Ripercussioni per l'occupazione italiana in Svizzera
Cura radicale per il colosso di Winterthur: Sulzer, deindustrializzazione a prezzi di svendita
ZURIGO - Uno dei più tradizionali bacini occupazionali degli italiani della prima generazione in Svizzera ha annunciato una cura radicale che sicuramente avrà ripercussioni sui nostri connazionali. Si riapre la discussione sul futuro dell’industria tradizionali svizzera.
I processi di ristrutturazione e ridefinizione hanno caratterizzato il quadro dell’industria svizzera nell’ultimo decennio, ed è una certezza quasi matematica che il settore è destinato a subire ancor più marcati cambiamenti nei prossimi anni. La sensazione che nella stanza dei bottoni della Sulzer stesse covando un’ulteriore progetto di ristrutturazione era nell’aria. Ma un terremoto come quello annunciato dal management lunedì 18 settembre scorso era francamente impensabile e non hanno torto coloro che hanno parlato di "lunedì nero" dell’industria meccanica svizzera.
Sulzer abbandona dunque completamente la metalmeccanica classica e riduce la sua presenza industriale a quei pochi segmenti ritenuti in grado di produrre utili nel futuro prossimo. In tal senso il gruppo punta quasi tutte le proprie carte sulle tecnologie applicate alla medicina. La decisione di operare un taglio netto con la tradizione si concreterà nella smobilitazione di tutti i settori che hanno fatto grande la Sulzer nel mondo. Via dunque con le pompe ad olio, con le turbine e con la costruzione di macchine e apparati e avanti con Sulzer Medica.
La nuova architettura comporta quindi la (s)vendita dei settori pompe con 4.770 addetti, tessile con 2.000 occupati, Sulzer Infra con 5.300 impiegati, turbine con 1.000 occupati, Burckhardt con 750 addetti. L’attività futura avrà il proprio punto di forza in Sulzer Medica e nelle tecnologie di trattamento superfici metalliche, che complessivamente daranno lavoro a 6.000 persone. Tradotta in cifre, l’operazione significa la dismissione dei segmenti che concorrono al fatturato per 3,6 miliardi di franchi e agli utili nella misura del 25%, e il mantenimento delle attività che concorrono al fatturato per 1,9 miliardi di franchi.
Le responsabilità del disastro
Il nuovo drammatico passo testimonia il fallimento delle "profonde ristrutturazioni" operate in questi ultimi anni e delle strategie disegnate per tenere la Sulzer al riparo della crisi. Eppure Sulzer produce le macchine tessili con le prestazioni più elevate in fatto di rendimento e velocità. Le turbine e le pompe che portano il nome della società di Winterthur producono elettricità in innumerevoli centrali elettriche in ogni parte del mondo, e per i clienti il nome Sulzer è anzitutto sinonimo d’alta qualità. Ma se a tutto ciò non corrispondono utili elevati, in grado di soddisfare le attese degli azionisti, prendono corpo le frustrazioni e le pressioni che generano spinte enormi verso cambiamenti come quelli che attuerà Sulzer.
L’immagine del gruppo di Winterthur ha subito forti contraccolpi negativi in questi ultimi mesi, che ne hanno ulteriormente indebolito la considerazione negli ambienti finanziari e borsistici. La ricerca dei capri espiatori è certamente un esercizio fine a se stesso che non contribuisce a risolvere i problemi, ma non si possono mettere nel dimenticatoio le responsabilità di chi ha pilotato quella che fu l’ammiraglia dell’industria svizzera.
Pierre Borgeaud e la sua squadra che hanno guidato per tanti anni la società di Winterthur, avevano evitato di prendere decisioni impopolari quando era il momento più favorevole. Il rispetto per la cerchia di amici e per i politici locali ha prodotto però incrostazioni rivelatesi poi insanabili.
In soli cinque mesi, invece, Ueli Roost, il cinquantaduenne manager numero uno a Winterthur, ha maturato la convinzione dell’ineluttabilità di un intervento radicale. Assestando un colpo di rasoio al variegato supermercato Sulzer, ha rinunciato definitivamente al tentativo di rendere competitivi i prodotti Sulzer anche sul piano degli utili e non soltanto su quello qualitativo. Ancora una volta le ragioni della borsa e degli azionisti hanno messo in moto un processo distruttivo che minaccia di sconvolgere l’esistenza di migliaia di persone. In molti si chiedono già cosa accadrà alle maestranze fra sei mesi o fra un anno se non si troveranno gli acquirenti delle aziende messe in vendita.
Tornano i tempi della paura
"Sulzer: un’impresa, una visione". Lo slogan della società suona in modo beffardo all’orecchio dei 14.600 occupati in tutto il mondo, che producono due terzi del fatturato totale e che improvvisamente si sono trovati dall’altra parte del confine tracciato, cioè da quella delle attività messe in vendita. Per i 4.400 che vivono in Svizzera (3.000 nella regione di Winterthur) inizia ora un periodo difficile. E non è ancora spento l’eco del dramma vissuto un anno fa dai 1.900 dipendenti che persero il posto di lavoro allorché fu dato avvio al programma di risparmio.
Nell’incontro organizzato a Winterthur per illustrare alle maestranze della casa madre il piano di ristrutturazione, Roost ha rimarcato che i segmenti d’attività saranno venduti solamente a quelle società che mostreranno "un interesse strategico" per l’industria meccanica, poiché ciò sarebbe la migliore garanzia per i posti di lavoro. "Sulzer tiene fede alle proprie responsabilità sociali" ha sottolineato colui che era stato chiamato per risanare il colosso di Winterthur.
Affermazioni che in nessun caso tranquillizzeranno i lavoratori e le lavoratrici colpiti. Ognuno intuisce, infatti, che Roost non potrà esercitarsi nel ruolo di chi mette tante condizioni ai potenziali acquirenti. Troppo alta è la posta in gioco e troppe sono le attività messe in vendita. Dovrà ritenersi fortunato se eventuali acquirenti busseranno alla sua porta abbastanza in fretta, perché come detto il tempo gioca a sfavore della Sulzer.
I lavoratori e le lavoratrici, inoltre, hanno poco da imparare dalla deriva del mondo industriale, di cui conoscono ogni risvolto, avendone sperimentate gli effetti sulla propria pelle in più d’una occasione. Ammesso che si perfezioni abbastanza in fretta la vendita del segmento turbine, per esempio, altrettanto in fretta si costateranno le sovrapposizioni esistenti e a tal punto tra il rammarico generale si procederà allo smantellamento dei posti di lavoro in esubero.
Si deve allora sperare nelle visioni di Roost che per le attività restanti di Sulzer promette investimenti che genereranno un elevato numero di posti di lavoro? I prossimi mesi potranno fornire una risposta a tale quesito. Nel frattempo sperare costa poco. (Franco Narducci*-Corriere degli Italiani/Inform)
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Segretario Generale del CGIE