Relazione di Capostagno (Comites Amsterdam) alla Commissione Continentale CGIE Europa Nord Africa
L’integrazione dell’emigrazione italiana in Olanda
"Chiediamoci quale debba essere il futuro per Comites e Cgie, ancora centrati su un’idea di emigrazione che, almeno in Olanda, è in via di estinzione"
AMSTERDAM - Su "l’integrazione dell’emigrazione italiana in Olanda", si è concentrata la relazione di Eros Capostagno, membro del Comites di Amsterdam, alla riunione della Commissione Continentale Cgie Europa e Nord Africa (21-23 ottobre). L’emigrazione italiana nei Paesi Bassi ha caratteristiche peculiari. Capostagno ha toccato diversi aspetti dell’emigrazione in Olanda dal dopoguerra in poi: integrazione ostacolata dagli olandesi, non ricercata inizialmente dagli emigrati e divenuta impossibile con l’andare del tempo; progressivo scollamento dal tessuto sociale olandese nei più anziani, buon inserimento della seconda generazione, anche se con un livello di scolarizzazione limitato; assimilazione della terza generazione, senza però più alcuna identità italiana. Molti gli italiani partiti negli anni immediatamente successivi al dopoguerra, quando anche l’Olanda si trovò nella necessità di affrontare la ricostruzione del Paese. Per sostenere tale programma l’Olanda poteva disporre di un’importante fonte di risorse: le miniere di carbone nel Limburgo, il cui sfruttamento intensivo era essenziale per la produzione di energia e per mettere in moto il sistema produttivo. Mancava però la manodopera. Così, negli anni ‘50 furono reclutati lavoratori in Italia, per le miniere e il settore dell’edilizia. Più tardi, italiani approdarono anche nell’industria metallurgica e tessile.
"Le cifre ufficiali dell'Ufficio Centrale di Statistica olandese - ha ricordato Capostagno - parlano di una presenza complessiva di alcune migliaia di italiani nel periodo 1956-1960, e più precisamente di 4000 ‘stranieri italiani’ nel 1956, saliti a 5.200 nel 1960. Di questi, circa 2.500 si stanziarono appunto nel Limburgo, gli altri erano perlopiù emigrati di vecchia data, legati soprattutto a lavori stagionali, come gli spazzacamini o i gelatai del Triveneto". Selezionati accuratamente da una commissione olandese, il 40% dei connazionali venivano da Sicilia e Sardegna, il 20% dal Sud Italia, il 37% dal Nord. Nelle intenzioni delle autorità olandesi doveva trattarsi di una emigrazione temporanea, cosa che si adattava bene agli stessi lavoratori italiani, che puntavano al ritorno in patria. "Illusione" che durò fino agli anni ‘60. Gli italiani, perlopiù uomini giovani, non sposati, con livello di istruzione limitato (spesso analfabeti), non conoscevano la lingua della realtà locale alla quale rimanevano estranei. E le autorità olandesi non favorirono certo l’integrazione. "Non fu dato corso ad alcun processo di alfabetizzazione nella lingua locale, né furono prese iniziative di carattere sociale", ha spiegato Capostagno. Solo più tardi, quando alcuni gruppi etnici cominciarono a protestare, le autorità "favorirono e sovvenzionarono la crescita di associazioni locali di lavoratori migranti e, molto più tardi, per le etnie più numerose e meno disperse, scuole in lingua madre e programmi Tv via cavo delle emittenti d’origine". Gli italiani furono emarginati per lungo tempo, subendo anche "pregiudizi ed una certa ostilità da parte dei cittadini olandesi". Finita l’illusione di un ritorno in Italia, i connazionali si sistemarono in loco, sposando spesso donne olandesi.
