivo di formare giovani peruviani che desiderano lavorare nel mondo del turismo, gastronomia e agricoltura in Italia.

La Spagna, attraverso il progetto “Erasmus-Mondus”, ha investito 400 miliardi per accogliere 6.000 talenti extracomunitari. L’intento è di ampliare l’iniziativa a questi studenti che hanno conseguito Master e Dottorati. Il fine ultimo è di attrarre studenti già specializzati cinesi, indiani e africani, snellendo anche la lenta e difficile burocrazia per le richieste del visto Infine un grande passo è stato fatto dal Ministero spagnolo della scienza, tecnologia e innovazione, il quale mira ad attrarre e ampliare nel Paese l’incremento qualitativo e quantitativo della ricerca scientifica e della conoscenze innovative: a tale scopo la Spagna ha varato una legislazione ad hoc secondo cui la ricerca, sia pubblica che privata, deve offrire condizioni di parità di accesso a cittadini spagnoli e stranieri.

Il Regno Unito da sempre ha mantenuto una politica di investimento liberale; infatti non si distingue tra investimento nazionale ed estero e soprattutto è un luogo dove è libero da pregiudizio tutto ciò che produce opportunità. Il giovane talento ovviamente è attratto da aspetti e facilmente la sceglie come meta per la propria formazione e in seguito per il proprio lavoro. In Uk sono state anche operate semplificazioni delle leggi sull’immigrazione; i visti sono stati differenziati per livelli.

La Germania  ha snellito invece l’iter per l’assegnazione di borse di studio, sviluppando nuovi accordi con università straniere e si sta sempre più concentrando sulla qualità dei programmi di studio. Le università tedesche inoltre attraverso accordi con il Governo consente di prolungare il soggiorno per quei studenti che terminano il periodo dell’università e intendono cercare lavoro corrispondente al loro piano di studi, per un anno.

A questo tipo di politica si affiancano istituti che sviluppano una strategia internazionale istituendo uffici di rappresentanza all’estero in collaborazione con organizzazione scientifiche nazionali e straniere per promuovere la collaborazione tra ricercatori nel Paese. Sono stati così aperti uffici a Washington, New York, Mosca, Delhi, Giappone, San Paolo e Polonia; altri che si occupano degli scambi accademici internazionali tra studenti e studiosi.

L’Italia invece fa fatica ad attrarre flussi di giovani qualificati, il quadro è infatti molto preoccupante; le cause sono molteplici,  fra le altre spiccano l’eccessiva burocrazia, la bassa meritocrazia e il mancato riconoscimento delle competenze all’interno del Paese. Inoltre l’alto tasso di disoccupazione è scoraggiante, anche la precarietà e la bassa remunerazione disorienta i giovani italiani e stranieri. Il mondo del lavoro italiano è conosciuto all’estero come quello poi dalle carriere più lente e con freni culturali cioè poco aperta al rischio dell’innovazione e all’apporto dell’intraprendenza dei giovani.

Qualche università con l’aiuto di organizzazioni di cooperazione ha deciso di scommettere sugli studenti africani attraverso il progetto “The Africa Scholarship  Program” il quale è indirizzato a 10 giovani talenti interessati a frequentare uno dei Master in Business Administration organizzati dalla stessa università di Bologna.

L’università di Milano invece guarda all’India e alla Cina con il progetto “Defop”, un programma di dottorato in Economia e Finanza delle Amministrazioni pubbliche. Il progetto consiste nel contattare direttamente le università locali che pubblicizzano il programma e informano gli studenti delle possibilità del finanziamento e segnalano il dottorato agli studenti interessati.

Il “Politecnico di Milano” ha attualmente un corso chiamato “Coopera(c)tion” organizzato dal Laboratorio di cooperazione internazionale del DASTU, con la collaborazione di Polisocial, Unesco Chair in Energy for Sustainable Development, Unesco Chair in Architectural Preservation and Planning in Heritage Cities, Architetti senza frontiere e Ingegneri senza frontiere, il quale si pone come obiettivo quello di specializzare nelle conoscenze e nelle competenze, persone già facenti parte del settore della cooperazione e delle organizzazioni internazionali impegnate allo sviluppo sostenibile, come professionisti e studiosi delle discipline riguardanti la progettazione e la gestione del territorio.

