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INFORM - N. 139 - 23 luglio 2000

Associazionismo, solo roba vecchia?

Sono una trentina in Ticino le associazioni di emigrati italiani. Con un vuoto, i giovani. È opportuno e vale la pena recuperarli all’associazionismo? E come fare? Se lo chiedono le associazioni degli emigranti italiani. Come contributo al dibattito, pubblichiamo una nota inviataci a nome del CEDIEM (Centro Documentazione e Informazione Emigrazione) dall'Associazione Valtellina in Ticino.

LUGANO - Forse non tutti sanno che in Ticino si contano una trentina di associazioni di emigranti italiani. Se come base comune si collegano all’italianità, queste associazioni presentano aspetti e caratteristiche che si rifanno a usi, costumi e tradizioni di singole regioni, province e talvolta addirittura di paesi. Usi, costumi e tradizioni che con un linguaggio acquisito si chiamano "origini": quasi un marchio di nascita che differenzia un individuo dall’altro e che costituisce una merce arricchente di scambio nel contesto degli incontri tra popoli.

Madrepatria e legami

Alcune associazioni sono vecchie quanto è vecchia l’emigrazione; altre sono nate negli anni del secondo dopoguerra, nel cuore dell’intenso movimento migratorio; altre sono spuntate da pochi anni. Tutte (tranne l’associazionismo a tema qual è, ad esempio, il movimento delle ACLI) hanno un denominatore comune: mantenere vivo – così recitano gli statuti – il legame con la Madrepatria.

Questa patria delle origini continua a restare punto di riferimento, anche quando in terra di immigrazione forse si fa carriera nella professione, forse si riesce a mettersi in proprio, forse ci si sposa con gente di altre origini o con gente del posto, forse si ottiene addirittura la cittadinanza del paese d’accoglienza.

In teoria le puntualizzazioni sono chiare: l’associazionismo si fa carico prima e sopra tutto di conservare e vivere l’attaccamento alle origini per crescere e svilupparsi (bisogna trovare il modo per esaltare questo legame!); tutto il resto è semplice appendice o mezzo per. Un’associazione che ripropone attività che già trovi altrove (forse meglio) si ridurrebbe ad un doppione poco apprezzato e poco credibile.

Sta forse in questa riflessione-denuncia quella spina che sembra affliggere attualmente l’associazionismo migratorio: l’assenza (forse meglio si dovrebbe chiamare rinuncia) dei giovani.

Il muro del pianto

La denuncia è costante: nella nostra associazione i giovani sono latitanti. La previsione è catastrofica: manca il ricambio per cui l’associazionismo è destinato a scomparire.

Sono autentiche ed accorate "lamentazioni di Geremia" che abbiamo colto in riunioni allargate di esponenti dell’associazionismo migratorio in Ticino.

La realtà è purtroppo evidente: i giovani che qui sono arrivati piccoli ed hanno qui frequentato le scuole e a più forte ragione quelli che sono nati qui, hanno assimilato vita e costumi di questo paese. L’evoluzione sociale e culturale li ha fatti parte integrante di una nuova società dalla quale ricevono o sperano di ricevere incremento e spinta alla vita.

Seconda generazione

E la corrente trova un alveo tranquillo e scorrevole: se nessuno azzarda un interrogativo, chi di questi giovani si pone il problema del paese da cui sono arrivati i genitori, chi suppone che esista un altro modo di pensare che non è in contrapposizione al loro, ma solo integrativo ed arricchente?

Che cosa sono i giovani "senza radici riconosciute"? Personalità diverse senza dubbio, ma migliori o peggiori dei loro padri? O addirittura di altra estrazione? Ma in un contesto numerico, quanti sono questi giovani figli di emigranti, collocati in un’età che va dai 16 ai 25 anni?

A questo punto una domanda va posta dagli anziani dell’associazionismo ai giovani: ma quale, come e quando? Non ci si accusi se forziamo ulteriormente l’interrogativo: sappiamo davvero quali sono gli aspetti delle nostre origini in grado di coinvolgere i giovani?

Ulteriore approfondimento, con un pizzico di mordacità: siamo convinti che i giovani devono conoscere e difendere il proprio patrimonio di origine per avere maggiore personalità ed una validità di contrattazione e di superiore collaborazione nel contesto del loro futuro in questo paese?

Un salto di qualità

Il "muro del pianto" è uno sfogo che non indica risposta; le "lamentazioni di Geremia" sono un continuo ripiegarsi su se stessi senza valide soluzioni .

Indispensabile ed urgente è liberarsi da queste pastoie e tentare un salto di qualità.

Crediamo nell’intelligenza e nell’apertura mentale e sociale dei giovani? Affrontiamo allora un serio programma d’informazione prima e di ricerca poi. Attraverso quali mezzi, ognuno dovrà pensarci (salvo che anche qui non si ritenga opportuna la collaborazione tra associazioni).

E si metta in conto una buona dose di costanza, ripresa e tenacia. Per essere sinceri fino in fondo, e spudorati: si è convinti che l’associazionismo ha i tempi contati e che bene fa la globalizzazione a livellare tutti? Allora lasciamo tranquilli tutti e… alleluia! (CEDIEM/Inform)


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