* INFORM *

INFORM - N. 127 - 20 giugno 2004

Mai più irregolari a Est: i nuovi Stati membri e la libera circolazione dei lavoratori

di Franco Pittau

La disciplina provvisoria

Dei 10 Stati che dal 1° maggio sono diventati nuovi Stati membri dell’U.E., godono immediatamente della libera circolazione solo Cipro e Malta. Per gli altri otto Stati (Repubblica Ceca, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovacchia, Slovenia e Ungheria) anche dall’Italia è stata fatta valere una clausola restrittiva provvisoria di due anni per cui si deroga agli articoli da 1 a 6 del Regolamento (CEE) n. 1612/68 sulla libera circolazione a tutela del mercato occupazionale italiano. Finora, ad accettare senza riserva l’istituto giuridico della libera circolazione è stata solo l’Irlanda.

Le restrizioni sono eventualmente prorogabili per altri tre anni (notificando questa intenzione alla Commissione) e ancora per altri due anni ma solo a condizione che si verifichino gravi perturbazioni del mercato del lavoro o vi sia un rischio in tal senso e richiedendone l’autorizzazione alla Commissione.

Con circolare n. 14/2004 del 28 aprile 2004 il Ministero del lavoro-Direzione Provinciale per l’Immigrazione ha fornito al riguardo le seguenti precisazioni.

Il soggiorno di questi nuovi cittadini non è soggetto a restrizioni.

Per quanto riguarda l’accesso ad un impiego autonomo non sussistono restrizioni e, in presenza dei requisiti richiesti, i nuovi cittadini godono delle stesse procedure di accesso previste per i cittadini comunitari in Italia.

Per quanto riguarda l’accesso al mercato del lavoro dipendente (il soggiorno, invece, non è soggetto a restrizioni) trova applicazione la normativa nazionale sull’immigrazione per quanto riguarda l’impiego come lavoratori subordinati.

Sono esenti da queste restrizioni e godono pienamente della libera circolazione i nuovi cittadini comunitari, che abbiano un legame col mercato del lavoro italiano da almeno 12 mesi, non importa se maturati prima o dopo il 1° maggio 2004: questo trattamento vale anche per i familiari dei lavoratori interessati (il coniuge e i figli minori di anni 21 o a carico): il legame di almeno un anno con il mercato occupazionale italiano dovrà essere certificata dalla Direzione Provinciale del Lavoro sulla base della documentazione attestante il regolare versamento dei contributi previdenziali per lavoro subordinato.

Per gli altri che intendano inserirsi nel mercato un decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 20 aprile 2004 ha previsto una ulteriore quota di 20.000 posti di lavoro subordinato (non ripartita a livello regionale a differenza di quanto avvenne con DPCN del 19.12.2003), anche a carattere stagionale, ai quali possono ricorrere i datori di lavoro operanti in Italia seguendo queste procedure: richiesta di autorizzazione in bollo, e tramite raccomandata nella quale venga indicata anche l’ora di consegna, alla Direzione Provinciale del Lavoro con complete generalità del datore di lavoro, del lavoratore e indicazione delle condizioni lavorative offerte, allegando il contratto stipulato con il candidato. Le domande verranno prese in considerazione sulla base delle disponibilità e le autorizzazioni rilasciate verranno trasmesse al datore di lavoro e alla Questura. Il datore di lavoro è tenuto a comunicare all’INPS, all’INAIL e al Centro per l’impiego l’avvenuta assunzione.

Questa procedura vale anche per chi intende assumere studenti di questi nuovi Stati.

Alcune puntualizzazioni

E’ opportuno sottolineare che, sebbene non siano cadute tutte le restrizioni, il contesto presenta aspetti innovati e più liberali. Il regime transitorio sembra ispirato non solo ad un certo timore nei confronti di una possibile ondata da Est ma anche nell’interesse a disporre di quote prioritarie da offrire a paesi convenzionati con l’Italia in materia migratoria.

L’apertura è completa per quanto riguarda il soggiorno, per cui non potranno più esistere lavoratori clandestini o irregolari comunitari. Per effetto dell’art. 18 del Trattato che istituisce la Comunità europea tutti i cittadini comunitari hanno il diritto di circolare e soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri.

