* INFORM *

INFORM - N. 255 - 14 dicembre 2004

L'editoriale di "Corrispondenza Italia" del 16 dicembre 2004

18 dicembre, Sindacato e patronato con gli immigrati

ROMA - Non è per buonismo sentimentalistico e tanto meno per avversione preconcetta a una legge che porta i nomi di due segretari di partito dello schieramento di centro-destra. Ma è per i guai oggettivi che la Bossi-Fini sta provocando sugli immigrati (e conseguentemente su tutta la società italiana) che il 18 dicembre a Roma manifesteremo il nostro dissenso per la politica inadeguata e miope del Governo sull’immigrazione.

E non è un caso se, a fianco delle forze organizzate nel sindacato, a cominciare dal patronato Inas, verranno a Roma da tutt’Italia, assieme a migliaia di amici e compagni di lavoro immigrati e alle loro famiglie, le associazioni del volontariato, prima fra tutte le Anolf-Cisl e tanti giovani studenti e anziani, a rappresentare due estremi generazionali che per diverse ma coerenti ragioni ideali e pratiche, sono i più solidali con le comunità dei migranti.

Anche in questa vertenza infatti si ripropone quel deficit di cultura politica e sociale che affligge innanzi tutto i ceti dirigenti istituzionali: il misconoscimento cioè della necessità e della opportunità di confrontarsi non solo nel chiuso dei palazzi e delle sedi del potere pubblico e partitico ma anche con le strutture organizzate rappresentative degli interessi della società.

Quando il sindacato fa questa rivendicazione di partecipazione e coinvolgimento attivo e responsabile, il sinedrio dei saccenti e dei dottori della legge approfitta del vantaggio assicurato dal possesso dei mezzi di comunicazione per farci la paternale. "Ecco- ci rimproverano - il sindacato sciopera e protesta non per il bene della gente ma perché teme che nessuno lo ascolti e perda così la presa sulle masse". Oppure ci ammoniscono: "Basta il governo e il parlamento eletto a suffragio universale, bastano i partiti a rappresentare bisogni e attese del popolo tutto. Non occorrono rappresentanze parziali degli interessi perché fanno solo confusione e poi non si sa bene quanto conti ognuna".

La conseguenza di queste posizioni presuntuose e sbagliate è che - per tornare alle politiche dell’immigrazione ­ in assenza del confronto con le parti sociali e produttive, resta isolato e centralizzato a Roma un Ministro (magari, come nel nostro caso, il ministro è quello del Lavoro, un "padano" per ironia della sorte) che unilateralmente stabilisce quanto è lo stock di forza-lavoro da importare per l’occupazione stagionale, quanto per l’assistenza alle famiglie, quanto per l’industria manifatturiera e via seguitando e prescindendo dall’analisi di ogni diverso territorio, là dove le forze locali, istituzionali e sociali possono determinare non solo l’entità della domanda del mercato ma anche le compatibilità in rapporto a scuole, case, servizi, sanità, per un’integrazione equilibrata e sostenibile dei lavoratori migrati e delle loro famiglie. Intanto, con la competenza e la forte motivazione che contraddistingue il patronato Inas, abbiamo convenuto con la Caritas Nazionale un progetto specifico per gli immigrati a partire dall’acquisizione del diritto all’assistenza medica (infatti solo il 6% degli immigrati regolari ha fatto la scelta del medico di famiglia).

In realtà è il tappo centralistico, connaturato alla legge Bossi-Fini, che provoca poi i problemi della clandestinità e della non ­gestione del rapporto tra domanda e offerta di lavoro. Di qui le tensioni sociali, la disumana negazioni dei diritti civili e di minima solidarietà. Di qui le rigidità denunciate e già condannate dalla Corte costituzionale. Nella società dell’immagine e dell’opinionismo astratto si ama dibattere sui grandi principi generali tra sostenitori dell’integrazionismo oppure del multiculturalismo. Lasciando da parte i teorici dei muri divisori e delle motovedette che mitragliano i gommoni dei boat-people, si constata, smarriti, il fallimento del modello olandese dopo l’assassinio del regista Theo Van Gogh, o del modello francese della "assimilazione repubblicana" o di quello tedesco dell’apartheid (sia pure assistito con generose convenzioni con le associazioni riconosciute dei migranti).

Ma la verità è che i grandi temi epocali della globalizzazione, di cui il fenomeno migratorio è il versante più sensibile ed esposto, non possono essere gestiti in base a "modelli a prescindere" bensì con metodo. E noi del sindacato e del patronato il metodo pratico l’abbiamo da tempo brevettato e siamo sempre pronti a offrirlo senza esigere pagamento di diritti d’autore. Si chiama "concertazione". E per praticarlo basta solo essere animati da spirito di giustizia e solidarietà. E da quella certa dose di umiltà di cui i gestori pro-tempore del potere, spesso mancano. (Corrispondenza Italia/Inform)


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