L’università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, nella sezione Aseri, offre un corso in Master in “Middle Estern Studies”, indirizzato a studenti laureati in diverse discipline.

L’Università, La Sapienza di Roma, ha istituito un corso di laurea (triennale e magistrale)  in “Cooperazione internazionale allo sviluppo”, voluto dalla collaborazione della facoltà di scienze politiche, comunicazione, filosofia, lettere, scienze umanistiche e studi orientali, diretto a tutti quei giovani che intendono entrare nel mondo della cooperazione allo sviluppo. Offre approfondite conoscenze dell’area antropologica soffermandosi in modo particolare alle conoscenze etnografiche delle popolazioni delle aree dei Pvs, al fine di fornire spunti per le dinamiche di sviluppo. Fondamentale nel corso di laurea è l’avanzata conoscenza della lingua inglese, francese e spagnola, nonché eventualmente, a scelta di quella araba e cinese e degli strumenti delle comunicazione e dell’informazione per il fine pratico lavorativo.

La Sapienza infine propone anche un corso di laurea magistrale in “Scienze dello sviluppo e della cooperazione internazionale” come completamento del corso di laurea triennale in cooperazione internazionale, il quale si propone di fornire un’elevata professionalità nell’analisi dei fattori istituzionali e culturali nella programmazione e gestione delle iniziative di cooperazione indirizzate alla crescita dei Pvs.

Il curriculum infine, per garantire un’adeguata formazione operativa specifica, si dirama in due indirizzi: Socio-politico-istituzionale ed economico. Il primo è caratterizzato nell’acquisizione degli strumenti per la comunicazione di processi di sviluppo delle attività delle Ong e degli Organismi internazionali; il secondo mira all’approfondimento dei processi di globalizzazione, ne fornisce strumenti e metodologie per la comunicazione e per l’organizzazione di progetti.

L’università della Calabria ha corsi di laurea (triennale e magistrale) inerenti allo  sviluppo della cooperazione.  Uno in “Scienze per la cooperazione e lo sviluppo”, il quale è indirizzato nello specifico a chi ha interesse verso un’interpretazione critica del mondo contemporaneo, nella promozione dei diritti umani e di cittadinanza, allo sviluppo sostenibile a alla solidarietà internazionale. Il corso di laurea nasce dall’esigenza propria della zona in cui è istituito: il flusso migratorio, originato dai cambiamenti degli assetti prima dei Paesi della Penisola balcanica e in seguito del Nord Africa, hanno generato una necessità di professionisti nel settore terziario per fronteggiare l’emergenza.

Conoscenze quindi per uno sviluppo della pace, sia in prospettiva locale che internazionale.

Un ulteriore progetto chiamato “Marco Polo” ebbe inizio circa dieci anni fa e consiste nella cooperazione bilaterale con Paesi stranieri dove vennero concordati dei principi comuni per dare accreditamento alle università e ai programmi. Molte università italiane poi hanno internazionalizzato alcuni atenei sviluppando corsi di laurea specialistici e dottorati in lingua inglese.

I corsi di studi sopra descritti, attirano studenti stranieri, soprattutto grazie al progetto Erasmus Mundus avendo molti dei corsi in lingua inglese,

Si può notare che quindi tutti i corsi di laurea in Italia mirano a fornire una conoscenza specialistica sul funzionamento degli organismi internazionali e degli attori internazionali che operano nel campo della cooperazione allo sviluppo (si intende internazionali, governative, non governative e decentrate), dando chiavi di interpretazione critica sia per le politiche che per le pratiche di sviluppo e si pongono come obiettivo di offrire strumenti per utilizzare in modo innovativo metodologie di progettazione, gestione, valutazione e monitoraggio degli interventi di sviluppo possibilmente da essi stessi formulate.

