ITALIANI ALL’ESTERO
Promossa dal gruppo Pd alla Camera di Deputati
Anche a Montecitorio il ricordo del crollo nel cantiere della diga di Mattmark, in Svizzera, che provocò la morte di 88 lavoratori, fra cui 56 italiani. Sono intervenuti, tra gli altri, i deputati Laura Garavini, Gianni Farina e Alessio Tacconi (ripartizione Europa), Fabio Porta (America meridionale), Enzo Amendola, l’ambasciatore svizzero in Italia Giancarlo Kessler e il direttore della Fondazione Migrantes, Giancarlo Perego.
Le conclusioni affidate a Giancarlo Bressa, sottosegretario agli Affari regionali e alle Autonomie: “questo libro non è solo professione di civiltà ma testimonianza civile, che ripercorre una tragedia ma anche ciò che essa ha significato per la cultura svizzera, italiana ed europea”
ROMA – È stato presentato ieri presso la Sala Salvadori del gruppo Pd alla Camera dei Deputati il libro di Toni Ricciardi “Morire a Mattmark. L’ultima tragedia dell’emigrazione italiana”, testo che ricostruisce nella sua complessità le vicende legate alla costruzione della diga svizzera, nel canton Vallese, dove una valanga abbattutasi dal ghiacciaio dell’Allalin il 30 agosto 1965 travolse il cantiere allestito per la sua costruzione provocando la morte di 88 persone, 56 delle quali italiane. L’iniziativa si inquadra nelle celebrazioni del 50° anniversario della tragedia, ricorrenza cui sono stati dedicati una numerosa serie di eventi, in Italia e in Svizzera, a cominciare dalla mostra fotografica presentata in Senato nello scorso mese di febbraio (http://comunicazioneinform.
Ad introdurre la presentazione Valentina Paris della segreteria del Partito democratico, che ha segnalato come il ricordo di fatti come quelli di Mattmark possa essere un ausilio importante “per svolgere un lavoro politico e legislativo che possa rendere il nostro Paese accogliente e attento alla tutela dei diritti di tutti i lavoratori”. A promuovere in particolare l’iniziativa Laura Garavini, deputata del Pd eletta nella ripartizione Europa, che ha salutato i partecipanti rilevando “l’importanza della memoria e della valorizzazione delle esperienze della nostra collettività all’estero”. Un filo rosso, quello della memoria, che lega anche l’iniziativa dedicata ai 60 anni degli accordi bilaterali italo-tedeschi per il reclutamento e il collocamento di manodopera italiana che il gruppo dei deputati del Pd organizza domani a Palazzo Montecitorio. Per Garavini “è importante ricordare non solo nei luoghi della tragedia o in quelli di origine dei lavoratori, ma anche qui, nel cuore delle istituzioni, per comprendere e incrementare il senso di responsabilità volto alla difesa dei diritti del lavoro”. La parlamentare si è soffermata poi sulle caratteristiche del testo, che offre una ricostruzione generale della contesto sociale, economico e politico della Svizzera del secondo dopoguerra e delle condizioni delle collettività italiane emigrate nel Paese – che attrae negli anni a ridosso di Mattmark il 50% circa del flusso migratorio in uscita dall’Italia; – il punto di vista dei soggetti direttamente coinvolti, con le lettere dei superstiti ai familiari; il rilievo che assunse la tragedia sui media, con articoli di giornale ed editoriali – richiamato in particolare quello di Dino Buzzati sul Corriere della Sera, che scrisse di Mattmark definendola “l’amara favola dimenticata”; gli atti di corrispondenza tra le istituzioni dei due Paesi coinvolti, quelli parlamentari e processuali. Nei saluti di Enzo Amendola, della segreteria Pd, anche il richiamo alla riflessione sull’identità nazionale svizzera che la tragedia innescò, un’identità in cui la presenza italiana viene ad assumere una valenza importante, non senza battute di arresto dovute ad atteggiamenti xenofobi che furono talvolta esacerbati dagli importanti mutamenti sociali connessi agli anni del dopoguerra. Si tratta quindi anche della storia del nostro Paese e di quella dell’Europa che “deve essere trasmessa oggi anche alla giovani generazioni – segnala Amendola, – alla nuova emigrazione che ha necessità di imparare dal passato la dignità ed il sacrificio di tanti italiani emigrati all’estero, un’umanità che ha lasciato il nostro Paese per costruire un mondo” e le cui vicende non sono solo contraddistinte – come ben evidenziato da Buzzati – dal successo e dalla fortuna. Anche per l’ambasciatore svizzero in Italia, Giancarlo Kessler “è molto importante ricordare l’anniversario di una tragedia che non fu solo tale per le vittime, ma per gli eventi che si susseguirono”. Per l’ambasciatore ciò che mancò in quel frangente fu il rispetto e l’attenzione “per le componenti umane”, una lacuna da cui possiamo trarre un insegnamento per il futuro – dice, – così come dalla altre tragedie dell’emigrazione italiana che ebbero luogo in più Paesi.