Inoltre, una volta ammessi in Italia, i neocomunitari non dovranno subire alcuna discriminazione per quanto riguarda le condizioni di impiego e di lavoro, i vantaggi sociali e i trattamenti di sicurezza sociale.

Il titolo di soggiorno dei cittadini neocomunitari è quello previsto dall’art. 6 del DPR n. 54 del 18 gennaio 2002 (Testo Unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di circolazione e soggiorno dei cittadini degli Stati membri dell’Unione Europea), diverso dalla carta di soggiorno ma comunque della durata di cinque anni, almeno che la durata del contratto non sia inferiore all’anno.

La libertà di spostarsi ai fini del soggiorno, di cui già godono i cittadini neocomunitari, porta a ritenere superato nei confronti dei comunitari il "contratto di soggiorno per lavoro subordinato" (art. 5 T.U. 286/98), con obbligo del datore di lavoro di assicurare un alloggio e pagare le spese di viaggio per il rientro.

Il clima di liberalizzazione opera gia per chi intende iniziare attività autonome e professionali.

Anche per l’accesso al mercato del lavoro dipendente il Trattato sancisce una priorità da accordare ai lavoratori dei nuovi Stati membri.

Potranno fruire senza limiti della libera circolazione anche quanti hanno svolto lavoro dipendente ininterrottamente da più di anno e hanno così dimostrato una certa stabilità. Questa condizione risulta alquanto rigida un contesto occupazionale diventato estremamente frazionato. Probabilmente si arriverà a ritenere più funzionale e più agibile l’ammissione al beneficio della libera circolazione di chi già si trova in Italia per motivi di lavoro subordinato (a prescindere dalla sua durata) o autonomo ma anche di quanti stano da noi per motivi familiari o di studio (in questo caso nei limiti delle 1040 ore): questa è una decisione che compete alle autorità nazionali. In ogni modo i neocomunitari non avranno l’angoscia di dovere lasciare il paese, rischio corso seriamente da quelli che sono stati regolarizzati e ora, alla scadenza del permesso di soggiorno, non sempre sono in grado di ottenere un contratto di lavoro di durata annuale per poter rinnovare il permesso.

Poiché per spostarsi non c’è più bisogno del visto, sembra possa dedursi che finalmente potrà essere possibile ottenere l’autorizzazione al lavoro anche quando il lavoratore si trova già presente in Italia. Inoltre, i cittadini neocomunitari entrati per lavorare illegalmente e con coperti dalla regolarizzazione, dal 1° maggio non sono più irregolari e opportunamente il loro rapporto andrebbe sanato anche a prescindere dalla quota assegnata per quelli che entrano ex novo.

I cittadini neocomunitari, interessati a svolgere in Italia i lavori che restano al di fuori delle quote (mansioni altamente specializzate, infermieri, lavoratori dello spettacolo o del mondo dello sport, dipendenti da imprese aventi sede all’estero), devono alla pari degli extracomunitari attendere l’autorizzazione previa, solitamente rilasciata dalla Direzione provinciale del lavoro (salvo che chi opera nel settore dello sport e dello spettacolo).

In conclusione, l’ampliamento dell’Europa e l’applicazione della normativa comunitaria –seppure con le restrizioni iniziali adottate da quasi tutti gli Stati membri- ha portato una ventata nuova della quale si sentiva estremo bisogno nel mondo migrante e costituisce una leva non indifferente per prestare più attenzione alla mobilità umana e alla sua tutela. Di converso a livello ufficiale in tutti gli Stati membri si avverte un atteggiamento di paura di fronte ad una possibile invasione di lavoratori dall’Est, che le previsioni non sembrano invece suffragare. Poiché è ormai spuntata l’arma delle espulsioni, costituendo il soggiorno un diritto dei nuovi lavoratori comunitari, il grande evento dell’Europa a 25 ricorda utilmente che è preferibile impostare i rapporti sulla collaborazione e sulla utilità reciproca.

Il nodo della questione sono le sagge decisioni da adottare in un’ottica di lungo termine e cioè nella consapevolezza che ormai l’Est Europa non è una realtà lontana ma fa parte della stessa casa comune.(Franco Pittau-Inform)


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