Tutto ciò però sembra non essere ancora abbastanza: le università italiane ancora non si fanno promotrici di progetti per attrarre studenti e ricercatori che si pongono come obiettivo la loro formazione all’estero, spesso la formazione risulta essere non esattamente quella dichiarata dalle università: i corsi di laurea tendono ad essere dispersivi e troppo teorici, non dotando veramente gli studenti di quelle capacità pratiche di cui un operatore nel settore terziario necessita . Ciò accade perché non sono ancora abbastanza sostenute da politiche del Governo e dalle organizzazione non governative le quali devono farsi portatrici soprattutto attraverso formazione e la condivisione delle esperienze ottenute sul campo  .

Attrarre Talenti in Italia va di pari passo e pone problematiche simili al processo di attrazione degli investimenti stranieri in Italia: infatti chi decide di cambiare Paese va alla ricerca di un luogo dove esprimere al meglio il proprio potenziale, accedere a un salario migliore e dove si può condurre una vita tranquilla, con infrastrutture solide e con una politica di immigrazione efficiente.

Molti Paesi hanno intrapreso una serie di riforme atte ad attrarre investimenti dagli atri Paesi, in questo senso la Gran Bretagna è all’avanguardia per le politiche di questo genere: “la UK TRADE AND INVESTIMENT (UKTI) è un’agenzia governativa nazionale che offre assistenza gratuita per le società straniere che vogliono investire. La UKTI offre inoltre informazione di mercato, orientamento per le location,  consulenza sugli incentivi statali e regolazione di 33 Paesi. L’iniziativa, invece, chiamata “TECH CITY UK” mira a costruire un cluster di aziende tecologiche nell’East London per creare un leader mondiale nella tecnologia.

Il “CITY TECH INVESTIMENT” (TCIO) è dedicato alla guida degli investimenti nella zona, dando supporto ai consigli pratici per aiutare i membri ad avere successo, organizza festival per attrarre gli investitori più innovativi.

Per un Paese è importante, al fine di attrarre investimenti stranieri, trasmettere all’estero un’immagine positiva, attraverso per esempio i beni culturali, artisti famosi, stilisti famosi, innovazioni aziendali la cui fama attraversa i proprio confini.

Questa è la politica della “soft attracion” la quale è diretta ad attrarre turisti stranieri che visitano il paese e al riconoscimento del marchio nazionale all’estero. E’ proprio quest’ultimo che contribuisce a produrre valore a un paese sia simbolico che economico ed ad attribuirgli un’influenza che contribuisce ad aumentare la sua visibilità.

In questo ambito gli Istituti culturali svolgono un ruolo cruciale per promuovere la lingua e la cultura nazionale.

L’Italia è un Paese, nonostante i problemi di cui si è già parlato, dove si dovrebbe investire, anche perché si colloca tra i primi dieci esportatori al mondo ed è in possesso di alcune dei Brand unici al mondo, per esempio nel campo  per le auto, della moda, nel campo agroalimentare, della  biofarmaceutica,  della cantieristica navale e soprattutto ha un’immagine culturale di indiscutibile valore. L’Italia ha il maggior numero al mondo di siti riconosciuti dall’Unesco come patrimonio dell’umanità. Investire in Italia significa trarre vantaggio da questo patrimonio storico e culturale che alimenta la creatività e aumenta il valore aggiunto di un’impresa. Ha infrastrutture ad alto potenziale tecnologico e un sistema coeso di enti di ricerca con un capitale umano altamente qualificato su cui investire.

Il Governo negli ultimi anni ha intrapreso un cammino di riforme per garantire stabilità future e crescita che comprendono con provvedimenti per uscire dalle procedure di infrazione europea,  per abbattere gli alti  costo del lavoro nelle aziende nell’assumere i giovani e intervenire a favore del sistema formativo migliorandolo e specializzandolo per settore e combattendo la corruzione e l’evasione fiscale.