Si sofferma sul ruolo che svolsero i cappellani e i missionari italiani presenti sul posto, “tassello della chiesa italiana in Svizzera”, mons. Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes, che ripercorre, attraverso la corrispondenza sul fatto di don Carlo De Vecchi, della missione cattolica di Locarno, presente nel volume, le reazioni che spesso accompagnarono tragedie come quella di Mattmark – lo spavento e l’incredulità per quanto avvenuto, la riorganizzazione e l’assistenza ai superstiti e ai familiari delle vittime (in questo caso da parte di cappellani cattolici e protestanti insieme e delle Acli, per la parte burocratica soprattutto), l’orientamento ai tanti lavoratori che si trovavano nel luogo. “Il ricordo di queste morti in questo tempo di nuova emigrazione italiana, soprattutto giovanile, in Europa e nel mondo – aggiunge Perego, – richiama profondamente anzitutto la necessità di una tutela dei lavoratori emigrati, qualunque sia lo loro provenienza e origine”. Il direttore della Migrantes richiama anche i dati sugli infortuni sul lavoro in Italia – nel 2013, l’ultima rilevazione disponibile registra 399 mila infortuni indennizzati e 692 morti; quasi 60 mila gli infortuni occorsi agli stranieri e 114 le morti – e le 700 salme di persone di origine straniera decedute sul lavoro ancora in attesa di rimpatrio. Ribadisce quindi la necessità di “ripartire dalle tragedie per la memoria ma anche per ridisegnare il nostro impegno sul fronte del lavoro” e richiama il capitolo su Mattmark presente nell’ultimo Rapporto Italiani nel mondo curato dalla Fondazione insieme all’attenzione dedicata quest’anno in particolare ai fenomeni di sfruttamento del lavoro migrante analizzati in particolare nel Rapporto Immigrazione presentato ad Expo Milano lo scorso mese di giugno. L’auspicio di mons. Perego è che tutte le tragedie dell’emigrazione italiana possano venir ricordate insieme nella Giornata istituita per il ricordo del sacrificio del Lavoro italiano nel mondo, l’8 agosto, data dell’incendio nella miniera di Marcinelle, in Belgio (262 morti, 136 italiani).
Ripercorre con commozione la sua esperienza di lavoratore migrante Gianni Farina (Pd, ripartizione Europa), che segnala come, al di là degli stereotipi, le baracche in cui alloggiavano i lavoratori migranti fossero luoghi in cui si coltivava “la cultura del lavoro, del sacrificio e della convivenza con l’altro”, come esse fossero “scuola di vita e di solidarietà”, “di un’umanità che formava le persone, un’umanità orgogliosa del proprio lavoro”. Ribadisce poi che “tutti abbiamo imparato qualcosa da Mattmark”, anche se ammette che l’insegnamento sul rapporto tra l’uomo e la natura – sottolineato tragicamente in quegli anni anche dal Vajont – non sia ancora stato recepito e abbia avuto forse più fortuna il detto di Max Frisch “volevamo braccia, solo arrivati uomini”. “La collettività italiana in Svizzera, che oggi è collettività italo-svizzera, ha conosciuto grandi ingiustizie ma ha trovato il modo di integrarsi, rendendo in questo modo la Confederazione un Paese più bello e più solidale – conclude Farina. Definisce “doveroso il percorso della memoria” anche Fabio Porta (ripartizione America meridionale), che rileva come il contributo dell’emigrazione italiana nel mondo sia in questi giorni sottolineato dallo stesso premier Matteo Renzi in visita in Sud America. Egli richiama poi la proposta di legge di cui è primo firmatario sull’insegnamento della storia dell’emigrazione nelle scuole italiane, una proposta che “se approvata, aiuterebbe la trasmissione anche di questi episodi della memoria alle giovani generazioni e la costruzione di un’idea di futuro che includa importanti percorsi di integrazione”. L’auspicio che egli formula è che tale proposta possa trovare accoglimento nei decreti attuativi della “Buona scuola”. Il collega Alessio Tacconi (ripartizione Europa) segnala come Mattmark abbia contribuito a cambiare concezioni importanti come “l’idea di progresso associato alle grandi opere, le condizioni di vita degli operai, il modo in cui si guardava agli stranieri nella Confederazione e il suo rapporto con l’Europa”, considerazione supportata dall’intervento di Domenico Mesiano, presidente dell’associazione Italia Valais, che ricorda come dopo la tragedia migliorò la legislazione svizzera e le condizioni di sicurezza sui luoghi di lavoro. Affidato a Mesiano, coordinatore del comitato costituitosi per le celebrazioni del 50° anniversario, anche un bilancio delle iniziative, che egli ritiene riuscito nell’intento di rendere attuale il ricordo di fatti che furono determinanti per l’integrazione dei connazionali in Svizzera. Il messaggio è quindi di ricordare le pagine più difficili dell’emigrazione italiana, in particolare dinnanzi al crescere dei nuovi fenomeni migratori, per riflettere sul percorso compiuto sino ad oggi, in cui la componente italiana viene riconosciuta quale elemento prezioso e importante dell’identità del canton Vallese.