La chiusura delle miniere provocò la dispersione degli italiani, che si stabilirono nel nord e nell’est del Paese impiegandosi nella cantieristica navale, nell’industria tessile e nell’edilizia. Sempre da dati dell’Ufficio di Statistica: tra il ‘56 e il ‘61 la presenza italiana in Olanda crebbe poco, da 4 a 6000 unità (2500 nel Limburgo), nel ‘62 salì di colpo a 8500 unità (nel Limburgo ne rimarranno sempre 2500, e tali resteranno per tutto il decennio). I matrimoni misti hanno creato "un solco ancora maggiore tra l’emigrato italiano ed il tessuto sociale locale". E ciò perché la società olandese era ed è matriarcale. Molti i matrimoni misti non riusciti, come testimoniano i numerosi divorzi. Altro problema, la previdenza. Gran parte degli italiani non hanno mai acceso pensioni integrative, "con il risultato di godere attualmente ed esclusivamente della pensione di Stato ormai risibile". Lo scollamento dalla società olandese ha fatto sì che l’italiano si sia disinteressato della vita politica del Paese, anche a livello locale, tanto che "si conosce un unico caso di italiano eletto in un Consiglio comunale" e la partecipazione al voto nelle elezioni comunali "è, ad oggi, decisamente trascurabile". Attitudine che "sembra essere stata tramandata anche ai figli".
Gli italiani di seconda generazione (nati in Olanda da matrimoni misti), "sono cresciuti in un contesto ed in una cultura interamente olandesi, con influenze italiane molto marginali, essendo spesso la lingua italiana bandita in famiglia". "La spinta alla mimetizzazione ha impedito lo svilupparsi di stimoli ad emergere, anche se non mancano casi di buona riuscita in campo professionale", ha spiegato Capostagno. Che ha richiamato l’attenzione sul processo di "olandesizzazione forzata" dei ragazzi tra l’85 e l’88. Nell’85 entrò in vigore una normativa per la quale ai figli minorenni di coppie miste veniva data la possibilità della cittadinanza olandese, su richiesta del coniuge olandese, con facoltà di optare al compimento della maggiore età. La maggior parte della madri olandesi chiese la nazionalità olandese per i figli, e così sparirono dalle liste ufficiali degli "stranieri" in Olanda ben 5000 italiani: dai quasi 21.000 nell’85, si passa nell’88 a meno di 16.000.
Capostagno ha spiegato che raggiunta la maggiore età, quasi nessuno dei giovani ha optato per l’una o l’altra nazionalità, per cui hanno spesso le due cittadinanze. "Dell’identità italiana, e della stessa lingua italiana, è restato comunque ben poco". Discorso più semplice per la terza generazione: sono bambini olandesi in tutto e per tutto, e ciò "grazie allo sforzo di integrazione fatto, e riuscito, da parte della seconda generazione". Sono minori che, tranne in rari casi, non parlano italiano. L’approccio dell’Italia verso di loro "dovrà essere totalmente diverso", ha avvertito Capostagno. Evidenziando poi come la seconda generazione stia, negli ultimi anni, manifestando interesse per l’Italia e la sua cultura. Un risveglio di interesse al quale ha contribuito anche la "nuova presenza italiana" in Olanda, sia pure limitata numericamente, sviluppatasi negli ultimi 20 anni: professionisti generalmente laureati (con rispettive famiglie), dipendenti di multinazionali e, soprattutto, di organizzazioni internazionali e intergovernative, giovani laureati. Persone che "vivono una condizione di temporaneità in Olanda, non avendo mai inteso rescindere i legami con la madrepatria", preconizzando "un possibile rientro in Italia, anche quando, come nella maggior parte dei casi, tutta la vita lavorativa si svolgerà in Olanda".
Il problema integrazione per questa nuova emigrazione "non può essere visto nelle forme tradizionali". I figli di questi connazionali frequentano scuole internazionali di lingua inglese (solo alcuni scuole olandesi) e quindi "pur essendo di estrazione familiare italiana e parlando, anche se non sempre benissimo, l’italiano, non posseggono però quelle radici culturali italiane che solo la scuola può dare". "Ci troveremo tra pochissimi anni ad avere una italianità sempre più diffusa, ma sempre più individualmente vissuta", ha commentato Capostagno, concludendo con una "provocazione": "bisognerà cominciare a chiedersi quale debba essere il futuro di strutture, come i Comites e il Cgie, ancora centrate su un’idea di emigrazione che, almeno in Olanda, è in via di estinzione". (S.P.-Inform)