IMMIGRAZIONE
Una ricerca sulle condizioni dei detenuti stranieri nelle carceri italiane
Padre Bruno Mioli: "La diaspora dei nostri emigranti non è stata per gli italiani eccessiva maestra di vita"
ROMA - E' stata presentata a Roma la ricerca dal titolo "Le condizioni civili dei detenuti stranieri nelle carceri italiane". L'indagine, illustrata nel corso di un incontro presso l'Università San Tommaso d'Aquino, è stata promossa dalla stesso Ateneo Pontificio (Angelicum), dalla Fondazione Migrantes e dall'Ispettorato generale dei cappellani delle carceri. Scopo della ricerca, partita nel 2003 e realizzata attraverso la distribuzione in sei carceri italiane di uno specifico questionario, quello di stabilire la reale applicazione dei diritti spettanti al detenuto straniero e la concreta efficacia dei normali trattamenti penitenziari per la riabilitazione. Delle oltre mille risposte pervenute - i questionari per superare la diffidenza dei detenuti sono stati distribuiti agli immigrati dai cappellani - circa seicento sono state ritenute idonee ed utilizzate per l'elaborazione dei dati.
"Con questa ricerca - ci ha spiegato il professore Alberto Lo Presti della Facoltà di Scienze Sociali dell'Università San Tommaso d'Aquino che ha diretto l'indagine - abbiamo dimostrato che il concetto classico di trattamento penitenziario entra in crisi nel caso del detenuto straniero che finisce con il vivere da emarginato anche dentro il carcere. Gli immigrati non riescono infatti a lavorare nei progetti degli Istituti di pena sia per problemi di sicurezza, sia per evidenti difficoltà linguistiche. Quindi gli stranieri oltre a condurre, nella maggioranza dei casi, una vita di esclusione sociale nel periodo precedente alla reclusione, finiscono con l'essere emarginati anche dentro il carcere. Per loro - ha proseguito il docente di sociologia ricordando che anche una semplice telefonata alla famiglia d'origine può rappresentare per il detenuto straniero un ostacolo difficilmente superabile - la situazione è davvero drammatica perché non possono ricorrere alle forme alternative di pena e godere, in quanto privi di fissa dimora, di permessi premio. Rispetto a tutto questo la funzione riabilitativa fallisce completamente. Anche se noi riuscissimo ad introdurre gli immigrati in un circuito virtuoso - ha concluso Lo Presti - dove possano imparare la lingua e trovare da lavorare, noi dovremmo infatti rispedire, vanificando tutto il lavoro svolto, il detenuto straniero al Paese d'origine. Esiste quindi un problema a livello sistemico".
Il direttore della Migrantes per la pastorale degli immigrati, Padre Bruno Mioli ha ricordato l'opera di evangelizzazione svolta da chiunque operi e fornisca dei servizi ai migranti su mandato della Chiesa ed ha sottolineato il pesante carico di sofferenza che viene abitualmente portato dall'immigrato e dalla sua famiglia. Un trauma inevitabile dovuto al duro impatto del migrante con la società del Paese straniero che dovrebbe accoglierlo. "Le migrazioni - ha aggiunto Padre Mioli auspicando che il primo passo del dialogo con gli immigrati venga compiuto dalla società d'accoglienza - hanno un loro costo che devono pagare anche gli italiani. Non dobbiamo avere la pretesa che siano loro ad avvicinarsi a noi, ma dobbiamo incontrarci a metà strada".
Nel sottolineare il grosso carico di responsabilità che grava sugli italiani che utilizzano gli immigrati per il lavoro sommerso e alimentano la prostituzione straniera, il rappresentante della Migrantes ha poi evidenziato come la storica diaspora dei nostri emigranti non sia stata per gli italiani "eccessiva maestra di vita". Sebbene gli immigrati detenuti siano quasi 17.800 con un'incidenza sulla popolazione carceraria del 31,4%), l'immigrazione non è di per se portatrice di atteggiamenti asociali e non può essere identificata con la criminalità. Un accostamento sbagliato che ha creato in Italia un diffuso clima di diffidenza e di severità nei confronti degli stranieri che potrà essere superato solo attraverso una paziente opera educativa dell'opinione pubblica. Da questo difficile contesto è nata la legge Bossi-Fini che, secondo Padre Bruno Mioli, ha snaturato il precedente testo unico sull'immigrazione ponendo al centro la lotta alla clandestinità e tutta una serie di misure che hanno reso più precaria e complessa presenza dello straniero in Italia. Un indirizzo legislativo che contrasta però con tutti i numeri dell'immigrazione in Italia che evidenziano, come ad esempio quelli relativi alla crescente presenza nelle scuole italiane di bambini stranieri, la progressiva stabilizzazione del fenomeno migratorio.
"Il vero problema - ha concluso il direttore della Migrantes dopo aver ricordato la mancata ratifica da parte delle più importanti nazioni occidentali della Convenzione internazionale sui diritti dei migranti del 1990 - sarà dunque come regolare, assistere e accompagnare questa immigrazione, spesso innescata da pure ragioni di sopravvivenza, in modo che possa dare i suoi frutti". (Goffredo Morgia-Inform)