Sandro Cattacin, ordinario di sociologia dell’Università di Ginevra e coordinatore del progetto sulla memoria di Mattmark, finanziato in gran parte – segnala – dalla ricerca svizzera indipendente e che prevede, entro la fine di quest’anno, l’uscita di altri due volumi, uno sulle reazioni dei giornali alla tragedia e un altro su aspetti della catastrofe come le conseguenze che essa ebbe sulle vite dei superstiti, sollecita a riflettere sulle valenze della parola “integrazione”, a suo avviso da non utilizzare perché irrispettosa della diversità e delle individualità che compongono le società e dunque da sostituire con “inclusione”. Richiama il carattere delle “catastrofi quali acceleratori di cambiamenti sociali”, origine di “spazi di emozioni che devono essere gestite”. Gli effetti sono dunque i più disparati, non sono univoci e richiedono una saggia gestione politica. Gestione che nel caso di Mattmark, segnala Cattacin, “richiede ancora oggi una riparazione di tipo morale”, visti gli esiti processuali e il fatto che le riparazioni economiche non possono mai produrre l’accettazione morale. Anche in questo caso, “tocca alla politica, perché l’economia – afferma Cattacin – non sa pensare il bene comune”.
Toni Ricciardi, autore del testo e docente all’Università di Ginevra, segnala infine come fatti come quelli di Mattmark siano stati spesso tralasciati in Italia con l’avanzare di “una narrazione pubblica dominata dalla retorica del boom economico”, linea che oscurava gli aspetti più infelici della nostra emigrazione, recuperando solo quelli ritenuti rappresentativi di un’Italia completamente diversa da quella di oggi, e associati, per esempio, all’emigrazione transoceanica. Mattmark ci presenta invece parte della nostra storia, che per molti versi è ancora attuale e che, proprio per questo, spesso non vogliamo considerare.
La conclusioni sono state affidate a Giancarlo Bressa, sottosegretario agli Affari regionali e alle Autonomie presente in rappresentanza del Governo italiano sul luogo della tragedia nelle commemorazioni ufficiali del 30 agosto 1965, che ha definito il libro di Ricciardi “non solo professione di civiltà ma testimonianza civile, che ripercorre una tragedia ma anche ciò che essa ha significato per la cultura svizzera, italiana ed europea”. Un significato che è legato al miglioramento delle condizioni di lavoro ma anche ad una maggiore sensibilità nei confronti dell’emigrazione, “la mala favola di cui parla Buzzati, che è un mescolarsi di orizzonti che si aprono ma che possono anche crollarti addosso”. Una sensibilità che oggi appare sempre più in pericolo, “in un’Europa in cui, di fronte ad una crisi che non è migratoria, ma umanitaria, vincono le forze populiste – afferma Bressa segnalando gli esiti delle tornate elettorali cui nei giorni scorsi sono stati chiamati diversi Paesi europei. “Ci troviamo in una fase drammatica, una fase – prosegue il sottosegretario – in cui alla politica non si può chiedere accondiscendenza, ma il coraggio di dare risposte, perché ciò che è in gioco sono la cultura e la civiltà europea, cresciute e rafforzatesi anche attraverso episodi come Mattmark e alla capacità di reagirvi”. (Viviana Pansa – Inform)