Un nuovo libro di Gian Antonio Stella dedicato alla nostra emigrazione
"Odissee": italiani sulle rotte del sogno e del dolore
ROMA - "Una identità nazionale si può costruire anche sul dolore. Sulla condivisione di un lutto. Sulla elaborazione collettiva di una storia comune in cui abbiamo mischiato sogni e lacrime insieme: valdostani e calabresi, marchigiani e pugliesi, veneti e sardi e siciliani".
Come dare torto a Gian Antonio Stella, prestigiosa firma del Corriere della Sera? Acutissimo giornalista, Stella ha scritto libri taglienti e scomodi sulla società italiana come Schei, Dio Po, Lo spreco, Chic, Tribù. Fino a L’Orda. Quando gli albanesi eravamo noi dedicato al razzismo e alla xenofobia anti italiani che i nostri emigrati vissero sulla loro pelle. Un libro, assai ben documentato, che era un invito esplicito a riflettere su "come eravamo" e su come ci trattavano quando, appunto, eravamo noi gli "albanesi" in altri Paesi. Una sollecitazione a meditare sul fatto che noi non eravamo diversi né migliori di coloro che oggi approdano nella nostra terra in cerca di un futuro esattamente come lo cercavamo noi. Stella ci ha raccontato in quel libro storie rimosse dalla memoria collettiva nel nostro Paese o comunque ancora poco conosciute.
Oggi ce ne racconta altre, che costituiscono il prologo di quelle.
Tragiche, spaventose. Storie anch’esse oscure ai più: le traversate oceaniche dei nostri nonni… Odissee. Italiani sulle rotte del sogno e del dolore è appunto il titolo dell’ultima fatica letteraria di un giornalista che continua a rammentarci come certi capitoli non vadano cancellati dalle pagine della nostra memoria. Che le angosce, le tribolazioni, le lacrime, le tragedie, gli strazi dei nostri nonni partiti per il mondo sono pilastri della nostra storia. Familiare e collettiva.
Sono storie di uomini, donne, bambini che si misero in viaggio per terre lontane senza mai avere visto prima una locomotiva né, tanto meno, i bastimenti e l’immensa distesa marina. "Un abbagliante luccichio dilagava tutto intorno e andava a perdersi ai confini del mondo. Sulle prime ebbi paura. Poi pensai: "Il mare! Quella deve essere la cosa che chiamano mare. Lo era", scrive Pascal D’Angelo in Son of Italy in cui racconta il suo travagliato percorso: da pastorello abruzzese di 14 anni a emigrato in America ai primi del ‘900.
L’opera di Stella offre uno spaccato duro e toccante del nostro passato.
L’autore scrive di quando i viaggi della speranza li facevano i nostri nonni sulle carrette del mare, sui "Titanic dei poveri"; narra della violenza dell’oceano, dei naufragi (come quelli del "Sirio", della " Principessa Mafalda" o dell’"Utopia", un nome scelto per attirare meglio gli emigranti…), delle epidemie che decimavano disperati, di cadaveri gettati poi in mare in fretta e furia. Racconta di poveracci ingannati da connazionali senza scrupoli che lucravano sui loro sogni e di gruppi che credevano di partire per gli Usa e si trovavano a fare i contadini-schiavi dei fazendeiros in Brasile (Stella riporta quanto scrive Michael Hall in Emigrazione italiana a San Paolo tra il 1880 e il 1920: il Brasile "richiedeva e riceveva immigranti afflitti da povertà disperata, così poveri che non potevano né comperare la terra sui cui lavoravano né intraprendere piccole attività, ma erano costretti ad andare a lavorare nelle piantagioni. Immigrati provvisti di denaro, il potente fazendeiro Martino Prado lo affermava apertamente, ‘non ci servono’"). Racconta di famiglie convinte di andare in Brasile per raggiungere parenti e amici, che venivano abbandonate in Guatemala; di mediatori che sparivano con i soldi raccolti da contadini della Valsugana, che si erano venduti tutto per partire per il Nuovo Mondo; di opuscoli del primo ‘900 distribuiti da agenzie di mediazione che pur di attirare contadini non solo italiani ma di mezza Europa in Canada, lo descrivevano come un Paese in cui i lupi "sono assai più piccoli di quelli della Francia e non fanno male a nessuno" , dove la neve è sì tanta, ma "dà meno fastidio di quella europea". Soprattutto i potenziali "clienti" venivano abbagliati dal miraggio di facile prosperità: "Nel Canada, ogni uomo che abbia compiuto 18 anni, ricevendo gratuitamente 64 ettari di buona terra, può col solo suo lavoro e con pochissimo danaro […] acquistarsi prontamente una bella agiatezza". Descrive l’odissea di trevigiani arrivati a Sydney dopo essere sopravvissuti agli imbrogli di un marchese francese avventuriero e truffatore, ai tagliatori di teste, a 368 giorni di discesa negli inferi. All’inizio della tragica avventura erano circa 300 fra uomini, donne e bambini; alla fine, uno sparuto gruppetto straziato dagli stenti, dalla paura, dalla perdita dei congiunti e dei compagni. Fu quello sparuto gruppetto a fondare "Cea Venessia" nei dintorni di Lismore, verso Brisbane.
L’emigrazione era un business per alcuni e un dramma per i più. E molti furono quelli che la "terra promessa" non la videro mai…
Tragedie e avventure nelle quali Stella ci trascina con la forza della sua appassionante scrittura sostenuta da una puntigliosa documentazione.
Indicativo di quali fossero le condizioni di viaggio per mare degli emigranti, il diario del medico torinese Teodoro Ansermini, imbarcato sul "Giava" che l’8 ottobre 1889 era salpato da Genova alla volta del Sud America. E’ il diario di una battaglia, scrive Stella, "contro tutto e tutti: la burocrazia più ottusa, le furbizie più irritanti, la sciatteria più scandalosa, la viltà più rivoltanti…". Una disperata battaglia per salvare quante più persone possibile da epidemie che rischiavano di scoppiare continuamente nel corso della traversata. Ma una battaglia altrettanto disperata contro l’armatore più interessato a fare affari che a tutelare la salute degli emigranti. E non c’è da stupirsi se quest’ultima battaglia fu l’eroico medico a perderla. La sua relazione di denuncia fu liquidata dalla Regia Capitaneria del Porto di Genova come dettata "quasi per ispirito, se è lecita la parola, di vendetta". Tutto a posto dunque: "[…] minima parte degli appunti mossi dal dottore sono giustificati, ma la massima parte di essi sembrano dettati da livore contro la Società Generale di Navigazione". E’ scritto nel rapporto che arrivò al Ministero della Marina. (Simonetta Pitari-Inform)