Il Governo deve iniziare una serie di programmi legislativi con il fine di facilitare il “Fare Impresa”; deve rendere il sistema normativo, fiscale e giudiziario trasparente dove le responsabilità siano chiare e i tempi delle risposte siano entro tempi ragionevoli.

Bisogna iniziare un programma di investimenti per sostenere le microimprese e Pmi del Made in Italy, che gode di una solida tradizione agricola, artigiana e manifatturiera. Infatti per le microimprese soprattutto la difficoltà sta proprio nell’incontro con il capitale internazionale e per questo servono strumentazioni che consentano di superare quest’impasse. Si è più volte proposto di istituire un fondo “Invest in Made in Italy” costituito da risorse pubbliche e private coinvolgendo eventualmente investitori esteri.

E’ necessario anche favorire la nascita di “Spin Off” capaci di attrarre capitali partendo dalle università per aiutare a chi ha costituito un oggetto di brevetto, per esempio connettendo gli uffici internazionali degli atenei e centri di ricerca alle sedi diplomatiche le quali si occuperebbero di internazionalizzarlo e così promuovendolo.

Utile per il “Sistema Italia” il coinvolgimento del CGIE per migliorare la partecipazione della base sociale delle comunità italiane all’estero, utilizzando i canali dell’informazione e della formazione e le metodologie di rete; questo ambito potrebbe essere interessante per lo sviluppo del “fare impresa” quindi per l’incentivazione a fare import/export soprattutto per le PMI all’estero.

Il Governo Italiano si sta impegnando a incentivare l’esportazione e l’importazione, garantendo per esempio l’apertura e il servizio degli uffici doganali 24 ore su 24 e sviluppando un sistema di monitoraggio in tempo reale della logistica nel passaggio delle merci per poi classificarle più velocemente.

Aumentano le aziende che richiedono assistenza e sostegno per avviare commerci di importazioni ed esportazioni con l’estero, ma l’Italia nonostante abbia una tradizione solida dal secondo dopo guerra soprattutto nel campo dell’esportazione non è alla pari di quella del resto dell’Ue e del mondo. Utilizzando dati dell’Istat si evince facilmente che  tempi e i costi non sono concorrenziali: per arrivare in Italia un prodotto impiega il doppio del tempo che negli altri Paesi, il che comporta anche il doppio della spesa.

Superati eventualmente i problemi tecnici dell’esportazione bisogna anche analizzare le difficoltà proprio da parte delle imprese a entrare in contatto con quelle straniere. Gli stessi dati Istat riferiscono gravi difficoltà per le aziende italiane a entrare nel commercio estero, ovviamente come si è detto, questo capita soprattutto per le PMI e microimprese le quali sono sicuramente le più svantaggiate.

Nel 2012 è stato istituito un “Fondo Star Up” per superare questo problema di internazionalizzazione delle PMI e microimprese, ma le aziende italiane ancora non sono soddisfatte del lavoro svolto per sostenerle. Le aziende infatti si rivolgono alle istituzioni in fase di avvio del commercio estero e poi lamentano un abbandono nella fase dello scambio, soprattutto nei contenziosi e lamentano l’esagerata frammentazione degli enti competenti e sovrapposizioni di alcuni di essi.

In conclusione si deve sottolineare che l’internazionalizzazione delle aziende sia fondamentale per L’Italia un Paese dove si cerca una ripresa per l’economia, la quale sembra incontrare grandi difficoltà in questo senso, soprattutto dopo un lungo periodo dove attraverso l’austerità si è  pensato di risolvere i problemi economici di Paese.

Giusto notare come, dopo 27 anni, il disegno di Legge di riforma della Cooperazione allo Sviluppo è approdato all’esame del Senato. (Franco Santellocco*/Inform)

*Presidente nel Cgie della Commissione Cooperazione, Formazione, Impresa, Lavoro

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