L’editoriale di Nino Randazzo su "Il Globo" di Melbourne e "La Fiamma" di Sydney
Le vicende romane e gli italiani nel mondo
Da Roma l’eco delle dimissioni del superministro dell’Economia Giulio Tremonti non ha tardato a giungere, in tempo reale, fin nei più lontani angoli del mondo. Per una svariata serie di motivi. A cominciare dalla scossa evidente che l’immagine e la sostanza del sempre meno saldo governo Berlusconi ricevono dal terzo, e certamente più importante, suo ministro costretto a gettare la spugna, dopo Ruggiero agli Esteri e Scajola all’Interno. Per finire con la più esplosiva causa del gesto del governante dimissionario: l’aperta e fondata accusa di due partiti della coalizione di maggioranza, Alleanza Nazionale e l’Udc, di un bilancio col quale il brillante accademico e avvocato fiscalista sondriese intendeva ridurre la spesa pubblica, per restare nei parametri europei, tagliando gli investimenti per lo sviluppo del Meridione e privilegiando l’asse economico del Nord. Il tutto sullo sfondo dell’ondata di sfiducia popolare che ha investito il governo nelle recenti elezioni europee e amministrative.
Ma ben altro motivo di riflessione è offerto, in particolare agli italiani fisicamente distanti dal contesto nazionale, da due aspetti concatenati di quest’ultimo incidente di percorso governativo: il vincolo che ha sempre saldato Tremonti alla Lega Nord di Bossi, più che al proprio partito di appartenenza ufficiale, Forza Italia, e il ruolo chiave che il personaggio assumeva nel disegno leghista di sfascio dell’unità nazionale. Nelle ultime ore è stata persino fatta miracolosamente ritrovare la voce a Umberto Bossi, che denuncia: "Roma (sottinteso "ladrona" ndr) è sempre la stessa... Dal governo esce un ottimo ministro padano (non si dica mai "italiano"! ndr) ...che era una garanzia per la riforma federalista".
Ecco la ragion prima del pianto leghista e della minaccia pronunciata dal ministro Maroni, ombra di Bossi, di esaminare la situazione e vedere subito se restare o lasciare il governo, nel timore che "senza Tremonti, un grande amico della Lega e del federalismo, si allontani la riforma federale". Ben detto. E tanti auguri che "la cosa temuta" si trasformi in realtà. L’allontanamento dello spettro di un federalismo estremo, come quello programmato sotto il martellante ricatto della Lega, val bene anche un terremoto politico, una crisi di governo. Il disgregarsi di una coalizione di partiti è sempre preferibile alla divisione del Belpaese in venti repubbliche e repubblichette semiautonome, al taglio a mezza gamba dello Stivale con un Nord egemonizzato dalla "superpotenza padana" e un Sud spinto ancora più in basso, verso un terzo mondo africano.
Tremonti deteneva una somma di poteri senza precedenti nella storia dell’Italia unita, aveva accorpato sotto il suo comando i dicasteri del Bilancio, delle Finanze, della Programmazione. Dominava sul resto della compagine governativa, incluso sinora il presidente del Consiglio. Se le sue dimissioni, fra tante altre cose, dovessero veramente rappresentare anche una frenata nella folle corsa della devolution leghista, sarebbe un segnale positivo. Di chiarimento, di ritorno ad una più forte coscienza di unità, dignità e solidarietà fra tutte le componenti regionali della nazione. E questo sbocco, auspicabile per quanto difficile, al limite dell’illusorio, dell’odierno confronto in seno all’assetto partitico della maggioranza toccherebbe anche gli italiani nel mondo, e gli stessi Paesi ospitanti. Perché, in uno sciagurato futuro d’Italia costruito sul modello leghista, sarebbe senza dubbio meno agevole e meno bello comunicare e fare riferimento ad una nazione con la sua bandiera e la sua unità a brandelli. (Nino Randazzo, direttore de "Il Globo"))
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